Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Santiago del Cile, 25/8/2017
rubrica
  • lettere internazionali

Un passo storico nella legalizzazione dell’aborto. Lunedì scorso il Tribunale costituzionale cileno ha dichiarato la piena costituzionalità del progetto di legge che propone la depenalizzazione dell’aborto in Cile. Proposto dal governo dell’attuale presidente Michelle Bachelet all’inizio del suo secondo mandato, nel 2015, il progetto prevede l’introduzione di tre causali – pericolo di vita della donna, malformazione del feto e violenza sessuale – che stabilirebbero le circostanze in cui una donna può non portare a termine la gravidanza. La decisione del tribunale segna una svolta storica per il Cile che – insieme a Salvador, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Città del Vaticano e Malta – è oggi uno dei sei Paesi al mondo in cui l’aborto è vietato in ogni circostanza.

La normativa che attualmente vieta l’interruzione di gravidanza in Cile risale al 1989 e costituisce una delle ultime leggi emanate dal generale Augusto Pinochet, pochi mesi prima che la sua dittatura volgesse al termine. Dopo due anni e mezzo di discussioni parlamentari, a luglio il Senato aveva approvato il testo, che è stato poi impugnato davanti al Tribunale costituzionale. La richiesta di giudicare la coerenza del progetto con il testo costituzionale è venuta dalla coalizione di destra Chile Vamos, il cui leader, Sebastian Piñera, è stato presidente del Cile nel 2005 e risulta tra i favoriti alle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 19 novembre. Interessante notare che il voto decisivo che ha fatto passare indenne la proposta nel giudizio del Tribunale costituzionale è stato quello di María Luisa Brahm, ex funzionaria del governo Piñera.

Sebbene il Cile sia considerato come uno dei Paesi più liberali e progressisti dell’America Latina, la ragione del ritardo nella legalizzazione dell’aborto è imputabile al carattere fortemente cattolico del Paese, dove il potere politico e istituzionale di organizzazioni come l’Opus Dei è evidente. Basti pensare che – oltre a controllare una delle maggiori università del Paese (Universidad de los Andes) e numerosi collegi – l’Opus Dei è arrivata nel 2005 fino alle porte del Palazzo de La Moneda, quando il candidato del partito di destra Udi e membro dell’Opus Dei Joaquín Lavín Infante è arrivato terzo nella corsa alle presidenziali. Oggi, Mario Fernández Baeza, anch’egli soprannumerario dell’Opus Dei, è ministro dell’Interno del governo Bachelet. Nonostante la forte impronta cattolica dell’élite, il Paese ha negli ultimi anni manifestato un’apertura nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza. Gli ultimi sondaggi prima dell’approvazione della normativa parlavano infatti di un 71% della popolazione cilena a favore della svolta legislativa.

È comprensibile dunque la soddisfazione espressa da attori sociali e politici davanti alla decisione del Tribunale che permetterà al progetto di convertirsi in legge entro 90 giorni. Michelle Bachelet definisce la decisione “un importante passo per la democrazia”, mentre festeggiano le associazioni come Miles che, nata in piena dittatura e finanziata dalla fondazione Isabelle Allende, è guidata dalla sociologa Claudia Dides che ha contribuito alla realizzazione del progetto. Anche Beatriz Sanchez – che nelle primarie di luglio si è aggiudicata la leadership della principale coalizione di sinistra Frente Amplio – afferma che “oggi il Cile è un Paese migliore”. Non mancano tuttavia le reazioni contrarie del mondo cattolico, mentre Piñera si dichiara in totale disaccordo con la decisione del Tribunale e promette – in caso di vittoria alle presidenziali – programmi di aiuto alle donne in situazioni vulnerabili.

Come spesso accade davanti a grandi svolte legislative, il Cile dovrà confrontarsi ora con alcune problematiche che, nella fattispecie, sembrano legate all’adeguamento dell’offerta sanitaria e alla generale implementazione della nuova legge. Già si avverte che le maggiori questioni che dovranno essere risolte sono quelle relative all’obiezione di coscienza, che nella proposta legislativa originale era prevista per i soli medici e paramedici in sala, ma che in sede di discussione parlamentare la Democrazia cristiana ha voluto estendibile all’intera struttura ospedaliera. Bisognerà aspettare il 28 agosto per leggere la decisione completa del Tribunale costituzionale e capire quanto e come l’appello all’obiezione di coscienza sarà limitato. La soluzione di questo punto ci dirà se il ricorso all’obiezione rischierà di mettere a repentaglio l’efficacia della legge fin dalla sua nascita. Il margine di autonomia dei singoli dipendenti sembra già condizionato in quelle strutture il cui quadro dirigente continua ad assumere una dichiarata posizione antiabortista. Emblematica da questo punto di vista la reazione del rettore dell’Università Cattolica Ricardo Paredes, che ha dichiarato che, a meno che non si tratti di un immediato pericolo per la vita della donna, tutte le pazienti che richiederanno un intervento di interruzione della gravidanza per le ragioni ammesse dalla normativa saranno rimandate ad altre strutture. Affermazioni, queste, che mostrano la difficoltà di distinguere tra un’obiezione di coscienza autentica, personale e meditata e un’obiezione condizionata dalle circostanze e adottata per evitare ripercussioni lavorative, richiamando all’attenzione la situazione italiana che oggi più che mai sembra affetta dal medesimo conflitto.

Il Cile festeggia una tappa importante nel rispetto dei diritti umani, tagliando un traguardo che l’Italia ha raggiunto con largo anticipo nel 1978. A quasi quarant’anni dall’emanazione della legge 194 che nel nostro Paese legalizza l’aborto, tuttavia, il Comitato per i diritti umani dell'Onu nelle sue recenti osservazioni sulla situazione italiana si è detto "preoccupato per le difficoltà di accesso agli aborti legali a causa del numero di medici che si rifiutano di praticare l’interruzione di gravidanza per motivi di coscienza". Con una media nazionale del 70% di medici obiettori e picchi superiori all’80% in otto regioni, oggi l’Italia vede lo stallo di una legge che di diritto ci posiziona tra i Paesi più liberali del mondo, ma che di fatto trova ostacoli preoccupanti alla sua applicazione. Chissà che l’osservazione della nuova situazione cilena non ci aiuti a fare qualche passo avanti per tentare di risolvere il paradosso.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI