Rivista il mulino

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Berlino, 6/3/2018
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  • lettere internazionali

Il voto della base Spd a favore della Grande coalizione. Con il referendum tra gli iscritti della Spd, i cui risultati sono stati diffusi domenica mattina (i "si" al Patto di coalizione hanno ottenuto il 66%), si è conclusa la lunga crisi politica tedesca apertasi all’indomani del fallimento delle trattative per un governo tra conservatori, liberali della Fdp e Verdi. Dopo le elezioni di settembre 2017 la Germania avrà un nuovo governo, ancora una volta di Grande coalizione, guidato da Angela Merkel.

Valutare il Patto di coalizione è operazione assai ardua: ad avviso di chi scrive, i socialdemocratici ottengono poco, pochissimo rispetto a quanto promesso in campagna elettorale. Ma sarebbe un conto ragionieristico che non terrebbe conto della realtà, ovvero che una pietra filosofale in politica non esiste; sarebbe stato impossibile ottenere qualcosa di più, un programma autenticamente socialdemocratico o quantomeno progressista, dopo il chiaro esito delle elezioni di settembre, che hanno confermato, per usare una terminologia spiccia, lo spostamento a destra dell’elettorato e del Paese.

Ecco perché il Patto di coalizione è stato presentato dalla dirigenza socialdemocratica come un atto di responsabilità verso il Paese, rispetto al quale le vicende di partito devono fare necessariamente un passo indietro: una vera costante nella centenaria storia della Spd e che, purtroppo, raramente ha prodotto risultati positivi.

Un simile discorso sarebbe, tuttavia, persino condivisibile se riuscisse a indicare anche un orizzonte, una prospettiva, un’ipotesi alternativa di governo da iniziare a costruire. Niente di tutto questo: al momento la Spd ha mostrato esclusivamente il suo lato peggiore, quello di un partito retto da correnti e scontri personali, che con il bene del Paese e degli strati sociali storicamente vicini alla socialdemocrazia hanno ben poco a che fare.

Martin Schulz, eletto appena un anno fa con il 100% dei consensi in un Congresso straordinario, ha perso la battaglia interna con l’ex Presidente Sigmar Gabriel. Proprio Schulz avrebbe dovuto sostituirlo al ministero degli esteri, ma Gabriel, che evidentemente non voleva farsi da parte, in un’intervista dai toni mediocri e patetici, gli ha rinfacciato di non tenere fede alla parola data. Travolto dalle critiche interne, molte delle quali ingenerose, e da una evidente congiura di palazzo, Schulz ha deciso di non entrare più nel nuovo governo e si è già dimesso dalla Presidenza del partito (gli dovrebbe succedere una donna, Andrea Nahles, che ha guidato le trattative con i conservatori): una fine certo molto poco nobile, se si pensa che proprio Schulz aveva tentato, sin dalla notte delle elezioni, di collocare il partito all’opposizione e di avviare una sua decisa riforma interna.

Dilaniata dagli scontri e incapace di offrire una linea politica credibile, la Spd sprofonda nei sondaggi, ben sotto il 20%; qualcuno si è addirittura spinto a dire che AfD potrebbe presto superarla.

Chi ha tentato fino alla fine di condurre una battaglia alla luce del sole sono stati gli Jusos guidati da Kevin Kühnert. I giovani hanno votato "no" all’accordo e chiedono un rinnovamento (Erneuerung) integrale del partito. Hanno perso, certamente, ma se nel 2013 raccolsero il 24%, quest’anno guadagnano quasi dieci punti percentuale in più. Adesso agli Jusos, come Kühnert ha ribadito subito dopo la pubblicazione dei risultati del referendum, tocca dimostrare di essere in grado di trasformare questa opposizione in una politica capace, nel partito ma soprattutto fuori di esso, nella società tedesca, di ottenere consensi e fermare l’ondata nera che si è abbattuta tra gli strati sociali storicamente prossimi alla Spd.

Proprio contro gli Jusos si è materializzata la linea dura dei conservatori tedeschi, a partire dalla stampa, segno preoccupante di una ulteriore radicalizzazione anche degli ambienti conservatori tradizionalmente più moderati. Innanzitutto le misure più autenticamente socialdemocratiche sono state bersagliate da critiche inconsistenti e populiste, a partire da quelle sulla Bürgerversicherung. Gli stessi Jusos, che non hanno fatto altro che manifestare il proprio legittimo dissenso all’interno delle sedi di partito, sono stati accusati di mettere a rischio la democrazia e il sistema costituzionale, fino a essere considerati degli "usurpatori" della politica.

Questo clima è preoccupante perché dimostra che nemmeno i conservatori hanno chiara la delicatezza della fase che si è aperta con la crisi post-elettorale: essi manifestano una sostanziale indisponibilità a qualsiasi autentica politica di riforme, anche solo nel senso di una maggiore attenzione agli aspetti sociali, sul lavoro, sulla rappresentanza sindacale, la scuola e le agenzie formative. Se è vero che i conservatori, grazie alla sapiente guida di Angela Merkel, hanno saputo sino ad oggi combinare politiche sociali con una certa intransigenza della parte più conservatrice del partito, tra quattro anni, quando dovranno cercare una nuova leadership, questa intransigenza potrebbe significare solo lo spostamento ulteriormente verso destra, cioè verso AfD o le sue componenti più "moderate".

Del resto la crisi delle Volksparteien e, in particolare, di quella socialdemocratica (in assenza di una crescita della Linke) apre nuove ombre sul futuro del Paese: il sistema costituzionale della Repubblica federale (come del resto quello di buona parte dell’Europa continentale) è imperniato sui partiti. La loro crisi coinvolge anche la Cdu e la Csu che hanno per la prima volta nella storia qualcuno che siede al Bundestag ancor “più a destra” (per usare la terminologia di  Franz Josef Strauß, vecchio capo della Csu) e che non intendono accettare compromessi significativi con la socialdemocrazia, la cui crisi danneggia, però, innanzitutto proprio la capacità dei conservatori di poter disporre di più opzioni di governo, restando sempre al centro del sistema politico della Repubblica federale. Proprio a questa destrutturazione del sistema punta Lindner, il capo della Fdp che ha fatto fallire le trattive con la Cdu: tra meno di quattro anni mira a raccogliere, con una piattaforma ancor più radicale, voti dai conservatori e da AfD per poter poi puntare alla Cancelleria. Chi scherza con il fuoco, dunque, sono proprio i cosiddetti moderati.

Angela Merkel ha, quindi, di fronte a sé un duro compito. Guiderà il suo quarto governo e dovrebbe raggiungere il record di permanenza in carica di Kohl. Tuttavia rischia di essere ricordata per un nuovo Stau, un blocco, uno stallo dello sviluppo del Paese, nella capacità di gestire le sfide che le si presentano. Dovrà fronteggiare l’opposizione di AfD, già ora il gruppo più consistente al Bundestag dopo quelli di governo, cosa in sé fattibile: più problematico risulterà convincere i suoi elettori della necessità, ma soprattutto dell’utilità di ritornare alle vecchie Volksparteien. Del resto, come abbiamo più volte scritto, proprio la Grande coalizione danneggia ulteriormente la centralità costituzionale del Bundestag e favorisce la formazione di accordi extraparlamentari, spesso ben poco modificabili dall’attività parlamentare. Dovrà convincere l’ala dura del suo partito a sostenerla e a modificare l’intransigenza verso la socialdemocrazia: non sarà facile, visto che è in ballo la Cancelleria quando la Merkel deciderà di ritirarsi, presumibilmente nel 2021.

Soprattutto dovrà proporre una riforma dell’Europa realistica ed efficace, per la quale non basterà semplicemente la retorica contro il neo-protezionismo del Presidente americano: su questo versante Angela Merkel è già l’icona di una politica alternativa a quella di Donald Trump. Perché l’icona sia efficace, tuttavia, serve anche altro: la ristrutturazione dell’Europa e dei suoi meccanismi istituzionali. È una sfida che, tuttavia, richiede disponibilità di altri attori e compromessi con altri governi e che, anche volendo, Angela Merkel non potrà vincere da sola.

 

 
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