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Rai: basta col canone?
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Le polemiche sollevate dall’idea di rivedere le forme di finanziamento della Rai lanciata da Matteo Renzi all’inizio del nuovo anno sembrano per ora acquietate. Il tema però è davvero importante, e andrebbe affrontato in modo più riflessivo di quanto ci si possa attendere dall’attuale clima pre-elettorale.Negli anni recenti se ne è discusso a lungo in Francia, Spagna, Germania e nei Paesi scandinavi. Nel Regno Unito se ne dibatte regolarmente ad ogni scadenza della concessione decennale con cui lo Stato definisce i compiti e l’organizzazione della Bbc (Royal Charter). Recentemente in Svizzera è stato lanciato un referendum popolare sull’abolizione del canone, oggi destinato in larga parte alla radiotelevisione pubblica, mentre solo una parte marginale (4-6%) va alle radio private. 

La proposta di Renzi appare più un’improvvisazione che un obiettivo programmatico; e non ha l’aria di essere il frutto di una riflessione approfondita da parte di persone che conoscono bene i termini della questione. In sintesi, l’idea di abolire il canone per sostituirlo progressivamente con un finanziamento solo pubblicitario (dopo un periodo transitorio di aiuti decrescenti da parte dello Stato) contraddice i principi su cui si basa il servizio pubblico radiotelevisivo nella cultura europea. Una televisione finanziata esclusivamente dalla pubblicità è per definizione una televisione commerciale, dal momento che la sua esistenza si basa sulla vendita agli inserzionisti dell’audience che si è capaci di “produrre” con i programmi trasmessi in concorrenza con quelli delle televisioni private.

Cerchiamo di affrontare il tema in una prospettiva più ampia di quella circoscritta alla polemica pre-elettorale. Oggi in Europa ci sono tre modelli principali di finanziamento del servizio pubblico. Il più seguito è quello basato sul canone, con l’aggiunta della pubblicità che deve mantenere un ruolo secondario (con regole e pesi diversi da Paese a Paese). L’Italia, la Francia, la Germania e altri Paesi hanno adottato questo modello ormai da molto tempo, non senza periodiche critiche e messe a punto. Il secondo modello è quello basato esclusivamente sul canone. Questo tipo di finanziamento funziona fin dall’origine del servizio pubblico nella maggior parte dei Paesi scandinavi e nel Regno Unito, dove la Bbc ricava una parte di introiti (secondari ma non irrilevanti, circa il 20%) da attività commerciali non pubblicitarie. Il terzo modello è basato sul finanziamento prevalente a carico del bilancio ordinario dello Stato in assenza del canone. In Spagna non si è mai pagato il canone e, dopo varie vicende, oggi il servizio pubblico nazionale è finanziato prevalentemente dallo Stato con contributi aggiuntivi e con l’esclusione della pubblicità. Tra i contributi aggiuntivi ci sono quelli delle imprese televisive private e delle imprese di telecomunicazione, che devono versare il 3% dei loro introiti annuali a favore del servizio pubblico nazionale. Anche in Belgio non si paga il canone: nella regione fiamminga il finanziamento è statale e i canali pubblici non trasmettono la pubblicità, mentre nella regione vallone al finanziamento pubblico si aggiunge una parte secondaria di pubblicità. In Olanda non si paga più il canone dal 2000 e la televisione pubblica è finanziata con un prelievo sul bilancio ordinario dello Stato a cui si aggiunge come fonte secondaria la pubblicità. Nessuno dei principali modelli (qui tratteggiati solo nei loro aspetti essenziali) è esente da critiche e discussioni che si riaccendono in occasione del rinnovo delle concessioni o della proposta di nuove regole nei rispettivi Paesi d’adozione.

L’idea di far pagare a tutti gli utenti un canone per finanziare il servizio pubblico risale, com’è noto, agli anni Venti, quando nel Regno Unito nacque la radio pubblica; un modello poi adottato progressivamente dalla maggior parte dei Paesi europei. In Europa la radio e, poi, la televisione sono state gestite per lungo tempo in forma di monopolio pubblico e il finanziamento da parte degli utenti avrebbe dovuto favorire una gestione indipendente ed equidistante dalle forze politiche ed economiche, con il fine di perseguire obiettivi d’interesse generale. Ma il contesto radiotelevisivo e mediatico è cambiato radicalmente ovunque, e gli argomenti a sostegno della permanenza del canone si sono molto indeboliti. 

Le più importanti considerazioni critiche nei confronti del canone riguardano tre aspetti. I primi due, su cui non ci soffermiamo, sono da un lato che per il contribuente si tratta di un’imposta non proporzionale al reddito; dall’altro che per l’impresa che gestisce il servizio pubblico si tratta di una risorsa “rigida”, che non cresce secondo le esigenze imposte dall’innovazione tecnologica e dal mercato. Il terzo aspetto si basa sulla considerazione secondo cui oggi le abitudini di molti telespettatori sono cambiate rispetto ad epoche televisive precedenti. Nell’epoca del monopolio pubblico televisivo e poi fino a quando larga parte dei bisogni, degli interessi e dei desideri dei telespettatori era soddisfatta dai canali televisivi pubblici, la situazione destava minori critiche. Da tempo però in quasi tutta Europa i telespettatori che si rivolgono ai canali pubblici sono in calo e il loro numero ormai oscilla, secondo i Paesi, tra il 20% e il 40% del totale (dati dell’Osservatorio Europeo dei Media). È una situazione che appare irreversibile, se consideriamo sia la moltiplicazione, in atto da tempo, dell’offerta di contenuti audiovisivi, sia la progressiva frammentazione dell’audience. Oggi una parte dei telespettatori guarda sistematicamente altri canali, e non sente alcun bisogno di quelli pubblici; un’altra parte guarda anche i canali pubblici, in modo però occasionale o per caso; se non ci fossero forse non ne sentirebbe la mancanza. Insomma, i telespettatori che seguono prevalentemente l’offerta del servizio pubblico sono oggi una minoranza, e in prospettiva potrebbero più facilmente diminuire piuttosto che recuperare terreno. Inoltre, il fatto che il canone sia percepito come un’imposta destinata al finanziamento di un servizio specifico porta chi non utilizza tale servizio a considerarlo l’imposta come un “sopruso”.(Vi sono poi altri limiti del finanziamento basato totalmente o prevalentemente sul canone, ma di minor evidenza; li rimandiamo ad altra occasione.) 

Esistono poi due altri aspetti che occorre ricordare almeno brevemente e che riguardano da una parte il finanziamento derivato prevalentemente o totalmente dalla pubblicità, dall’altra quello derivato direttamente dal bilancio dello Stato. A uno si è già accennato e riguarda la natura incerta del finanziamento pubblicitario, dovuta alla sua dipendenza dal ciclo economico. Nei momenti di recessione infatti gli investimenti pubblicitari si riducono in modo netto, come è successo in Europa anche in occasione dell’ultima crisi. Ma il problema maggiore è un altro: la necessità di massimizzare l’audience per conquistare investimenti pubblicitari, in competizione con le altre imprese televisive, appare in generale poco o per nulla compatibile con la natura e gli scopi del servizio pubblico. La decisione di affidare il finanziamento della Rai alla raccolta pubblicitaria nuocerebbe alle televisioni private, in primis a Mediaset, ma nuocerebbe ancor di più al servizio pubblico, che rischierebbe il “suicidio”. La sua attività infatti non si distinguerebbe più da quella dei privati, perdendo così la sua funzione.

D’altra parte, anche affidare il servizio pubblico al finanziamento diretto dello Stato presenta dei rischi: il principale è quello di rafforzare l’influenza delle forze politiche, che idealmente dovrebbero invece limitarsi alla funzione di indirizzo e vigilanza, senza intervenire nelle decisioni gestionali e produttive. Si può prevedere che se questo rischio non è stato evitato nei Paesi dove i telespettatori pagano il canone, sembra ancora più difficile evitarlo con il finanziamento diretto dello Stato. 

Come si vede, i problemi che oggi investono le televisioni pubbliche in Europa sono vari e di non facile soluzione e la discussione è vivace un po’ ovunque. Non è questa l’occasione per dare consigli su come intervenire, però un’idea si potrebbe prendere in considerazione. Invece di essere costantemente alla ricerca di nuove risorse economiche per offrire “di tutto e di più” ai telespettatori, le televisioni pubbliche dovrebbero incominciare a offrire “ meno, ma meglio”.

 

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