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Una vittoria dei veneti
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Come sempre, per comprendere bene i risultati di una consultazione elettorale, è bene guardare prima di tutto ai numeri assoluti. In Veneto domenica scorsa sono andati alle urne 2 milioni 329 mila elettori, e fra questi 2 milioni 274 mila hanno votato "sì". Alle elezioni regionali del 2015, i votanti complessivi erano stati 2 milioni 212 mila: fra questi, 1 milione 427 mila ha votato per candidati autonomisti (Zaia, Tosi e Morosini). Quindi, i "sì" sono stati 900 mila di più rispetto ai voti autonomisti del 2015. Se domenica avessero votato "sì" solo questi ultimi, sarebbe andato alle urne il 36% degli aventi diritto, mentre l’affluenza effettiva è stata del 57%. La Liga Veneta da sola non sarebbe mai riuscita a vincere questo referendum.

Quindi il grande fatto politico – destinato a marcare la storia (non solo) politica del Veneto per i prossimi anni – è che la grande maggioranza dei veneti, di ogni colore politico, ha riversato nelle urne una grande richiesta di autogoverno. Certo, come sempre accade nei referendum, che costringono a scelte prive di sfumature, ognuno è andato a votare con obiettivi diversi. C’è chi vorrebbe l’indipendenza, chi vorrebbe l’autonomia stile Alto Adige, chi si accontenterebbe di avere alcune competenze in più. C’è chi ha votato contro Roma, chi per Venezia, chi per Zaia e chi contro Zaia…

Tuttavia, come già accaduto per il referendum costituzionale, credo si debba stare sui fatti: il 4 dicembre, anche chi ha votato contro Renzi di fatto ha votato per mantenere lo status quo. Allo stesso modo, chi domenica in Veneto ha votato "sì", anche se magari vorrebbe restaurare un improbabile Dominio Veneto “da Tera e da Mar”, o trattenere in Veneto tutte le tasse, di fatto ha votato per qualcos’alto, ossia per intraprendere un percorso di autonomia ben definito dall’articolo 116 della Costituzione.

Certamente è quello che hanno chiesto, votando "sì", centinaia di migliaia di elettori veneti del Partito democratico. La scelta di votare "sì" – espressa dalla nuova Segreteria regionale del Pd, sostenuta dalla stragrande maggioranza dei sindaci e degli amministratori Pd e dei rappresentanti Pd a Roma e a Venezia – deve ora diventare un fatto politico. Luca Zaia e la Liga Veneta vanno incalzati nella trattativa con Roma, e il governo va tenuto sotto pressione per avviare questa trattativa fin da subito, in modo lineare e politicamente serio.

I risultati di questo referendum dovrebbero anche aprire una riflessione nazionale sul problema del residuo fiscale. A mio avviso, la sua stima più ragionevole è quella di Luca Ricolfi, che, nel Sacco del Nord (2010), distingue il residuo fiscale in “giustificato” (dal maggior reddito, e quindi dal principio costituzionale della progressività dei tributi e quindi della solidarietà fiscale) e “ingiustificato”. Secondo i calcoli di Ricolfi, nel 2006 lo Stato trasferì un totale 83 miliardi di euro tra le Regioni che pagano più di quanto ricevono alle altre. Di questi 83 miliardi, ben 55 sono stati trasferimenti ingiustificati rispetto alle condizioni di massima solidarietà. Ora, tale situazione sarebbe ben giustificabile se si assistesse a un progressivo riavvicinamento del reddito delle Regioni in passivo rispetto a quelle in attivo. Purtroppo, nel corso degli ultimi decenni, questo non è avvenuto. Non ha quindi molto senso – a mio avviso – prendersela con i veneti egoisti. È l’intero sistema della solidarietà fiscale e dell’efficienza della spesa pubblica che andrebbe rivoluzionato.

 

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