Rivista il mulino

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Da «il Mulino», n. 4/2009
Carrozze alla milanese
rubrica
  • Memoria /memorie

Nelle compagnie di amici c’è sempre quello che si crede simpatico e a un certo punto, dopo aver chiesto silenzio tintinnando col coltello sul bicchiere, si alza ed esclama la fatidica frase: «Sentite questa». Se poi racconta una barzelletta già sentita, facile che sia il presidente del Consiglio. Se il seguito è un suono gutturale, anche prolungato, allora vi sono buone probabilità di essere in presenza di un certo tipo di homo leghisticus. Attenzione: non un leghista qualsiasi. Lo stereotipo del valligiano greve e analfabeta è ormai superato da personaggi del calibro di Bobo Maroni, che non è affatto un valligiano.

Il soggetto in questione è il leghista goliarda. Quello che tende a occultare la propria natura più profonda – «Fuori la Calabria dalla Nato», «I molisani aiutiamoli a casa loro», «Quando sento la parola cannolo siciliano metto mano alla Beretta» – sotto l’aspetto di una Oktoberfest permanente. Laddove l’obiettivo ultimo non è quello che zio Adolfo teorizzò proprio sotto le volte – guardacaso – di una birreria, ma la separazione tra «noi» e «loro». Che già al terzo boccale diventa faccenda complessa. Nella Prima repubblica e mezzo, quando i leghisti erano duri (non fate ironie) e puri, il ruolo era incarnato da Francesco Enrico Speroni. Teorico della via texana al federalismo, si presentava all’Europarlamento vestito da bancario in acido, pettinato con un riportino alla Nunzio Filogamo, salvo poi sibilare concetti del tipo «Gli italiani fanno schifo, l’Italia che non vuole la devolution fa schifo». I commentatori ne osservavano la cravatta a guisa di pesce e glissavano. Sottovalutandolo. A torto. Perché nello Speroni, nei suoi viaggi a sbafo verso Bruxelles – era funzionario Alitalia, ci andava gratis ma si faceva rimborsare: scoppiò un casino – erano già presenti i prodromi della Lega 2.0. Che ha sviluppato una sorta di sindrome Nimby (Not in My Backyard: non nel mio giardino) della legalità, dei comportamenti, della coscienza. Che tradotto significa: pugno di ferro, regole d’acciaio, tolleranza zero, ma solo con i neghér. Le spiace mica se non faccio fattura, vero?

Di Speroni non resta quasi traccia. Sta ancora in Europa, terzo mandato, una specie di vitalizio all’onor della cassoela. Lo chiama giusto Radio Radicale quando Calderoli sta in malga e il telefono non prende. Poco altro. Ma ha figliato. E il suo epigono, lo Speroni del 2000, la crasi suprema tra lotta, governo e gara a chi fa la pipì più lontano, si chiama Matteo Salvini. I tratti in comune abbondano. Intanto, anche Salvini è già arrivato al Grand Hotel Unione europea. Inoltre, pure lui si veste da scapestrato senz’arte né parte, con un combinato disposto tra capelli e magliette che ricorda, più che i guerrieri celtici, il protagonista di «American Pie». Infine, anche lo Speronino (accento sull’ultima «i», mi raccomando) le spara grosse. Grossissime. E come quello della birreria, si fa aiutare dall’aria: quella di Radio Padania Libera.

Radio Padania ha aspetti da cartone animato che solo vent’anni fa, con grave errore di prospettiva, l’avrebbero relegata a bersaglio per le freccette della satira. Chi telefona, quasi sempre sillaba il saluto «Buona Padania a tutti». Che, anche dando per buona una nazione che non esiste, e cioè dimenticandosi dell’effetto che farebbe augurare «Buona Paperopoli» a chicchessia, risulta ancora un filo comico: perché salutare qualcuno con un’entità geografica? E soprattutto, perché tutta la Padania? Coerenza vorrebbe la personalizzazione federalista del saluto: «Buon Casalpusterlengo». «Splendida Rho a tutti». «Abbiatevi una serena Carate Brianza». Invece no. Ma a noi non importa cosa sia mezzo, cosa messaggio, né quale sia l’anello di congiunzione tra la naïvité un po’ furbesca dei militanti leghisti e l’adesione acritica dei vertici padani all’Italia di Berluscaz, Berluskaiser, insomma l’Italia del tizio cui «la Padania» – il giornale – poneva domandone mica facili, e tuttora irrisolte, sulle presunte origini mafiose dell’impero Fininvest.

Qui importa Salvini. Che tra gli applausi degli ascoltatori festanti, nel suo ruolo di consigliere comunale milanese (ma è anche deputato al Parlamento italiano, per un totale di tre ottimi stipendi: niente male per chi abbaia contro i professionisti della politica) ha proposto di istituire vagoni riservati ai lumbard sulla metropolitana milanese. Salvini ha poi smentito, ha parlato di provocazione. Ma proprio qui si annida tutta la differenza tra la vecchia e la nuova Lega: quando Bossi parlava di raddrizzare la schiena ai giudici a nerbate, provocava. Ci avrebbe pensato Berlusconi. Quando ammoniva che in Padania le pallottole costano solo 300 lire, provocava. Costavano di più, infatti l’insurrezione non ci fu. Al nord si risparmia. Quando il senatur millantava 20.000 bergamaschi armati pronti a fare la rivoluzione, provocava. Basterebbero trecento ultras dell’Atalanta. Anche a mani nude. Oggi la Lega non provoca. Se promette i respingimenti, mantiene. Se promette le ronde, mantiene. Se promette i vagoni ambrosiani, prima o poi manterrà. Anche perché verosimilmente basterebbe una carrozza sola: i milanesi, a Milano, sono 18. Semmai il problema sarà quello di scavalcare con un colpo d’ala gli ovvi problemi pratici.

Come lo riconosci, un indigeno doc? L’istinto sarebbe quello di pensare ai Legnanesi come macchinisti, o a Memo Remigi in luogo del controllore: «Sapessi com’è strano, sentirsi innamorati a…» (un brano da ricordare con affetto, sigla di inizio trasmissione di TeleMilano58, futura Canale 5). Se quello risponde «Islamabad», via dal vagone. Ma anche questa è ottusa facezia, sottostima del fenomeno. Miopia, di fronte alla realtà della Lega reloaded incarnata da Salvini: quella che è partita inseguendo il mariuolo Mario Chiesa, nel ’92, e adesso se lo ritrova alle spalle. Ultimo vagone di una locomotiva Lombardia che brucia buona parte dei 100 miliardi di corruzione che scompaiono ogni anno in Italia. Un vagone per i tangentari, un vagone per i concussori, un vagone per quelli che fanno affari con le mafie, un vagone per quelli che ammazzano i vecchietti pur di prendere i soldi della Sanità pubblica… Tutti milanesi, caro Salvini. Allora, ci dica: su quale carrozza ci toccherà salire?

[Questo articolo è "La farina del diavolo" pubblicata sul n. 4/2009 del «Mulino»]

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