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Perché mancano gli insegnanti di matematica
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Dopo anni di allarmi passati più o meno inascoltati il nodo sulla mancanza di insegnanti di matematica è giunto al pettine. Le analisi comparse sui quotidiani, oltre che citare il dato nudo e crudo (“Nelle scuole italiane mancano 4.000 insegnanti di matematica”), sottintendono una diagnosi: la vocazione, qualità necessaria per esercitare la professione, scarseggia. La passione, la predisposizione e l’impegno non bastano più. Nei fatti un’analisi non del tutto sbagliata. Non tanto perché, impalpabile quale appare, la matematica potrebbe sembrare disciplina da accostare alla religione, e il suo insegnamento al sacerdozio.

Com’è noto, dal dopoguerra in poi la statura sociale dell’insegnante si è ridotta progressivamente, erosa da una necessaria moltiplicazione di scala dell’istruzione obbligatoria e superiore e dall’incapacità del Paese a farne fronte. Tanto che si è via via perso di vista il suo valore di investimento in un orizzonte temporale e culturale che vada oltre la legislatura. La conseguenza è stata un progressivo disinvestimento. Negli ultimi vent’anni in particolare, i tagli di risorse hanno sortito tra i tanti anche il sicuro effetto di annegare gli insegnanti nella burocrazia.

Perché, dunque, nelle nostre scuole gli insegnanti di matematica scarseggiano? Stavolta il capro espiatorio per dare una riposta è stato individuato nel concorso regionale di accesso all’insegnamento che ha bocciato (almeno al Nord) circa la metà dei candidati perché ritenuti non idonei a insegnare la materia. E meno male, direi, dato che i danni che fa un incompetente che insegna la matematica sono veramente “incalcolabili” e si propagano per generazioni in modo lamarckiano.

Il problema in realtà ha cause molteplici e più profonde e le soluzioni non sono dietro l’angolo. La matematica, linguaggio universale di tutte le scienze dure, è insegnata in un corso di laurea che richiede impegno, costanza e una predisposizione non proprio alla portata di tutti. Si tratta di un corso di laurea selettivo anche in itinere, tanto che la frazione degli studenti che emigrano presto verso altri studi è sostanziosa. Ma queste sono state costanti storiche. Una ragione nuova per la carenza di insegnanti in matematica è apparsa solo nell’ultimo decennio a seguito di una scoperta sconcertante: la matematica serve! Nella attuale, rapidissima trasformazione del mondo del lavoro la figura del matematico capace di modellizzare quantitativamente un problema e impostare una soluzione, analitica o numerica, è diventata indispensabile. Questo vale ormai in moltissimi settori, ben oltre quello strettamente tecnologico.

Banche, assicurazioni, società di consulenza, gruppi che fanno analisi di mercato, aree emergenti quali quella dei big data, dei sistemi complessi e dell’intelligenza artificiale nelle sue declinazioni più avveniristiche assumono matematici. Un impiego da matematico si trova non solo nelle multinazionali ma anche nelle scale più ridotte delle piccole realtà aziendali di cui il Paese è ancora relativamente dotato. Tutti questi nuovi sbocchi occupazionali hanno in comune stipendi allettanti e ottime prospettive di progressioni in carriera. Proprio ciò che al mestiere di insegnante manca. Le pastoie burocratiche dell’ultimo ventennio e la lentezza a singhiozzi del turn over a scuola hanno addirittura aggiunto la fama del miraggio irraggiungibile alla posizione di ruolo. Ovvio, dunque, che il laureato in matematica, che studiava il teorema del limite centrale mentre molti degli amici di liceo facevano mattina ai pub, abbia altre aspirazioni.

Ho letto diverse soluzioni fantasiose al problema della carenza di insegnanti di matematica. Chi invoca la stabilizzazione dei precari, chi un travaso di competenze da altre lauree scientifiche, chi addirittura una fantomatica importazione dall’estero. Il tutto ovviamente ignorando che nessuna delle opzioni prospettate produrrebbe neppure una frazione dei numeri che servono dopo il necessario test di competenza, ammesso (come spero) e non concesso (come temo) che questo non venga modificato al ribasso. Alcune scuole private invece hanno trovato una soluzione quantomeno funzionale, quella di dare stipendi e incentivi proporzionati ai titoli, alle competenze e al valore del mestiere nel mercato del lavoro. E nella scuola pubblica? Certo che no. Nel nostro Paese un simile approccio si scontra col totem dell’uno vale uno, che ormai serve solo a scimmiottare a buon mercato l’idea di democrazia. Nel frattempo la scuola pubblica, che nell’ottica di Calamandrei rappresentava un organo costituzionale, continua il suo processo di sgretolamento.

Eppure, nonostante tutto ciò, questo nostro Paese continua a produrre talenti, alcuni dei quali diventano anche ottimi insegnanti. Ma sono figure in via di estinzione. Mentre andrebbero coltivati e difesi, incentivando l’attrattività da parte dell’istruzione pubblica, perché il loro contributo è indispensabile a un Paese civile che non può basarsi solo sulle vocazioni.

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