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Luigi Pedrazzi (1927-2017)
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Chi vuole bene a un uomo di quasi novant’anni sa, ovviamente, che non manca molto al momento in cui quest’uomo dovrà andarsene. Però poi, quando accade, capita di trovarsi impreparati comunque. Succede così con Luigi Pedrazzi, per noi semplicemente Gigi, che è impossibile da raccontare. Figurarsi in poche righe.

Due cose almeno, però, vanno dette. Una, per noi che lavoriamo nella rivista che Pedrazzi fondò con altri giovani studenti bolognesi nel 1951, è fin troppo ovvia. Gigi è stato sempre il Mulino. Naturalmente lo è stato quando immaginò a Bologna una piccola rivista – dopo il liceo classico Galvani erano gli anni dell’università, lui e i suoi sodali avevano ventitré, ventiquattro anni. Ragazzi che, come lui stesso ha ricordato, «tra i quindici e i diciotto anni erano stati abbastanza grandi per osservare molto e cercare di capire; ma, tra il 1943 e il 1945, furono in pratica abbastanza piccoli per essere lasciati tranquilli sul bordo della storia più dolorosa e difficile» (salvo Ezio Raimondi, di qualche anno più anziano). Dunque fu «un’amicizia all’origine della storia del Mulino». Se quella storia è proseguita sino ad oggi molto, molto di più di quanto comunemente non sia detto, lo si deve a Pedrazzi. Lui, quando glielo si ricordava, si schermiva; ma, piacione com’era, in realtà non gli era sgradito avere l’occasione di raccontare del tempo in cui la prima proprietà del Mulino, nella persona dell’avvocato Barbieri, l’editore del Carlino, troncò i rapporti (e dunque i finanziamenti) all’intrapresa dei giovani galvanisti; e fu solo grazie a una cospicua eredità arrivata a Gigi, il quale se ne disfò interamente a favore del Mulino, che quella storia poté proseguire.

Erano anni di grande maturazione culturale per quei giovani e per l’intero Paese, che poco alla volta dopo il disastro si ritrovava. Anni di una straordinaria vivacità intellettuale, di cui Pedrazzi fu animatore, certo con tanti altri, ma con una forza sua propria che lo rendeva unico e, davvero, insostituibile in quel progetto culturale. Un progetto che molto presto divenne poi compiutamente editoriale: alla rivista nata nel ’51 fece seguito poco dopo, nel ’54, la società editrice.

Dopo quello tipicamente mulinesco, il secondo carattere di Gigi lo si può racchiudere in una parola: dialogo. Nella sua capacità inesauribile, perché sincera e fortemente motivata, di aprirsi a un confronto non sempre facile ma sempre franco con chi stava su posizioni diverse, a volte opposte. Un confronto reale, e dunque proficuo, perché derivante da una sua straordinaria apertura mentale che gli veniva da quella curiosità che non lo ha mai abbandonato.

Così, ci pare, si possono leggere tutte le più importanti tappe del suo vivacissimo percorso intellettuale e umano.

Oltre al Mulino, il dialogo aperto e mai concluso all’interno della sua Chiesa cattolica, dove al rispetto per la cornice istituzionale si mescolava l’entusiasmo per le spinte riformatrici presenti nella Chiesa di quegli anni. Lo studio del Concilio Vaticano II non lo abbandonerà mai e lo porterà, ottantenne pressoché digiuno di ogni forma di comunicazione elettronica, a realizzare una rete di contatti grazie alla quale condurrà analisi degli anni conciliari e preconciliari, poi concretizzatesi in una serie di volumi usciti al Mulino dal 2010: «Vaticano II in rete». Studi anch’essi, come la gran parte del suo percorso, dominati dalla figura ingombrante di Giuseppe Dossetti, da lui incontrato nel 1956, molto amato e studiato e che sempre lo affiancherà nelle sue riflessioni. Proprio in quell’anno, il ’56, cade la vicenda politica che vide Pedrazzi scelto da Dossetti – candidato sindaco della Democrazia Cristiana nella Bologna rossa, eccome, e inscalfibilmente dominata dal partito di allora – per il Consiglio comunale. Il ventinovenne redattore del «Mulino», infatti, fu scelto da Dossetti «dopo ore consumate in vari incontri». Come ha scritto Berselli, «la conclusione di Dossetti, “io sceglierei Pedrazzino”, ha l’icasticità delle parole fatali, quelle che contrassegnano un destino».

Il dialogo, l’apertura all’altro hanno segnato molte altre tappe importanti. La scelta folle e alle fine fallimentare di fondare un quotidiano – nientemeno – sempre mettendoci del proprio, in tutti i sensi. Si chiamava «il foglio», fu creato con Ermanno Gorrieri (sì, quel Gorrieri, della repubblica di Montefiorino) e nulla ha a che fare con quello che si trova oggi in edicola, seppure con il fondatore del secondo ci sia stato un momento, anche in questo caso, di dialogo. Gigi Pedrazzi e Giuliano Ferrara: riuscite a immaginare due persone più diverse?

E poi ancora il referendum per abolire la legge sul divorzio, entrata in vigore in Italia da meno di quattro anni. Era il 1974, con il mondo cattolico spaccato a metà. Pedrazzi, con tanti altri del Mulino e non solo, convintamente sostenitore del «no». Anche in questo caso, basta cercare tra i suoi articoli per trovare conto di quelle posizioni.

L’impegno politico non lo ha mai abbandonato un attimo: in qualche momento si è tradotto in impegno diretto nelle istituzioni. Lasciato il Pedrazzi non ancora trentenne nella campagna che confermò a Bologna il sindaco Dozza, lo ritroviamo cattolico pienamente adulto, e uomo sempre capace di grandi progetti al di là della loro immediata e concreta realizzabilità. Siamo nell’aprile del 1995 quando assume l’incarico da vicesindaco nella giunta guidata da Walter Vitali. È il primo non comunista e non socialista ad affiancare un sindaco comunista nella città di Dozza.

Quell’esperienza è ricordata spesso. Lui stesso non lesinava i racconti. O almeno uno, quando con candore confidava che nelle ore immediatamente successive all’incarico avvertì subito amici e conoscenti che, da lui, non avrebbero avuto alcun trattamento di favore. Anzi.

Di Pedrazzi si è detto molte volte, e giustamente, del ruolo di seminatore nel campo che vide germogliare e poi crescere l’esperienza dell’Ulivo. Romano Prodi ne ha riconosciuto in più occasioni le doti di ulivista ante litteram. Anche in questo caso, ci pare, a contare fu in larga parte la sua capacità di comprendere nelle sue diverse manifestazioni quel mondo cattolico che non sempre lo ha amato, molte volte non lo ha neppure conosciuto. E di farlo incontrare sul terreno della politica con visioni laiche ma sincere, aconfessionali ma contigue nello spirito e, almeno molte volte, nelle intenzioni.

In fondo è lo spirito del Mulino, dove da sempre dialogano visioni diverse, anche contrapposte: laici, cattolici, riformisti (più o meno accesi). Uno spirito che deve tantissimo a Gigi Pedrazzi, colonna portante sin dagli esordi quando la rivista, come ha ricordato Michele Salvati, combatteva una battaglia di libertà, moderazione, ragionevolezza tra i due blocchi politico-ideologici che soffocavano la cultura del nostro Paese. Una battaglia di cui non è venuto a mancare il senso e che conviene non dimenticare mai.

 

Nota

Questo breve ricordo deve molto ad alcune pubblicazioni e testimonianze. Due almeno, entrambe dello stesso Pedrazzi, devono essere menzionate per intero. La prima è Sette giorni a Sovere, pubblicata dal Mulino nel 2001. Tutto il libro merita una lettura attenta, anche per alcuni documenti ivi contenuti (uno fra tutti: la lettera inviata a Saddam Hussein all’indomani dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq: lettera poi rivelatasi purtroppo premonitrice di quanto sarebbe accaduto). L’altra è una piccola pubblicazione fuori commercio, che ciò nonostante deve essere citata per il debito da noi contratto nei confronti di chi la scrisse. Racconta Gli inizi del Mulino (così come l’autore intendeva raccontarli, e dunque è consentito sospettare abbellimenti e rimozioni: ma non è questo sempre il caso delle memorie migliori?). Fu stampata in poche copie nel maggio del 2001, quando la rivista festeggiava i suoi cinquantanni. E Gigi, da lì a poco, ne avrebbe compiuti appena settantaquattro.

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