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La paura del nazionalismo
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Il fenomeno Macron costituisce una novità, è il segnale di una crisi profonda del sistema politico francese (bassissima partecipazione al voto, disfacimento dei partiti tradizionali), ma è anche il segnale di una possibile risposta efficace alla crisi. La fortuna ci ha messo lo zampino (che cosa sarebbe successo senza gli incidenti di percorso di Fillon?). Un’altra componente che ha agito a favore è l’assetto istituzionale, il meccanismo elettorale della Quinta Repubblica. Ma il fattore decisivo della vittoria di Macron è la decisione di aver definito nettamente la posta in gioco: o l’Europa o il nazionalismo. Ha puntato sull’Europa e ha vinto, perché la maggioranza dei francesi ha avuto paura del nazionalismo, non ha perso la memoria delle tragedie prodotte dal nazionalismo nella prima metà del XX secolo.

Credo che Angela Merkel vincerà le elezioni tedesche del settembre prossimo (a meno che nei prossimi tre mesi non succeda qualcosa di imprevedibile). Per convincersene basta guardare i risultati delle elezioni nei Länder del 2016 e del 2017.

Ha aperto la stagione elettorale il Baden-Würtenberg, nel marzo 2016: strepitoso successo dei Verdi, che risultano il primo partito col 30%, crollo della Cdu (dal 39 al 27%), affermazione del «nuovo» partito nazionalista anti euro AfD (Alternative für Deutschland), che supera col 15,1% i socialdemocratici dell’Spd, scesi al 12,7%. Alle contemporanee votazioni nella Renania-Palatinato, la Spd supera la Cdu in calo (-2,7%) e di nuovo l’AfD si afferma con il 12,6%. Un segnale che l’estremismo nazionalista incomincia a far breccia anche all’Ovest, mentre porta a casa successi importanti all’Est: nella Sassonia-Anhalt, dove ottiene il 24,3%, e nel Mecklenburgo-Pomerania Anteriore, dove si ferma al 20,8%. Le perdite socialdemocratiche sono anch’esse piuttosto consistenti, ma la caduta della Cdu e l’ascesa dell’AfD fanno intravvedere ai socialdemocratici qualche chance di vittoria, magari nell’ipotesi di un’alleanza rosso-rosso-verde, cioè con i Verdi e la sinistra ex-comunista. È a questo punto che Martin Schulz matura la decisione di candidarsi alla guida della Spd e alla cancelleria per il settembre del 2017, approfittando dell’indebolimento della Cdu di Angela Merkel nell’ipotesi che questo sia effetto del successo dell’AfD. Schulz vola in alcuni sondaggi e nella Spd il clima tende alla speranza e (in alcuni) all’euforia.

La memoria dell’ascesa elettorale dei nazional-socialisti alla fine della Repubblica di Weimar deve aver fatto riflettere una quota non marginale dell’elettorato. Suppongo molti giovani, quelli che nelle scuole sono stati sottoposti a una cura intensiva di vitamine anti-nazionaliste. La domanda che mi immagino si siano posti è la seguente: per fare scudo contro l’AfD è meglio rafforzare o indebolire la Merkel? E mi immagino che abbiano concluso che era troppo rischioso indebolirla. A questa conclusione deve aver contribuito anche la minaccia Le Pen in Francia. Un brivido di paura ha scosso l’Europa, in Francia, in Germania, ma pochi mesi prima anche in Austria e in Olanda.

L’elettorato ha risposto immediatamente: nello Schleswig-Holstein l’AfD ha ancora ottenuto un buon successo (il 12,9%), ma sia nella Saar e, soprattutto, nel grande Land del Nord Reno-Vestfalia i consensi si sono dimezzati. La Merkel è stata pronta a capire che in questa fase si vince se ci si schiera in difesa dell’Europa e contro il populismo nazionalista. Lo ha ribadito, dopo il G7 di Taormina, ricordando all’Europa che non può più proteggere se stessa sotto l’ombrello americano. Schulz è risultato spiazzato perché ha dovuto sfidare la Merkel sui temi della politica interna, non ha capito che la questione Europa era diventata per una serie di circostanze la questione decisiva e ha perso tutte e tre le sfide del 2017. Scommetto che perderà anche la prossima il 24 settembre. Poi vedremo se il duo Macron-Merkel saprà tirare fuori l’Europa dalle sabbie in cui si è arenata.

Da noi la linea di demarcazione Europa vs nazionalismo non è diventata discriminante nella lotta politica. Però, se Salvini e Grillo dovessero davvero incominciare un dialogo, avremo bisogno di una Merkel o di un Macron.

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