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Parigi, 28/3/2017
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Un mese di incertezze. Un grande interrogativo domina questo ultimo mese di campagna elettorale transalpina: i sondaggi in campo devono essere presi sul serio? O valgono quanto quelli, clamorosamente disattesi, delle primarie del centro e della destra?

Al di là della mera contingenza, c'è spazio per più sostanziali questioni che hanno a che fare con l’evoluzione complessiva del quadro democratico francese. Quanto stanno influenzando l’opinione dell’elettorato i sondaggi che danno Hamon in caduta libera (superato anche da Mélenchon e di conseguenza destinato a un triste quinto posto)? E quelli che collocano Macron praticamente già all’Eliseo? La quasi certezza dei sondaggisti che il giovane enarca la mattina del 7 maggio prenderà il posto di François Hollande può avere più di qualche influenza sulle recenti adesioni in massa al suo movimento da parte di molti e illustri pesi massimi del socialismo hollandiano. La corsa preventiva sul carro dell’ipotetico, ma con ampie possibilità, vincitore sembra così accomunare classe dirigente del recente passato e opinione pubblica.

Mentre ci si interroga su tutto ciò, l’ultimo sondaggio disponibile colloca Macron e Le Pen appaiati al primo posto (attorno al 25%, con la leader del Fn appena più avanti), Fillon lontano, ma oramai stabile dopo la caduta continua nel picco dei suoi affaires, al 18%. Vi è poi come detto Mélenchon che supera Hamon, al 14%, con il candidato socialista poco sopra il 10%. Appare interessante che il candidato sovranista Dupont-Aignan nell’ultimo sondaggio sia dato al 5%, un pacchetto di voti che, almeno in origine, sarebbe dovuto convergere quasi completamente su Fillon. Un quadro, giova ricordarlo, che fotografa un Paese massicciamente a destra, basti pensare che lo spazio occupato dalla sinistra si muove attorno al 30% (sommando le intenzioni di voto di Mélenchon, Hamon e naturalmente una parte, ma solo una parte, del voto a Macron). Ma soprattutto la componente socialdemocratica di questo voto a sinistra è tutta rappresentata da Macron.

Se si osservano i sei candidati principali non si può non notare che quattro di essi si collocano nettamente su posizioni antisistema. E solo i due più in difficoltà, Fillon e Hamon, sono i deboli difensori di questo stesso sistema. Sono concordi sul fatto che vada riformato, anche in profondità, ma non vogliono superarlo. Al contrario i due candidati che dovrebbero essere presenti al ballottaggio (e che hanno snobbato il “meccanismo principe” delle primarie) si apprestano a dare l’assalto a un sistema corrotto, spendaccione, inefficace e inadeguato, con il chiaro obiettivo di sovvertirlo. Marine Le Pen non ha grosse difficoltà nel presentare questo volto protestatario. Si tratta del suo progetto politico da quando ha preso il timone del partito. La sua è una sintesi tra l’estremismo del padre e la ricerca di una qualche forma di compromesso della via Mégret.

La questione si complica un po’ per Macron. Da un lato egli si presenta come una forza nuova, che si candida a ristrutturare il sistema dei partiti e la stessa logica bipolare nella tradizionale forma dello scontro destra-sinistra. Ma dall’altro è portatore, o almeno dovrebbe esserlo, di una parte del bilancio della presidenza uscente. Come dimenticare che la sua rottura con l’attuale inquilino dell’Eliseo risale soltanto all’agosto 2016? E che anche prima di sbarcare a Bercy, nell’agosto del 2014, era stato per due anni segretario generale dall’Eliseo e soprattutto uno dei consiglieri più ascoltati da Hollande? Dunque, al di là degli attuali sondaggi, Macron riuscirà davvero a incarnare quel volto nuovo e di rottura che oggi appare l’unica garanzia per creare una minima connessione tra l’élite dirigente e la Francia profonda?

Peraltro l’idea che il passato politico di Macron sia una sorta di tabula rasa la si evince anche osservando da vicino le parole d’ordine dei suoi più entusiasti sostenitori. I giovani lo considerano una specie di entità mitica da imitare, considerato il successo e soprattutto il denaro ottenuti con grande rapidità. Gli anziani vedono in lui una sorta di nipote per il quale è valsa la pena fare sacrifici. Non è dunque un caso che la maggior parte di chi si dichiara entusiasta della candidatura di Macron non faccia menzione dei suoi mesi trascorsi al ministero dell’Economia.

L’altra demolitrice in pectore del sistema è Marine Le Pen. Anche nei suoi confronti la scelta è quasi fideistica. I suoi comizi pubblici fanno sempre il pieno, anche se una certa “monotonia” nell’evoluzione del suo discorso antisistema è ravvisabile. Nemmeno troppo paradossalmente, i vari affaires Fillon hanno finito per modificare la sua campagna elettorale: fino allo scoppio della querelle giudiziaria che lo ha coinvolto, era proprio il candidato dei Républicains il suo bersaglio privilegiato. Marine si è dovuta poi spostare su Macron e, se da un lato il leader di En Marche! è un bersaglio più mobile, dall’altro diventa più semplice da approcciare per la candidata della France d’en bas. In fondo Macron incarna alla perfezione quella élite dirigente globalizzata e mondialista che starebbe tradendo le radici profonde e identitarie del Paese. È la Francia vincente, che ha dimenticato la maggioranza dei “patrioti” in difficoltà.

Se, come ricordato, il trionfo della logica dell’antisistema portato alle sue estreme conseguenze potrebbe condurre alla fine della dinamica bipolare, ancora più decisivo diventa il cosiddetto “terzo turno delle legislative”. Come scrive ne L’Esprit de la V République (Perrin, 2017) Philippe Raynaud, l’alternativa potrebbe essere quella tra una V Repubblica improbabile e una VI Repubblica impossibile. Da un lato finirebbe infatti per consolidarsi una logica presidenziale, con l’inquilino dell’Eliseo ancora più al centro della scena e ancora più propositivo di fronte a un’Assemblea nazionale frammentata o addirittura dominata da una sorta di nuova “quadriglia bipolare”, composta però da due coppie non coalizzabili. Dall’altro lato, però, difficilmente si intravede una nuova, complessiva riforma delle istituzioni. La via d’uscita potrebbe essere quella di un presidente che governa e che si costruisce di volta in volta maggioranze differenti su singoli provvedimenti in questo coadiuvato da un Primo ministro esperto e soprattutto fine conoscitore delle dinamiche parlamentari.

Ma, al di là di queste speculazioni, l’impressione è che per ora il candidato en marche, quello en panne e quella en colère non abbiano davvero messo a confronto i loro “cataloghi elettorali” con le esigenze reali del Paese e dei francesi. Per il momento si è parlato molto di moralità, un po’ di utopia e un po’ di generico cambiamento. Sarebbe tempo forse di parlare di politica. Anche perché si profilano due rischi concreti all’orizzonte. Da un lato un alto astensionismo, simile a quello del primo turno del 2002. Dall’altro la trasformazione della presidenziale in un grande torneo nazionale di lancio dei dadi, nel quale alcuni milioni di francesi decideranno di “competere” all’ultimo e determineranno la loro scelta elettorale gettando i dadi proprio poco prima di entrare nell’isoloir.

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