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Il Cairo, 20/4/2009
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  • lettere internazionali

L'Egitto di Mubarak e la tortura. Anche grazie al ruolo di mediazione tentato nel conflitto tra israeliani e palestinesi, il governo egiziano risulta spesso agli occhi degli occidentali piuttosto moderato e politicamente presentabile.

La grande presenza di stranieri, che si recano in Egitto sia per visitare gli antichi fasti che per rilassarsi nei villaggi-vacanze che proliferano sul Mar Rosso, e la relativa tranquillità con cui ancora oggi in molte zone Paese si può fare turismo (il recente episodio della bomba nel bazar di Khan el-Khalily che ha visto la morte di una giovane francese ha comunque comportato nuove misure di sicurezza), contribuisce a far percepire il Paese come governato da un regime democratico.C’è tutto l’interesse a far sì che tale immagine esterna non muti, dal momento che il turismo rappresenta la seconda entrata per il Pil egiziano, seconda soltanto ai proventi derivanti dal Canale di Suez. Purtroppo le cose stanno diversamente: la mano del governo, infatti, si fa sentire in maniera decisa in molte sfere della vita pubblica in maniera tutt’altro che democratica.

La vita per gli oppositori del regime di Mubarak è assai complicata e sempre più frequenti sono i casi di oppositori arrestati e sottoposti a tortura. Negli scorsi otto mesi, secondo l’ultimo rapporto dell’Egyptian Organization for Human Right (Eohr) appena pubblicato, si sono registrati 56 casi di tortura a opera di funzionari di polizia. Tra il luglio 2008 e il febbraio 2009 – questo il periodo preso in esame – in diversi casi gli abusi da parte delle forze dell’ordine hanno portato al decesso dei prigionieri. Tra questi, ad esempio, Ali Nasreddin Mahfouz, deceduto in una stazione di polizia nella città di Mahalla, sul Delta del Nilo, morto l’estate scorsa per le percosse subite durante un interrogatorio. O quello di Mitry Girgis Mitry, fermato a un posto di blocco e subito trasferito in una centrale di polizia. Secondo l’Eohr spesso le torture non sono finalizzate a nulla di preciso – ad esempio all’esigenza di estorcere una confessione o un’ammissione di colpevolezza – e coinvolgono sotto forma di pressioni psicologiche di vario tipo i familiari del detenuto. L’aggravarsi della situazione, con un sempre maggiore ricorso a questi metodi, viene attribuita anche alla legislazione imprecisa rispetto ai diritti dei prigionieri e delle persone semplicemente arrestate. E questo malgrado i continui richiami da parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura volti a inserire anche nella legislazione egiziana riferimenti espliciti alla illegalità di questo "mezzo". Attualmente, infatti, la cosiddetta "legge d’emergenza" del diritto egiziano l’ammette, prevedendone il ricorso durante un interrogatorio nel caso si debba estorcere una confessione, e ciò fa sì che in molti casi i funzionari di polizia si sentano di fatto autorizzati a ricorrere a questo mezzo senza subire alcuna condanna ufficiale. E assai di rado viene rispettata la clausola, prevista dal codice, secondo cui l’indiziato andrebbe rilasciato entro ventiquattro ore se non persistono sufficienti motivi per la detenzione. In generale, come riportato recentemente anche dal Dipartimento di Stato americano (si veda in proposito il "2008 Country Reports on Human Rights Practices" disponibile all’indirizzo www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2008/nea/119114.htm), negli ultimi tempi il rispetto per la libertà di espressione, associazione, religione da parte del governo egiziano è progressivamente declinato.

Il governo prosegue la sua opera di limitazione dei diritti fondamentali, con particolare riguardo per la libertà di espressione e il libero accesso a internet (secondo i dati pubblicati a marzo 2009 l’Egitto risulta tra i dodici Paesi al mondo in cui l’uso di internet è sottoposto a controlli e restrizioni palesi). Fra i tanti episodi, si ricorda l’arresto e la detenzione di nove giornalisti tra fotografi e cameramen, incluso il fotografo della Reuters, Nasser Nouri, durante le proteste di piazza a Mahalla la primavera scorsa nel corso delle manifestazioni contro i bassi salari e il diritto ai beni di prima necessità. Dal 1993, anno di creazione dell’Organizzazione egiziana per i diritti umani, nei diversi  casi di abusi da parte delle forze dell’ordine, ben 167 persone hanno perso la vita a seguito delle torture subite. Una vera e propria piaga per la società egiziana, che dovrebbe essere portata allo scoperto e monitorata con maggiore attenzione.

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