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Gerusalemme, 11/12/2017
rubrica
  • lettere internazionali

Città Santa e controversa L’ambasciata degli Stati Uniti d’America verrà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il 6 dicembre scorso il Presidente Donald Trump ha ufficializzato l’intenzione, annunciandola pubblicamente e, al medesimo tempo, firmando un memorandum («Presidential Determination») rivolto al sottosegretario di Stato Rex Tillerson, per l’avvio delle procedure di trasferimento – il quale potrebbe tuttavia durare anche alcuni anni, per via delle numerose implicazioni politiche e amministrative che l’atto di volontà solleva. Il Senato statunitense, peraltro, già il 5 di giugno aveva approvato all’unanimità una risoluzione per commemorare il cinquantesimo anniversario della «riunificazione» di Gerusalemme, avvenuta con la conquista militare israeliana dei quartieri orientali durante la guerra dei Sei giorni. La medesima risoluzione riaffermava i principi contenuti nel «Jerusalem Embassy Act», approvato il 23 ottobre 1995 dal Congresso (374 voti a favore contro 37 contrari alla Camera dei deputati; 93 voti a favore e 5 contrari al Senato), che impegnava le Amministrazioni americane all’integrale trasferimento della delegazione diplomatica – oggi presente solo con un consolato – entro il 31 maggio 1999.

I presupposti richiamati rimandano alla «indivisibilità» della città e al riconoscimento di Gerusalemme come «capitale dello Stato d’Israele». Per queste stesse ragioni, pur tuttavia non necessariamente coincidenti l’una con l’altra, il trasferimento era stato rinviato dai diversi presidenti succedutisi alla Casa Bianca. Nel nome della sicurezza nazionale statunitense, ma soprattutto per non pregiudicare, con un atto di forza unilaterale, i precari equilibri di un fragile status quo legati alla mancata soluzione negoziale del conflitto israelo-palestinese, si era quindi procrastinato lo stato delle cose. Ogni sei mesi, infatti, il presidente in carica manifestava un «Presidential Waiver», una rinuncia temporanea delle prerogative spettantigli in virtù proprio della legge del 1995. Lo status di Gerusalemme rimane a tutt’oggi uno dei punti nodali del confronto tra israeliani e palestinesi, tanto più irrisolto poiché l’applicazione del principio «nothing is agreed until everything is agreed» (nulla può essere convenuto finché non ci sarà un accordo su tutto) ha condizionato ulteriormente lo stallo politico che da anni si accompagna alle mancate negoziazioni. La rilevanza simbolica della città per le tre religioni monoteiste, la complessità dei processi storici che ne hanno accompagnato l’evoluzione nei secoli, l’estrema varietà della popolazione, sono fattori ad altissima incidenza nel prosieguo della contesa.

Alla fine del 2016 Gerusalemme aveva 882.700 abitanti, di cui 550.100 ebrei e 332.600 arabi. L’incidenza della componente ebraica, al netto degli insediamenti limitrofi che non sono parte della sua municipalità, negli ultimi cinquant’anni è «costantemente diminuita» (così il demografo Sergio Della Pergola), passando dal 73,5% della fine del 1967 all’attuale 62,3%. Il differenziale demografico ha un impatto considerevole nelle dinamiche urbane ma anche in quelle politiche. Non a caso, infatti, alcune componenti del partito Likud hanno avviato una discussione sulla possibilità, in futuro, di scorporare i quartieri arabi, creando quindi un municipio autonomo, potenziale capitale del futuro Stato palestinese. Si tratta, tuttavia, di una delle diverse ipotesi a confronto. L’accesso ai luoghi sacri alle religioni fino a oggi è stato regolato in base a scelte unilaterali d’Israele o ad accordi bilaterali tra questo e gli enti religiosi interessati. In questo quadro estremamente delicato, dal 1948 a oggi gli Stati Uniti hanno formalmente assecondato le posizioni della comunità internazionale e del diritto vigente. Il quale rimanda alla risoluzione 181 delle Nazioni Unite, approvata nel novembre del 1947, che raccomandava per il destino della «Città Santa» la costituzione di un «corpus separatum», sotto un regime internazionale di gestione speciale.

L’acquisizione israeliana della parte occidentale della città, nel corso della guerra con gli arabi del 1948-49; l’annessione giordana della parte orientale nel 1950; la conquista militare di quest’ultima nel 1967 e, infine, l’approvazione da parte del parlamento israeliano, nel 1980, della Legge Fondamentale («Basic Law») su «Gerusalemme capitale d’Israele» («Gerusalemme, unita ed indivisibile, è la capitale di Israele» ed «è la sede del Capo di Stato, del Parlamento, del governo e della Suprema corte»), con il correlativo trasferimento di tutti gli organi sovrani, non sono riconosciuti de iure dal diritto internazionale, demandando semmai a una soluzione negoziata, quindi consensuale, l’intera materia. Ancora la risoluzione 478 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 20 agosto 1980 con quattordici voti a favore e l’astensione statunitense, definiva «nullo» l’intero processo legislativo unilaterale («null and void and must be rescinded forthwith»).

Attualmente, quindi, Gerusalemme è capitale di diritto per la giurisprudenza israeliana. Non per la comunità internazionale. Donald Trump, di contro a tutti i suoi predecessori, ha deciso di voltare pagina. Tre considerazioni politiche si impongono nell’immediato. La prima è che l’attuale presidenza statunitense decide in materia di contese internazionali privilegiando gli atti unilaterali o, comunque, quelle opzioni che rimandino a un rapporto di forza dove ritiene di essere in condizione di imporre la propria volontà a prescindere da negoziazioni. Altri orizzonti strategici sembrano difettarle del tutto. La seconda collega un tale monolateralismo al rapporto preferenziale che intercorre tra l’Amministrazione Trump e quella di Benjamin Netanyahu, premier israeliano di una coalizione politica fortemente connotata sul piano del rapporto con i palestinesi, dove allo status quo si accompagnano le politiche di forza messe in campo nei confronti dei territori cisgiordani, a grande maggioranza palestinese. Il terzo elemento, infine, rimanda al futuro della stessa controparte palestinese. Il «processo di pace», caldeggiato e sostenuto vent’anni fa, è definitivamente deragliato. Il vero problema politico è che a esso non si è sostituito null’altro che non sia la politica dei fatti compiuti. In una spirale che ancora una volta rischia di avvitarsi su di sé.

 

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