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L'America in ginocchio
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Per aver sollevato il pugno chiuso sul podio olimpico dei 200 metri ai Giochi di Città del Messico ‘68 mentre risuonava l’inno nazionale, Tommie Smith e John Carlos furono espulsi dal villaggio olimpico. Subito sospesi dalla squadra statunitense, una volta tornati in patria vennero insultati, minacciati di morte e costretti a rinunciare alle proprie carriere. Oggi la foto che li ritrae sul podio è un’icona del Novecento, un simbolo di libertà che celebra la presa di coscienza di una generazione di atleti che si fece portavoce anche in campo sportivo delle battaglie, vinte, per i diritti civili.

Ispirandosi a loro – non c’è dubbio – nell’agosto del 2016 Colin Kaepernick, allora quarterback di riserva dei San Francisco 49ers, ha iniziato la sua protesta contro la violenza e il razzismo nella polizia, dapprima sedendosi, poi inginocchiandosi durante l’inno, e dichiarando: «Non mi alzo per mostrare orgoglio verso la bandiera di un Paese che opprime i neri e le persone di colore. Per me è una questione che va oltre il football e sarebbe egoista da parte mia guardare dall’altra parte». Rispetto allo storico caso dei due velocisti afroamericani, però, la particolarità del gesto di Kaepernick sta nella sua reiterazione. Se il podio olimpico rappresentava uno scenario globale ma eccezionale, quello della cerimonia prepartita durante un’intera stagione Nfl è diventato un palcoscenico settimanale da cui provare a stimolare un cambiamento positivo.

Quello di Kaepernick, peraltro, non è stato neppure il primo gesto di solidarietà di uno sportivo legato al movimento Black Lives Matters. Nel dicembre del 2014, per esempio, molte stelle del basket, fra cui LeBron James, avevano indossato una maglietta con la scritta «I can’t breathe» in ricordo di Eric Garner, senza per questo venir multate dalla Nba; mentre nel marzo del 2015 l’allora cestista dei New York Knicks, Carmelo Anthony, si era unito, nella sua Baltimora, alla manifestazione che chiedeva giustizia per Freddie Gray. Non c’è dubbio, però, che la protesta di Kaepernick sia stata quella con maggiore seguito.

Nelle settimane successive, infatti, si è avuto un vero e proprio «Kaepernick effect». Almeno 49 giocatori di football Nfl si sono inginocchiati, seduti o hanno sollevato il pugno durante l’inno nazionale e tre squadre si sono legate le braccia in segno di unità contro la discordia razziale. La protesta ha coinvolto anche 14 giocatrici della Wnba di basket, la stella della nazionale di calcio Megan Rapinoe, il nuotatore Anthony Ervin, ma soprattutto tanti atleti a livello universitario e inferiore e persino cantanti dell’inno pre-partita.

Per quanto i protagonisti delle proteste avessero sottolineato come queste non fossero dirette contro la polizia, i militari o l’America, ma contro l’ingiustizia sociale, per il semplice fatto che andavano a toccare due simboli nazionali come la bandiera e l’inno, non potevano non suscitare reazioni. Non è un caso che Kaepernic non abbia trovato squadra nella stagione 2017-2018. Nel corso degli ultimi anni, infatti, specie dopo l’11 settembre 2001, la cerimonia prepartita, in cui viene suonato l’inno e onorata la star and stripes, ha finito per legarsi ulteriormente al militarismo ed è diventata, talvolta anche in maniera esplicita, un omaggio alle vittime di guerra e ai veterani; un processo in parte spontaneo ma anche indotto, basti pensare che tra il 2012 e il 2015 il Dipartimento di Difesa ha speso 6,8 milioni di dollari per supportare economicamente il patriottismo nel mondo dello sport.

L’arena sportiva, come spesso avviene, ha fatto emergere le fratture del Paese e, data la sua elevata visibilità, non poteva essere ignorata dalla politica. Obama, di fronte alle prime proteste di Kaepernick, aveva provato a spoliticizzare il gesto cercando di trovare l’equilibrio tra patriottismo e il primo emendamento della Costituzione: «Credo che onorare la nostra bandiera e il nostro inno sia parte di quello che ci unisce come nazione, ma voglio anche ricordare che quello che rende questo Paese speciale è che rispettiamo il diritto di avere un’opinione differente».

Trump, invece, una volta entrato alla Casa Bianca, ha preferito lo scontro alla mediazione. Probabilmente spaventato dalla crescente solidarietà e de-radicalizzazione del movimento – con l’inizio della nuova stagione sempre più atleti bianchi avevano sostenuto la protesta dei compagni neri e a Cleveland addirittura i giocatori dei Browns avevano formato una catena umana con la polizia e i pompieri contro le differenze razziali – ha personalizzato il confronto. Il 22 settembre 2017, invitando gli spettatori ad abbandonare lo stadio di fronte a questi gesti, ha dichiarato: «Non vi piacerebbe vedere uno dei proprietari delle squadre [Nfl], quando qualcuno manca di rispetto alla nostra bandiera, dire: “Prendete quel figlio di puttana e toglietelo subito dal campo. Fuori. È licenziato”?».

L’insulto ha provocato una forte reazione corporativa da parte non solo dei singoli giocatori di football, ma anche del sindacato (Nflpa), di alcuni proprietari e della stessa Nfl, che in occasione degli incontri successivi hanno manifestato il loro dissenso a Trump in maniera talmente eclatante da finire nelle prime pagine di tutto il mondo. Persino la stella del football e pupillo dei repubblicani, Tom Brady, ha definito i commenti di Trump «divisivi». Nel mondo della pallacanestro le proteste alla presidenza sono invece arrivate per l’annullamento della premiazione ai campioni Nba dei Golden State Warriors, che per Trump avrebbe rischiato di trasformarsi in un flop, date le quasi certe defezioni delle stelle della squadra, a partire da Curry. Infine le sue maldestre uscite hanno contribuito a estendere le proteste in discipline considerate feudi Wasp come il baseball e l’hockey su ghiaccio e persino al di fuori delle cerchie sportive.

Allo stesso tempo, però, le dichiarazioni di Trump hanno ridotto gli spazi di neutralità. Ergendosi in maniera strumentale a difesa dell’inno, il presidente americano ha sostanzialmente imposto un’equazione – chi lo rispetta è con me, chi lo disonora è contro l’America e chi sacrifica la sua vita per difenderla – inaccettabile per molti, ma che ha comunque provocato spaccature nello sport professionistico statunitense. Per esempio, il mondo della Nascar si è schierato in maniera compatta a favore di Trump e alcuni atleti Nfl, nonostante la presa di posizione collettiva della loro squadra, sono rimasti in piedi durante l’inno, mentre addirittura alcuni ristoranti si sono rifiutati di far vedere le partite di football. Ecco perché, dopo le dichiarazioni di Trump, la protesta ha sì avuto una crescita esponenziale di consenso, ma ha finito anche per cambiare i connotati. Gli slogan fanno meno riferimento alla lotta, sostenuta da Kaepernick, contro la brutalità e il razzismo di una parte della polizia, concentrandosi invece sul tema della «unity», che pur insistendo contro le discriminazioni razziali, risulta più inclusivo.

Al di là di una situazione che resta in continua evoluzione – domenica 8 ottobre il vicepresidente Mike Pence ha lasciato lo stadio di Indianapolis dopo che una ventina di atleti dei San Francisco 49ers si erano inginocchiati durante l’inno – il Take a knee movement conferma che lo sport, in virtù della sua elevata visibilità, è anche un’arena politica.

 

 

E non lo è soltanto se un atleta decide di fare un gesto eclatante sfruttando il palcoscenico che ha a disposizione. Quando George Foreman nel 1968 a Città del Messico, dopo aver vinto l’oro nel pugilato, sollevò esultante la bandiera americana, stava facendo un gesto tanto politico quanto quello del pugno chiuso di Smith e Carlos. L’unica differenza era che il primo non solo era accettato ma anche preteso dall’establishment, mentre il secondo venne duramente condannato. Da questo punto di vista, le uscite volgari e infantili di Trump hanno perlomeno avuto il merito di mettere ulteriormente in luce come la politicizzazione dello sport non sia solo di chi si oppone allo status quo ma anche e soprattutto delle élite dominanti. Senza l’enfasi patriottica nei confronti dello sport supportata economicamente dal governo federale – che solo dal 2009 ha imposto agli atleti di presenziare durante l’inno – la protesta iniziata da Kaepernick non avrebbe assunto queste forme. Il quarterback, comunque, la sua battaglia l’ha vinta e paradossalmente anche grazie a Trump. Oggi, infatti, anche in virtù del suo gesto, quello dell’ingiustizia sociale è un tema centrale nel dibattito pubblico statunitense.

 

 

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