Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
Send to Kindle
Harare, 16/2/2018
rubrica
  • lettere internazionali
tag

Lo Zimbabwe dopo l’allontanamento di Mugabe e la morte di Tsvangirai. Due mesi dopo l’uscita di scena di Robert Mugabe, costretto alle dimissioni dall’esercito nel novembre scorso, Morgan Tsvangirai, lo storico leader dell’opposizione in Zimbabwe, è venuto a mancare, stroncato da un tumore. Simbolicamente, l’allontanamento dal potere di Mugabe e la morte di Tsvangirai sembrano chiudere una fase molto travagliata nella storia recente dello Zimbabwe, Paese che – non bisogna dimenticare – ha raggiunto l’indipendenza meno di quattro decenni fa, gli ultimi due dei quali consumati in una lotta a tratti drammaticamente violenta, scatenata da Mugabe con l’obiettivo di mantenere a ogni costo il potere politico.

Leader popolare all’inizio degli anni Ottanta, primo capo di governo nero in un Paese che aveva conosciuto la segregazione razziale e una sanguinosa guerra di liberazione nazionale, Mugabe aveva presto messo in luce le sue tendenze autoritarie. La Guerra fredda, però, lo aveva in qualche modo messo al riparo dalle pressioni internazionali. In una regione che vedeva i soldati cubani in Angola e il Sudafrica dell’apartheid avvolto in una spirale di crisi profonda, Stati Uniti e Gran Bretagna chiusero infatti un occhio sui massacri nella regione del Matabeleland perpetrati dal governo di Mugabe ai danni dei sostenitori dell’opposizione.

Finita la Guerra fredda, oscurato da Mandela a livello regionale, Mugabe aveva dapprima avviato una serie di riforme economiche che avevano portato il Paese sull’orlo della bancarotta, per entrare poi in rotta di collisione con i donatori internazionali, di cui aveva più che mai bisogno, ma che non erano più intenzionati a fornire aiuti a governi non pienamente democratici e trasparenti.

In un Paese in cui il partito al potere tendeva a identificarsi con lo Stato e a non lasciare spazi rilevanti di autonomia alle articolazioni della società civile, a metà degli anni Novanta Tsvangirai, leader del movimento sindacale, prese coraggiosamente le distanze dal governo, accusandolo di perseguire una politica economica disastrosa, aggravata dalla decisione di inviare l’esercito nella Repubblica Democratica del Congo. L’acuirsi della crisi portò poi Tsvangirai a mettersi a capo di un movimento di opposizione che all’inizio del Duemila minacciò di vincere le elezioni. Mugabe reagì scatenando un’ondata di violenza contro Tsvangirai e i suoi sostenitori, accusati di tradire i valori e gli obiettivi della lotta di liberazione, e lanciando un nuovo programma di riforma agraria che prevedeva l’esproprio delle terre senza indennizzo ai legittimi proprietari.

Iniziava in questo modo un conflitto in Zimbabwe il cui numero di vittime non sarà mai stabilito con certezza e che si sarebbe trascinato per quasi due decenni. Un conflitto che contrapponeva non solo visioni diverse della democrazia (il richiamo, strumentale, alla giustizia sociale da una parte e la necessità di rispettare i diritti umani dall’altra), ma anche modelli differenti di legittimazione politica (l’eredità della lotta di liberazione da una parte e la necessità di un governo trasparente e efficiente dall’altra) e allineamenti internazionali (con gran parte dei Paesi africani che decidevano di condonare l’autoritarismo di Mugabe e Unione europea e Stati Uniti che invece adottavano sanzioni “intelligenti”, e del tutto inefficaci, contro gli esponenti del governo zimbabweano).

Nel muro contro muro tra governo e opposizione e tra Mugabe e Tsvangirai, era quest’ultimo quello destinato a uscire sconfitto. Nulla, infatti, o ben poco poté il messaggio politico di Tsvangirai (non privo di limiti e contraddizioni, in un Paese che era ancora fortemente segnato dall’eredità di un secolo di segregazione razziale) davanti al controllo degli apparati dello stato e dell’esercito esercitato da Mugabe (fino a un certo punto, ovviamente, considerato che nel 2017 lo stesso esercito lo avrebbe poi defenestrato per spalancare le porte della presidenza a Emmerson Mnangagwa). Costretto ad abbandonare le elezioni presidenziali nel 2008 a causa delle violenze di cui erano vittime i suoi sostenitori, Tsvangirai, già indebolito da una scissione interna al partito nel 2005, entrò debolissimo nel governo di unità nazionale inaugurato nel 2009 per opera della mediazione dell’allora presidente Thabo Mbeki. Gli anni al governo in qualità di primo ministro non gli consentirono di imprimere una svolta al Paese, se non nel breve periodo, a causa del fatto che presidente era rimasto Mugabe, determinato a lasciare meno spazio politico possibile a Tsvangirai. Dopo la sconfitta elettorale del 2013, la sua posizione politica si era ulteriormente indebolita (non a caso, l’opposizione in generale ha giocato un ruolo molto marginale negli avvenimenti che hanno portato alle dimissioni di Mugabe), ma non per questo Tsvangirai aveva rinunciato a criticare apertamente il governo per la sua incapacità di risolvere i gravi Paesi del Paese. Pochi giorni fa, Mnangagwa si era recato a salutare Tsvangirai, in quello che appariva un congedo non solo da un uomo, ma anche simbolicamente da una fase lunga e drammatica della storia dello Zimbabwe. Che questa fase sia realmente finita, tuttavia, rimane da dimostrare.

 

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI