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La Shoah fu anche un enorme affare economico, che portò sollievo ai conti della Germania nazista
La memoria dei beni razziati
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  • Memoria /memorie

L’annientamento degli ebrei d’Europa da parte nazista fu, per molti aspetti, anche un affare economico. In Germania, l’esproprio delle loro case garantì il ricollocamento di diversi cittadini tedeschi, i loro posti di lavoro vennero occupati da altri, le loro aziende furono statalizzate o vendute al miglior offerente. Alcuni anni fa una commissione di storici tedeschi pubblicò uno studio che mostrava come tra il 1933 e il 1945 il ministero dell’Economia sia stato parte attiva del processo di annientamento, dal lato finanziario, degli ebrei: inizialmente attraverso la tassazione, poi con la vendita dei beni depredati dopo la deportazione dei loro legittimi proprietari, fu possibile raccogliere denaro per coprire almeno il 30% delle spese di guerra tedesche. Il saccheggio dei beni ebraici non fu quindi un mero corollario della Shoah, ma un processo sistematico ad essa connesso.

Per molto tempo è stato noto soprattutto il caso delle opere d’arte, sequestrate per andare ad arricchire la collezione di Hermann Göring o la raccolta selezionata dalla Sonderauftrag Linz, la Commissione speciale Linz istituita per individuare dipinti e sculture che avrebbero dovuto fare parte del Führermuseum, il museo che Hitler voleva realizzare nella città della propria giovinezza.

Dopo la guerra, il recupero di questi beni è stato, ed è tuttora, molto difficile: di molti si sono perse le tracce, altri, come nel noto caso del ritratto di Adele Bloch Bauer dipinto da Gustav Klimt, sono stati oggetto di contenziosi legali.

Esistono diversi progetti che tentano di ritrovare le opere spoliate, come nel caso dei dipinti confiscati dalla Sonderauftrag Linz censiti dal Deutsches Historisches Museum, o vere e proprie iniziative governative come la German Lost Art Foundation, creata in Germania nel 2015 per cercare e identificare i beni sequestrati dal regime nazista in modo da assistere gli eredi dei legittimi proprietari.

Ma quello che forse colpisce maggiormente è il fatto che l’ossessione nazista per i beni ebraici non si limitasse ai dipinti, le sculture, gli oggetti di valore: con un approccio patologico al concetto di funzionalità, vennero create delle divisioni con il compito di espropriare e inventariare tutti gli oggetti appartenenti agli ebrei avviati alla deportazione. Con lo scoppio della guerra venne creato il Commando Rosenberg, che mise in atto la spoliazione sistematica dei beni degli ebrei nei Paesi occupati, in particolare in Francia. Nei suoi depositi parigini presso la Gare d’Austerlitz venne catalogato tutto in modo minuzioso, suddividendo le tipologie degli oggetti prelevati (stoviglie, mobili, porcellane, tappeti, pianoforti, libri…). Nel romanzo Austerlitz di W.G. Sebald (Adelphi, 2002) vengono descritti questi depositi: “E là sotto, nel magazzino Austerlitz-Tolbiac, a partire dal 1942 è venuto accumulandosi tutto ciò che la nostra civiltà ha prodotto per rendere più bella l’esistenza o per semplice uso domestico, a cominciare dai cassettoni Luigi XVI, dalle porcellane di Meißen, dai tappeti persiani e da intere biblioteche per arrivare fino all’ultima saliera e pepaiola”. Sebald descrive gli oggetti divisi per tipologie, le squadre di internati del campo di Drancy – antiquari, storici dell’arte, restauratori, falegnami, orologiai, pellicciai – condotti lì per sistemare i beni in arrivo e smistarli in base al valore e al genere. E immagina la presenza, negli ambienti di questi grandi magazzini coatti, di “alti gradi delle SS e della Wehrmacht, in compagnia delle consorti o di altre signore, per cercarsi un salotto adatto alla villa di Grunewald, oppure un servizio di Sèvres, una pelliccia o un Pleyel”. Le scene descritte nel romanzo non sono, tuttavia, invenzione narrativa, ma corrispondono alla realtà, come mostra un album fotografico conservato presso il Bundesarchiv, che documenta la “Möbel-Aktion”, l’operazione di sequestro e inventario di mobili, letti, biancheria, scarpe, giocattoli e suppellettili domestiche intrapresa dall’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg a Parigi, tra il 1942 e il 1943.

Nell’estate 2017 il piccolo album è stato esposto alla 14. edizione di documenta a Kassel, all’interno del progetto dell’artista tedesca Maria Eichhorn, che da diversi anni lavora sugli oggetti razziati dai nazisti agli ebrei, arrivando addirittura a fondare il un istituto di ricerca dedicato a Rose Valland, la storica dell’arte e membro della resistenza francese che salvò moltissime opere delle collezioni nazionali e private di Francia.

Lo spazio centrale della sala dedicata al lavoro di Maria Eichhorn a documenta era occupato da una torre di libri: volumi conservati nella Zentral- und Landesbibliothek di Berlino, tutti inventariati con un numero progressivo e una J. La J di Jude, “ebreo”. Si tratta di 2.000 degli oltre 40.000 libri comuni (quelli di pregio avevano altre destinazioni) prelevati dalle biblioteche private degli ebrei “evacuati”, tipico eufemismo della burocrazia nazista. E con un nuovo eufemismo, nel dopoguerra vennero rubricati come Geschenke, donazioni, quando invece erano frutto della spoliazione sistematica di ogni bene degli ebrei della città. Nulla si fece per cercare di restituirli.

A partire da dediche ed ex libris, Maria Eichhorn, insieme al personale della biblioteca, sta cercando ora di risalire ai legittimi proprietari o ai loro eredi ma, laddove anche si riescono a ritrovare i nomi di queste persone, il loro destino è quasi sempre lo stesso: la morte nei campi di sterminio.

[Immagine: Maria Eichhorn, Unlawfully Acquired Books from Jewish Ownership – Unlawfully acquired books from Jewish ownership by the Berliner Stadtbibliothek in 1943, registered in Zugangsbuch J (accession book J)]

 

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