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M5S: quando i nodi verranno al pettine
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  • Identità italiana

Il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale stupisce ancora di più di quello già sorprendentemente conquistato alla prima discesa in campo, cinque anni fa. Come hanno dimostrato gli studi del Cise, la storia elettorale europea insegna che i partiti “nuovi”, che riescono alla prima prova elettorale a conquistare molti voti intercettando la frustrazione dell’elettorato nei confronti dei partiti tradizionali e la voglia di cambiamento, alla seconda consultazione perdono sistematicamente voti (comprensibilmente quelli di coloro che sono rimasti delusi dal cambiamento che non è arrivato). Questo non è successo nel caso del M5S che, anzi, è avanzato di 7,2 punti percentuali rispetto al 2013 (dal 25,5% al 32,7%).

Come si spiega questo inatteso (per lo meno nella misura) e per alcuni versi incredibile successo? Possiamo dire che è capitato ai 5 Stelle l’opposto di quanto si verificò per il Pci di Berlinguer alla fine degli anni Settanta: il partito non più di lotta, ma non ancora di governo si trovò “in mezzo al guado” e subì una bruciante sconfitta alle elezioni del 1979 (-4%). Anche il Movimento 5 Stelle si trova in una situazione di evidente transizione: è passato in tempo brevissimo da partito “contro” il sistema, a partito - vorrei dire massimamente - di sistema, in quanto vuole essere di governo. Trasformazione anche visivamente rappresentata dal passaggio della leadership ribellistica e anarcoide di Grillo a quella compassata, sorridente e pacata di Di Maio. Ma invece che in mezzo al guado, il Movimento si è trovato in vetta a un colle, da dove si controllano sia la vallata di partenza sia quella di destinazione. L’operazione di mantenere tutto il capitale di voto di protesta e di agganciargli il nuovo voto di proposta governativa è perfettamente riuscita. Ma quanto potrà durare? (dal colle prima o poi si dovrà scendere).

Tutti i movimenti populisti nella storia sono nati sotto la spinta di un leader-profeta e si sono spenti quando il leader è uscito di scena. Il M5S cerca di trasformarsi per evitare questo destino, ma nel fare ciò perde i suoi caratteri originari. Era il partito del non-statuto, della disintermediazione, della non-organizzazione, dell’”uno vale uno”, era movimento; e si vede invece costretto a diventare partito come gli altri.

Questa trasformazione non potrà non porgli nel futuro (anche se non immediato, ora siamo sotto all’ubriacatura della vittoria) problemi seri. Sul piano interno e su quello esterno.

Sul piano interno sorgeranno prima o poi conflitti fra l’area movimentista e l’area istituzionalista. Tensioni che solo un leader carismatico e da tutti riconosciuto (come era Grillo ma non è Di Maio) potrebbe tacitare. Si sono viste nel caso di Roma, quando Grillo, che aveva già anticipato il suo “mettersi di lato”, ha dovuto rientrare precipitosamente nell’arena politica per controllare i dissensi attorno alla Raggi.

Il Movimento prende tutti (partito “piglia-tutti”) nel duplice senso di tutte le persone e tutti gli argomenti: sul piano delle persone l’assenza di una storia, di un pensiero politico di riferimento, di un radicamento territoriale, di esperienze amministrative, inevitabilmente fa sì che in Parlamento siano arrivate figure dalle più diversificate ideologie politiche e dalle più disparate motivazioni personali. Non sarà facile controllarli. Come gestire ad esempio il serio problema della decadenza dalla politica dopo due mandati parlamentari? Grillo ha già lanciato un avvertimento auto-definendosi come il “garante delle biodegradabilità del Movimento”, ma non è difficile immaginare i conflitti che sorgeranno al momento ormai non lontanissimo della “scadenza” del prodotto.

Sul piano esterno del rapporto con l’elettorato non dobbiamo dimenticare un “piccolo” particolare: il successo elettorale del Movimento 5 Stelle si è costruito tutto (ripeto “tutto”) nel Mezzogiorno. Rispetto ai voti presi 5 anni fa, il Movimento è rimasto statico nel Nord ovest e nelle “ex regioni rosse” (rispettivamente +0,5 e +0,8%), è addirittura arretrato nel Nord est (-1,1), è avanzato nel Centro (+7,2) e ha trionfato nel Mezzogiorno (+20,7% di differenza sul 2013, dal Molise in giù è arrivato a percentuali di voto regionali non lontane dal 50%).

È soprattutto con l’elettorato meridionale che Di Maio ha firmato una cambiale in bianco: 780 euro di pensione minima, reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero, riduzione tasse, nuove assunzioni nel pubblico… (e nello stesso tempo l’abbattimento del debito pubblico del 40% in 10 anni…). I tempi per la riscossione di questa cambiale non sono lontani: l’elettore che vota per il nuovo, per il cambiamento è un elettore impaziente, che non sa e non vuole aspettare. Il bagno di folla di Di Maio a Pomigliano d’Arco, le acclamazioni per la vittoria, creano illusioni che sono destinate a evaporare in fretta. Senza dimenticare che l’elettorato meridionale è sempre stato storicamente quello più instabile.

 

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