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>> viaggio in Italia
La Basilicata
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Negli ultimi anni la Basilicata è ritornata al centro dell’interesse nazionale per le attività estrattive di gas e petrolio dell’Eni, ma non solo, considerata anche la presenza di Shell e Total, e per le problematiche ambientali che vi sono connesse, come dimostrano le ultime vicende legate alla perdita di olio dall’impianto di Viaggiano e l’inquinamento dell’area territoriale circostante, con tutte le incongruenze dei controlli e dei monitoraggi mancanti che ne sono conseguite. Nonostante gli investimenti dell’Eni non siano nuovi – le prime attività estrattive in Val d’Agri risalgono agli anni Trenta e agli anni Sessanta in Val Basento in provincia di Matera (principalmente per l’estrazione di gas), come più di recente quelli della Fiat (Fca) a Melfi all’inizio degli anni Novanta – la Basilicata rimane una regione che potremmo definire ancora rurale dal punto di vista degli insediamenti umani e delle dimensioni del suo tessuto urbano, come dimostra l’assenza di grandi centri: i due comuni capoluogo sono compresi tra i 60 e i 70 mila abitanti e gli altri 129 comuni hanno in stragrande maggioranza una popolazione sotto i 5 mila abitanti.

>> La Basilicata: i principali dati socio-demografici (Potenza, Matera

La Basilicata dei borghi e dei centri storici, in parte recuperati con i finanziamenti per la ricostruzione post terremoto del 1980, sta ora vivendo una piccola e nuova stagione attraverso una forma di «turismo rurale e culturale» che tenta di coniugare le bellezze paesaggistiche con il revival di tradizioni culturali e gastronomiche locali. A ciò si è aggiunta, di recente, la nomina di Matera a capitale europea della cultura nel 2019, una città che dopo la crisi del distretto del mobile imbottito tenta ora un rilancio del territorio con le peculiarità storiche e architettoniche del suo paesaggio attraverso il comparto delle attività culturali in una regione, è bene ricordarlo, agli ultimi posti per i consumi ricreativi e culturali e nella lettura di libri. In questo quadro una certa promozione culturale non è priva di elementi che appartengono più alla valorizzazione di aspetti specifici e controversi della storia (il parco culturale sul brigantaggio, le ricorrenze contro un’ipotetica invasione di turchi nella città capoluogo) e poco rivolta alla valorizzazione di esperienze nuove e più vicine alla storia sociale contemporanea di questi territori. Lo slogan dell’agenzia regionale del turismo è tuttavia convincente: «Basilicata bella scoperta!», per una regione sostanzialmente fuori dalle rotte del turismo nazionale e internazionale, in parte complice l’assenza di una vera rete ferroviaria (che ad esempio non comprende Matera) e, meno sorprendentemente, di un aeroporto.

Certo la Basilicata rappresenta tra le regioni meridionali una realtà per alcuni versi atipica, la bassa pressione demografica, la sostanziale assenza della criminalità organizzata (che negli ultimi anni si è però affacciata nell’area metapontina confinante con la Calabria) che tuttavia non vuol significare la mancanza di fenomeni criminosi (si pensi all’ampia diffusione dell’usura); un quadro politico sostanzialmente stabile, incentrato sul dominio del centrosinistra dalla seconda metà degli anni Novanta in un territorio da sempre sotto il controllo della Democrazia Cristiana. Siamo tuttavia ben lontani dal virtuosismo narrato di una certa lettura sociologica, che ha fatto della Basilicata di questi anni una regione virtuosa sul piano amministrativo soprattutto per la capacità di spesa dei fondi comunitari (indipendentemente dal loro esito finale).

L’altro elemento che contraddistingue la storia recente è che dalla metà degli anni Novanta la Basilicata è stata investita da una nuova industrializzazione dopo la fase dell’intervento straordinario comune al resto del Mezzogiorno tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Una nuova industrializzazione che ha fatto immaginare un rilancio dello sviluppo regionale trainato nuovamente dalla manifattura (la Fiat e il suo indotto a Melfi, il distretto del mobile imbottito tra Matera e Bari, il rafforzamento dell’industria alimentare con Barilla e Parmalat, le prime attività dell’Eni che scopre il più grande giacimento di petrolio e gas in terraferma in Europa). In questo scenario si è confermata però l’assenza di forme d’imprenditoria locale capaci di attivare percorsi originali e di successo. Lo stesso Pasquale Natuzzi è originario della provincia di Bari e non di Matera. L’imprenditoria locale resta dunque ancorata ad alcune piccole attività di fornitura per le industrie esogene, all’edilizia privata e alle opere pubbliche, ai servizi per la Pubblica amministrazione, legandosi in parte al ciclo della spesa pubblica anche e nonostante la riduzione della spesa pubblica regionale. Lo stesso sfruttamento industriale delle acque minerali presenti nell’area del Vulture è stato passato nel corso degli ultimi anni sotto il controllo d’imprese nazionali e multinazionali del settore (ultima la Coca Cola). Nella Basilicata dei non distretti come di quelli così impropriamente definiti come il sistema produttivo locale dell’auto di Melfi, vista la sostanziale assenza di un’imprenditoria locale anche solo nel settore della subfornitura e di attività connesse alla R&S; o di quello in crisi di Matera, la micro-imprenditoria locale fa i conti con la limitatezza delle dimensioni locali del mercato regionale (ed extraregionale), con un certo deficit infrastrutturale e con un disegno alterno delle politiche di sostegno alle imprese che risente di una programmazione regionale probabilmente non all’altezza dell’attuale fase. Che, soprattutto, non ha saputo trarre profitto dalla presenza di grandi imprese multinazionali in settori diversi dell’economia regionale. Lo stesso si può affermare rispetto agli investimenti avvenuti nel comparto delle energie rinnovabili, considerato lo scarso ritorno economico e industriale finora ottenuto. In tale situazione alcune iniziative interessanti non sono mancate sul piano del supporto istituzionale allo sviluppo economico attraverso le agenzie pubbliche «Basilicata Innovazione» e «Sviluppo Basilicata», ma sempre nell’ambito di una debolezza programmatica complessiva.

Quella lucana rimane nel complesso una regione considerata ricca di risorse (acqua, gas e petrolio, valenze naturalistiche e paesaggistiche), ma debole sul piano della valorizzazione economica e occupazionale. Il limite delle performance economiche – con un +5,5% di Pil nel 2015, dovuto in buona parte alla ripresa della produzione dello stabilimento Fca di Melfi e soprattutto al valore delle sue esportazioni e al maggior utilizzo delle ultime risorse della programmazione europea 2007-2013 – è immediatamente riscontrabile osservando gli indicatori del mercato del lavoro. In primis il bassissimo tasso di attività e ancora prima quelli demografici. Questi dati tra l’altro dicono molto circa l’influenza esercitata sulle statiche economiche delle piccole regioni di singoli investimenti o capitoli di spesa. Accade, dunque, che la Basilicata di «Matera 2019», quella che si accinge a coprire il 15% del fabbisogno petrolifero nazionale, quella che esporta la Jeep Renegade negli Stati Uniti, ha continuato costantemente a perdere abitanti. Solo tra il 2001 e il 2011 la popolazione regionale è scesa da circa 600 mila a 580 mila abitanti, a fronte dei 571 mila attuali e dei 541 mila previsti dall’Istat nel 2027. Dal punto di vista migratorio la regione rimane un territorio di partenza o di transito per l’immigrazione straniera che finora si è inserita quasi esclusivamente nel lavoro alle dipendenze in agricoltura e nelle attività zootecniche, nell’edilizia oltre a coprire il più generale fenomeno dell’assistenza domiciliare agli anziani. La classe operaia lucana è rimasta pertanto pienamente indigena così come il piccolo commercio.

Desta sorpresa vedere che la Basilicata è tra le regioni che maggiormente drenano studenti per altre università. Se la piccola Università della Basilicata conta all’incirca 10 mila iscritti, è perché molti di più sono quelli che annualmente si dirigono, spesso per non fare ritorno, verso i grandi atenei del Mezzogiorno (Napoli e Bari) e più diffusamente del Centro Nord in linea con una lunga tradizione migratoria. Ciò dipende solo in parte dalla limitata offerta didattica dell’ateneo lucano e maggiormente dalle opportunità di lavoro che s’intravedono fuori regione, stabilito che spesso questi studenti sono quelli che appartengono alle famiglie più benestanti, oltre che da una propensione alla mobilità territoriale che ha caratteri più generali nelle nuove generazioni. Ora questa riduzione che investe le generazioni più giovani, come le laureate che emigrano per insegnare nelle scuole statali del Paese, rappresenta la parte più problematica, quella che concorre alla riduzione della popolazione in modo maggiore perché contribuisce più di altre al saldo naturale negativo (vista la sua importanza ai fini riproduttivi della popolazione), come mostrano i dati demografici relativi alle province di Potenza e Matera, e così a quello migratorio.

Una regione, dunque, che invecchia e che s’impoverisce annualmente in termini demografici ed economici, anche se poi l’emigrazione riguarda tutti ovvero anche i non scolarizzati e le persone adulte. L’effetto combinato di queste tendenze che sono in definitiva l’espressione di bassi investimenti privati e di un risultato non efficiente della spesa pubblica è il rinnovarsi di fenomeni di esclusione e povertà economica che riportano anche qui la regione, insieme alla Calabria, tra le più povere del Paese come emerge dalle analisi annuali dell’Istat sulla povertà in Italia. Ma che cos’è la povertà in Basilicata? Non è certo quella povertà urbana che si somma a fenomeni di esclusione sociale, o è solo una parte di questo fenomeno. È soprattutto, come in molte aree del Mezzogiorno, una povertà materiale che dipende dall’assenza di redditi certi e, dunque, di concrete opportunità di occupazione. Il rischio dei provvedimenti adottati in materia dai vari governi regionali negli ultimi anni è di confondere nuovamente le cause con gli effetti.

 

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