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Geografia del populismo?
rubrica
  • Identità italiana

Non so se quella delle ultime elezioni sia stata davvero un’ondata populista senza precedenti nel panorama repubblicano italiano. Ho l’impressione, invece, che il populismo sia un tratto caratteristico della nostra politica pressocchè da sempre; probabilmente nessun partito ne è immune, sebbene con gradazioni diverse. E pure la letteratura internazionale che tenta di identificare le cause del voto populista, nel caso italiano, prende in considerazione gran parte dei partiti dell’arco costituzionale.

Dunque, più che di un’ondata di populismo, credo sia più corretto considerare il risultato elettorale recente come una sonora sconfitta dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi cinque anni.

E in ogni caso il populismo non è sempre un male: esso porta all’attenzione alcune questioni spesso trascurate e aiuta a comprendere la gabbia di regole che la politica spesso si impone, restringendo enormemente il suo raggio d’azione.

Qual è, allora, il contenuto informativo che queste elezioni ci consegnano? La risposta a questa domanda è semplice e complessa allo stesso tempo. La soverchiante presenza della Lega al Nord e quella, speculare, del Movimento 5 Stelle (M5S) al Sud ci mostra plasticamente la territorializzazione delle preferenze degli elettori. L’origine di queste preferenze è, paradossalmente, la stessa: la percenzione dell’assenza dello Stato, ovvero la mancanza di presa di alcuni partiti, rispetto ad alcune tematiche.

È stato scritto che l’elettorato settentrionale è stato ipnotizzato dai richiami anti-immigrazione della Lega di Salvini. La lotta a questo tema è stata condotta solo su un piano che pure si fatica a ritenere culturale. Le istanze leghiste e la loro ricezione da parte della gente sono state affrontate semplicemente tacciandole di razzismo. Non v’è dubbio che, in molti casi, la manifestazione esteriore e popolare di queste preferenze assuma gli sgradevoli tratti della xenofobia. Ma bisogna andare oltre e comprendere le cause più profonde di questo disagio, e proprio l’armamentario ideologico brandito da tutti gli ultimi governi ci offre la possibilità di comprendere, almeno parzialmente, le ragioni di questo fenomeno.

L’ingresso di manodopera straniera non specializzata nelle aree settentrionali del Paese ha comportato un incremento dell’offerta di lavoro, probabilmente producendo un aumento dell’occupazione, ma generando anche una pressione al ribasso dei salari. Questa situazione può essere positiva per le classi più agiate e per le imprese che eventualmente impiegano lavoratori non specializzati, ma è un chiaro peggioramento per chi si trovava nel segmento di mercato del lavoro non specializzato.  

Questa semplice analisi implica la ragionevolezza e l’efficienza della chiusura delle frontiere a chi, tra l’altro, sta ancora peggio dall’altro lato del Mediterraneo? No, qui si intende solo dimostrare come una politica di redistribuzione del reddito e degli eventuali benefici dell’immigrazione fosse necessaria per contenere la variazione (reale o percepita) del benessere delle fasce più deboli. Si noti come la politica degli “80 euro”, sebbene abbia finito per avvantaggiare soprattutto il Nord, non sia stata percepita come efficace o sufficiente al contenimento del malcontento.

Andando verso altre latitudini, la vulgata di questi giorni per spiegare l’enorme affermazione del M5S, vuole il Sud abitato da persone povere, legate all’assistenzialismo, dunque pigre e mendicanti una pioggia di aiuti statali. Nella consapevolezza di apparire ancora come una nota stonata, credo che questa visione debba essere respinta con forza. L’elettorale meridionale è lo stesso che ha sancito l’affermazione del Pd alle europee e a molte elezioni locali e regionali. Non può, quindi, essere descritto a tinte fosche e luminose in funzione dei risultati.

Gli elettori si sono ribellati invece a due fonti di disagio, dopo aver dato mandato pieno agli ultimi governi per la loro risoluzione.

Da un punto di vista sociale, le migrazioni, soprattutto di laureati, sono il sintomo di un malessere profondo che non è solo la richiesta di un generico posto di lavoro. È la voglia e la disponibilità ad impiegare le proprie competenze nei propri luoghi, è la domanda di mobilità lungo la scala sociale in base ai meriti. Il perdurare di odiosi fenomeni di clientelismo e familismo a livello locale, unitamente a candidature discutibili, ha confermato come la domanda di rottura di ataviche strutture sociali non potesse giungere dal Pd.

Da un punto di vista economico, il Sud è stato abbandonato al suo destino da molto tempo ed ha sofferto più di altre aree la lunga crisi economica. Dopo il termine dell’intervento straordinario, i governi hanno demandato interamente alla politica comunitaria le azioni di sviluppo dei territori. L’efficacia di tale architettura si è, però, deteriorata nel tempo, sino ad essere ormai nulla. Se gli interventi più significativi dell’ultima legislatura, quali il bonus fiscale degli “80 euro” e il “Jobs Act” con gli sgravi a favore delle imprese, hanno avuto effetti positivi, li hanno avuti al Nord, allontanandolo ancora di più dal Mezzogiorno.

La risposta al disequilibrio territoriale non può essere la differenziazione spaziale dei salari nominali (come si pensava di vincere a Sud con questa proposta?), ma deve ripartire da dove eravamo rimasti agli inizi degli anni 2000, ovvero dall’affrontare le persistenti cause delle diseconomie esterne. In questo ambito, una discussione che preceda una riforma delle autonomie regionali, ovvero un nuovo regionalismo, potrebbe essere un ottimo punto di partenza, magari mettendo inizialmente da parte la questione della perequazione fiscale interregionale.

L’Italia non è abitata da razzisti a Nord e da poveracci opportunisti a Sud. L’Italia ha espresso una domanda di politiche che sarà necessario affrontare. Ripetere semplicemente che qualsiasi proposta (come il reddito di cittadinanza) non è fattibile in base ai vincoli del Trattato di Maastricht significa non aver compreso che non possono essere gli automatismi contabili a dettare l’agenda politica, ma che, date le regole, l’elettorato ha chiesto una revisione delle priorità, spazialmente differenziate.

 

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