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I poveri fanno paura
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“Mi vuoi bene?”, l’invocazione di soccorso – che è allo stesso tempo mozione degli affetti – rivolta dal bambino di Ischia finito sotto le macerie del sisma del 22 agosto scorso ai vigili del fuoco che tentavano di tirarlo fuori da quella trappola di cemento stride con gli insulti razzisti che, in quegli stessi drammatici istanti, sono apparsi in Rete. Eccone un campionario: “Bene terremoto a Ischia. Aspettiamo con ansia il risveglio del Vesuvio. Pensiero del 90% degli italiani”; “Speravamo nel Vesuvio ma il terremoto va bene lo stesso”; “Terremoto a Ischia… dove mangiano 40 kg di carne di coniglio pro-capite l’anno, direi che è Karma…”.  

Purtroppo non si tratta di episodi isolati. Anche in occasione del crollo della palazzina di Torre Annunziata avvenuta qualche mese addietro, che causò la morte tra gli altri di due bambini, la gravità dell’evento e la generosità dei soccorritori e della gente comune (che faceva la spola portando panini, sigarette, caffè e ogni altro genere di conforto) non hanno impedito di rispolverare slogan razzisti nei confronti delle vittime. In entrambe le circostanze si sono chiamati in causa l’abusivismo e l’assenza di controlli, non tanto per denunciare che in molti comuni del Sud l’edilizia pubblica è una voce di bilancio quasi inesistente, quanto per giungere alla conclusione che in fondo questi corrotti di meridionali se la sono andata a cercare.

Qui non intendo affrontare il tema, oggi “caldo”, dell’opportunità o meno di mettere sullo stesso piano l’abusivismo di sussistenza, basato sull’autocostruzione e l’utilizzo di materiali di scarto per necessità, gli abusi edilizi del ceto medio e le grandi speculazioni edilizie che recano gravi danni all’ambiente, alla sicurezza pubblica e all’estetica del paesaggio. Né il fallimento di ogni riforma della Pubblica amministrazione: anche il procedimento per rilasciare un permesso di costruire può durare decenni (e questo in tutt’Italia). O la mancanza dei piani urbanistici necessari a sbloccare i condoni e a selezionarli, con la conseguenza di centinaia di migliaia di pratiche inevase (in questo caso invece soprattutto nei comuni meridionali). E non intendo neanche sottolineare la fragilità di un modello di sviluppo basato interamente sul turismo, che quando si riduce a essere l’unica fonte di reddito più facilmente diventa predatorio, per i turisti e per gli stessi residenti e operatori turistici che cercano di trarne tutto il vantaggio possibile nel breve periodo senza preoccuparsi della sua sostenibilità futura. Ciò su cui vorrei interrogarmi in questa breve nota è piuttosto l’identità di quella minoranza rancorosa e razzista che pensa di rappresentare il 90% degli italiani. Il loro livore, la totale mancanza di empatia, fa venire in mente quel verso della poesia Piccoli annunci di Wisława Szymborska che recita: “Chiunque sappia dove sia finita / la compassione (immaginazione del cuore) / – si faccia avanti! Si faccia avanti! […] Si cerca persona qualificata”.

Infatti a essere in gioco non sono rivalità calcistiche ma qualcosa di più profondo, per il quale è stato coniato un neologismo: aporofobia, vale a dire l’odio verso i poveri. Non a caso l’invocazione stantia al vulcano sterminatore non mira a sopprimere il notabilato napoletano, oggetto tutt’al più d’invidia, ma è rivolta contro la povera gente. Un’umanità dolente che per fortuna riesce ancora a opporsi ai processi di incarognimento della marginalità, altrove così devastanti, pur non avendo gli strumenti per tradurre la qualità della vita, dal punto di vista della ricchezza delle relazioni che si intrattengono, in pratiche sociali collettive di cambiamento.

Ma la cronaca dei fatti, e le reazioni che questi suscitano nei testimoni privilegiati e nei facitori d’opinione, chiama in causa alcune nostre categorie; nostre, di scienziati sociali. Ché forse è il caso di rimettere in campo lo statuto delle scienze sociali, innanzi agli intollerabili sermoni e ai moralismi di pessima lega di certo editorialismo imperterrito, che doppia la vacuità dei commentatori politici.

Tra queste categorie, quella di “familismo amorale”. Se non si vuole rinunciare ad adoperarla prendendo atto di quanto si sia consumata nell’uso improprio, occorre aprire gli occhi su un dato: il familismo amorale non è fenomeno meridionale, è fenomeno nazionale. Ed è componente nient’affatto secondaria della ormai compiuta – o pressoché compiuta – trasformazione dei partiti in Italia. Nei network in cui ormai i partiti consistono, ammagliati intorno alle leadership personali, la componente familiare e di piccolo gruppo è uno snodo di non poco rilievo: ce lo dicono le cronache giudiziarie, oltre ad alcune, purtroppo isolate, ricerche sul campo.

E i partiti – questi partiti – ormai non hanno più, non aspirano ad avere, alcuna funzione pedagogica, né sono capaci di filtrare interessi costruendo politiche coerenti. Non rappresentano; rispecchiano e assecondano, sull’onda del contingente e dei sondaggi.

Da questi partiti è difficile attendersi la capacità di affrontare il nodo della diseguaglianza, diseguaglianza tra persone, diseguaglianza tra parti del mondo. Un nodo non sciolto, che rimanda ad altre questioni irrisolte, a partire dalle migrazioni, non arrestabili o provvisoriamente arrestabili solo a prezzo di mettere pesantemente in discussione il carattere democratico degli ordinamenti nazionali. Un nodo che aggrava la povertà: povertà dei migranti, povertà degli “autoctoni”. Tutti con lo stesso stigma. Considerati o come un problema di ordine pubblico o come una questione da affrontare con il volontariato caritativo (da parte quasi soltanto delle organizzazioni ecclesiali, cattoliche soprattutto). Mai con delle vere politiche economiche e di sostegno al reddito dirette anche ai poveri considerati “non meritevoli” perché in età di lavoro, pur vulnerabili e privi di qualifiche, o perché problematici per diverse ragioni. Quegli idranti e quei manganelli alla stazione di Roma parlano appunto di questa impotenza della politica. Lì non è andata in scena la faccia feroce dello Stato, ma la sua debolezza democratica.

Lo stesso linguaggio parlano i commentatori e gli “odiatori” del web sui poveri sotto le macerie di Ischia: va bene il “bambino eroe”, per lui il riscatto individuale è possibile (sperando per il suo bene che non diventi l’ospite conteso delle trasmissioni strappalacrime). Ma per gli immigrati, per i nuovi “lazzari” napoletani, nessun riscatto collettivo è possibile. E ogni politica è inutile.

 

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