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Il veleno delle parole
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  • Identità italiana

Un anno dopo quel 9 febbraio 2009 in cui Eluana Englaro fu liberata dalla prepotenza politica e clericale che le proibiva di morire, Silvio Berlusconi è tornato a violarne la memoria. In una lettera alle suore Misericordine di Lecco, che a lungo ne hanno accudito il corpo in coma vegetativo irreversibile, s’è detto ancora rammaricato e addolorato «per non aver saputo evitare la sua morte». Poi ha chiesto loro una preghiera speciale per «il nostro amato Paese», affinché «ritrovi pace nella vita pubblica e in quella privata di ciascuno di noi». Ognuno ha il diritto di rammaricarsi e di soffrire come vuole o può, e anche come gli conviene. Quanto poi al rispetto degli altri, delle loro scelte e del loro dolore, vale quel che si dice del coraggio: se uno non lo ha, non se lo può dare. E di rispetto, appunto, poco ce n’è stato, nella vicenda che ora viene riportata alla cronaca. Conviene perciò che anche noi si torni con la memoria a quei mesi e a quei giorni, e che anche noi ci si rammarichi.
Prima di tutto, qualche punto fermo. Eluana aveva confidato al padre che mai avrebbe voluto subire lo sconcio visto nel corpo di un amico, anche lui in coma vegetativo. Dunque, Beppino Englaro “pretendeva” il rispetto della sua volontà. Ossia, “pretendeva” che le fosse riconosciuto il diritto costituzionale di smettere d’esser curata. Dopo anni, una sentenza della Corte Costituzionale lo aveva riconosciuto, quel diritto. Ma, come già nel 2006 contro Piergiorgio Welby, contro la volontà di Eluana, contro la sua libertà, contro il suo dolore s’erano coalizzate le prepotenze dell’ideologia e del fanatismo, oltre a quella del calcolo politico. Insieme, le tre prepotenze avevano prodotto un decreto legge che riduceva a nulla il diritto e ancor più il rispetto. Poi, visto che il presidente della Repubblica aveva negato la firma, il Parlamento era stato impegnato a votare in pochi giorni una legge contra personam.
Quel che si voleva era sottrarre a una donna – e a ognuno di noi – il diritto di morire, e di farlo con dignità. Le motivazioni addotte erano tutte riconducibili al “principio” per cui la vita è un bene indisponibile: naturalmente, indisponibile per il singolo, e invece del tutto a disposizione del potere. Proprio questo stava per decidere il Parlamento: che della vita di Eluana disponesse non lei, ma una legge. O meglio, che disponendo della sua morte – cioè vietandogliela – disponesse della sua volontà, del suo dolore, della sua libertà, e dunque della sua vita.
Di questo ci ricordiamo. Di questo ci rammarichiamo. Ma ci ricordiamo e ci rammarichiamo anche di altro. Per esempio, di quanto Berlusconi non esitò a dire il 7 febbraio del 2009: «A me sembra che non ci sia altro che la volontà di togliersi di mezzo una scomodità». Ossia, a lui sembrava che Beppino Englaro volesse sgravarsi dell’impiccio di sua figlia, di quel suo corpo ingombrante e inutile. E anche gli sembrava che non ce ne fossero motivi per così dire materiali: «Dopotutto la ragazza è assistita senza aggravio di spese per il padre». Poi andava persino oltre l’aggravio di spese: Eluana Englaro, «mi dicono», è lì, viva, «con un bell’aspetto e con delle funzioni come il ciclo mestruale attivo».
Niente pare si possa aggiungere, quanto a mancanza di rispetto, dopo quel mi dicono con cui si pretende di smentire e umiliare un padre. Invece, qualcosa fu aggiunto, e proprio il 9 febbraio del 2009, quando al Senato giunse la notizia della morte della donna. «Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata», sentenziò Gaetano Quagliariello, vice capo gruppo vicario del Pdl. E a lui più di metà dell’aula fece eco con un tristo, indecente «…assassini…assassini…».
Anche a noi piacerebbe che le suore Misericordine pregassero per il nostro (più o meno amabile) Paese. Ci aiuterebbe a evitare che queste indecenze si ripetessero. Allora, forse, ritroveremmo una pace da troppo tempo perduta: sia nella vita pubblica sia, ahinoi, nella vita privata.

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