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Si fa presto a dire modello tedesco
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L’accordo piuttosto ampio che sembra si sia trovato su una riforma elettorale che si ispira al modello tedesco riflette al momento una semplice realtà: ciò che interessa ai partiti importanti è contarsi e contenere le fughe degli elettori, anche marginali, nei partitini, che però complicano qualsiasi ipotesi di ricerca di un possibile assetto di governo. Tutto è naturalmente ancora in fieri e si vedrà come può finire, ma l’orientamento è più o meno questo.

Che non si tratti di importare davvero il modello tedesco è già stato sottolineato da vari osservatori: noi abbiamo un sistema di doppia fiducia (Camera e Senato) che non esiste in Germania; non c’è la sfiducia costruttiva; ma soprattutto non abbiamo il voto disgiunto fra scelta che l’elettore fa per il collegio e scelta per la quota proporzionale. In più c’è, e lo vedremo, il pasticcio di regolamenti parlamentari su cui si possono infrangere molti tentativi di razionalizzazione.

Il punto a nostro giudizio più interessante è la mancanza, almeno nell’attuale bozza di legge, del voto disgiunto fra voto di collegio e voto per il proporzionale. Si dirà che in Germania, dove questa possibilità esiste, in realtà non incide più di tanto, perché non sono molti i casi di elettori che per il collegio votano un candidato che fa riferimento a un partito diverso da quello per cui si opta nella quota proporzionale. Ci permettiamo di invitare a considerare che in Italia le cose potrebbero essere diverse.

In presenza di partiti che tendono a imporre semplicemente le loro nomenclature sarebbe interessante aprire la possibilità agli elettori di ribellarsi a queste imposizioni. Ciò potrebbe spingere i partiti ad essere più oculati nella scelta dei candidati di collegio e soprattutto potrebbe portare tutti a puntare su personalità in grado di travolgere le ormai obsolete barriere di scelte ideologiche poco significative. Ci sarebbe una qualche spinta a puntare su personalità dal profilo molto presentabile, soprattutto tenendo conto che si tratta di un voto a turno unico e dunque è improbabile il meccanismo del tutti contro il candidato più accreditato come è avvenuto non di rado nei ballottaggi per la scelta dei sindaci.

È purtroppo improbabile che questo avvenga, proprio perché tutti i grandi partiti non hanno interesse a questo tipo di competizioni. Avrebbero interesse a farlo i piccoli anziché rincorrere un abbassamento della soglia di ingresso: è con la minaccia di schierare nel collegio una personalità rilevante che il piccolo partito potrebbe mettere in crisi il competitore «grosso» costringendolo a venire a un negoziato.

Il secondo punto da tenere in considerazione è come evitare che la soglia di sbarramento al 5% possa essere ridotta ad una tigre di carta. Sappiamo che per esempio nell’estrema sinistra alcuni hanno visto con favore lo sbarramento ritenendo che questo avrebbe costretto i vari cespuglietti dell’area a coalizzarsi in una sola formazione, in questo caso non avendo probabilmente problemi a superare la soglia. Forse ciò potrebbe funzionare anche coi centristi. Benissimo, perché razionalizzerebbe il sistema, a patto però che non avvenga, come si è visto in passato, che quelli sono i famosi «cartelli di un minuto» (quello elettorale), perché poi in Parlamento la coalizione si ridivide nei vari gruppuscoli e saremmo punto ed a capo. Infatti il tema vero non è quanti «partiti» escono dal calcolo delle urne, ma quanti partiti poi ci saranno in Parlamento. Non vorremmo tornare ai tempi dell’Unione di Prodi, quando i partiti nella coalizione di governo erano 22 per cui per accontentare tutti si dovette fare un esecutivo che fra ministri, sottosegretari e altro aveva 110 membri.

Quel che tutti temono è che comunque, con quale che sia dei sistemi elettorali oggi possibili, cioè o il «tedesco», o i moncherini di sistemi lasciatici dalle pronunce della Consulta un po’ rimpannucciate, non si riuscirà ad avere un governo in grado di affrontare i nodi della nostra situazione economica e sociale. Non è una previsione difficile da fare, perché non si potrà prescindere da un governo di coalizione e una coalizione con qualche omogeneità è piuttosto difficile da immaginare. Persino quelle che sulla carta rispondono ai precetti che tanto piacciono ai nostalgici delle vecchie fratture, cioè maggioranze o di centrosinistra o di centrodestra, sarebbero fatte fra gruppi la cui omogeneità è inesistente. Tanto per restare ai casi concreti non si può davvero immaginare che una componente come Mdp che si impunta su una sciocchezza come le modeste norme per regolare lo 0,2% del complesso dell’impiego possa non creare problemi a un governo col Pd. O che, sull’altro fronte, un governo FI-Lega possa sortire una reale visione comune dei problemi del Paese.

Il grande nodo del futuro italiano è in questa difficoltà di costruire una cultura politica di base che offra un orizzonte per affrontare sfide che diventano sempre più complicate (si pensi anche solo a quel che è successo al G7 a Taormina…). Purtroppo nessun sistema elettorale può da solo sciogliere questo nodo.

 

[Questo articolo è stato pubblicato su mentepolitica.it il 31 maggio 2017]

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