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Philadelphia, 14/12/2016
rubrica
  • lettere internazionali

La tragedia americana è appena incominciata. Nella mia città, Philadelphia, Hillary Clinton ha preso l’82,4% dei voti (Obama nel 2012 ottenne l’85,2%, mentre Trump ha migliorato di 1,4 punti il 14,1% di Romney). La prima fase della campagna è iniziata con la registrazione dei nuovi elettori, per terminare quattro settimane prima dell’elezione dell’8 novembre. In Pennsylvania, i Democratici sono partiti con un vantaggio di un milione di iscritti (8 contro 1 a Philadelphia), seppure abbiano perso iscritti dal 2012, mentre i Repubblicani ne hanno guadagnati. A Philadelphia, lo sforzo di registrazione è stato intenso: 200.000 iscrizioni da aprile, 72.000 nelle ultime tre settimane. Il problema però è convincere la gente a votare. La strategia è consolidata: stravincere a Philadelphia e a Pittsburgh.

Questa è stata la mia settima campagna elettorale, e dal 2004 (e allora ero quasi l’unica) mi sono convinta dell’enorme importanza del voto dei latinos. Conosco le circoscrizioni della città (ward) dove si concentrano gli ispanici e i ward leader democratici. Appena tornata dall’Europa, vengo chiamata in causa e invitata a impegnarmi direttamente nella campagna. Il primo giorno incontro Clara, ventiduenne laureata a Stanford, che parla spagnolo e mi seguirà al festival Portoricano e nei «quartieri bassi» di North Philly. Lavoriamo in perfetta sintonia, cercando elettori per le strade del vecchio Kensington, nei barbershop e nei piccoli alimentari. Parlare spagnolo senz’accento ci dà diritto di presenza. Come al solito, bisogna convincersi che la Pennsylvania non è la Florida, dove più del 10% degli aventi diritto al voto ha perso i diritti civili (contro il 2,5% in tutto il Paese). Le iscrizioni si accumulano, benché ci sembrino sempre troppo poche.

Dopo l’11 ottobre ha inizio la mobilitazione, che sposa la strategia della campagna di Obama, concentrandosi sui «votanti infrequenti». Sebbene stancante, parlare con sconosciuti in un rito di comune cittadinanza è la parte più bella della campagna: per accedere a ognuna delle modeste casette di North Philadelphia si fanno da 7 a 16 scalini (moltiplicati per 50 o più). L’accoglienza è rassicurante: molti ci ringraziano della visita; voteranno certamente «por la señora», come ci dice un anziano del posto. Pochissimi, non più di 4 o 5, si schierano con Trump.

Negli uffici della campagna elettorale i giovanissimi organizzatori sono molto inesperti; non conoscono Philadelphia né sconfinano dalle aree assegnate (nella 33, durissima e ispanica, la ward leader mi dice, sgomenta, che hanno mandato tre biondini gay di New York). I dirigenti non si vedono. Sul campo, ogni giorno i ragazzi devono fare un gran numero di telefonate, accogliere i volontari arruolati, aprire porte e mostrarsi sempre super entusiasti. Non li si incoraggia e nessuno li consulta. Dipendono troppo dalle infornate di volontari che arrivano da New York, e non vengono preparati adeguatamente. La ragazza che deve trovare le zone dalle quali negli ultimi giorni si partirà per procacciare voti è parigina; comunque, mi dice, la scelta finale sarà «guidata dai dati» (data-driven) come tutta la campagna.

Il sabato della prima «prova generale» Clara ed io perdiamo i ruoli «direttivi» che ci avevano affibbiati: la campagna non andrà nelle «ward» ispaniche e nere di Nord Philly; verranno affidate a un’agenzia che non arruola nessuno che non abbia la fedina penale immacolata (escludendo cosi dal 20 al 30% dei locali!). La situazione del nostro «ufficio» è caotica. Decido di andare a lavorare con La Raza, la più grande organizzazione latina del Paese, e coinvolgo Clara e altri amici impegnati a procacciare voti. Seguono due settimane di lavoro duro e ben organizzato, scandito dal buon umore. Si parla spagnolo. Il 28 ottobre scoppia come una bomba la lettera del direttore del Fbi che tira di nuovo in ballo le email di Hillary; costernati e arrabbiati, consultiamo ossessivamente i sondaggi, fino all’elezione.

L’8 novembre è una bella giornata tiepida, lavoriamo fino a sera. I seggi sono aperti dalle 7 alle 20, tutti ci dicono di avere votato o di stare per farlo. Accompagniamo anziani e disabili, suoniamo i campanelli per invitare al voto. La gente ha l’aria felice, i seggi sono affollatissimi, più che nel 2012, mi dice la ward leader della 33, quando vado a salutarla: Philadelphia ci darà lo Stato.

A casa, la perplessità dei commentatori davanti ai primi risultati non ci preoccupa… fino a quando cade la Florida. Mio figlio, la sua compagna ed io restiamo inchiodati davanti alla tv, mentre mio marito va a dormire. Alle due ci sente piangere; gli dico «abbiamo perso». Il primo presidente nero passerà la mano a un narcisista patologico e bugiardo, misogino e xenofobo, sostenuto dal Ku-Klux-Klan e dai suprematisti bianchi.

A Philadelphia, ha votato il 63% degli elettori, come in altre elezioni presidenziali. L’affluenza alle urne è aumentata nelle ward ispaniche e bianche, ma non in quelle a prevalenza nera; lo scrutinio dei voti mostra che Hillary ha ottenuto 584.000 voti, 4.000 in meno rispetto a quelli che Obama ebbe nel 2012 (ma con 3.000 Democratici in meno). In 3 periferie bianche su 4, come pure a Pittsburgh, ha ottenuto margini superiori a quelli di Obama, ma non è bastato; Trump l’ha schiacciata in tutto l’interno, prendendosi 3 contee democratiche e margini molto più alti di Romney nel resto dello Stato. Con tutto ciò, ha battuto Hillary per solo 46.900 voti; la candidata dei Verdi ne ha presi 49.000, un po’ come accaduto in Michigan. La campagna di Hillary aveva totalmente trascurato il Wisconsin, come anche, fino all’ultimo, il Michigan, dandoli per scontati, concentrandosi sulle donne bianche dei suburb e la base di minoranze e giovani di Obama.

La tragedia americana è appena incominciata.

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