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Il referendum lascia sul campo molte macerie e un Paese profondamente diviso
Ricostruire, per forza
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Una bruttissima campagna elettorale – durata così a lungo che alla fine c’è da sorprendersi che sia finita, un po’ come capita con certi parenti malati da sempre che quando muoiono ci si meraviglia fossero ancora vivi – è stata oggetto di molti commenti. Le offese, le falsità, la demagogia più pacchiana, e quando possibile la ricerca del punto debole nell’avversario per affondare meglio lo stiletto e rigirarlo nella piaga già purulenta, hanno caratterizzato tutte le parti in campo su entrambi i fronti. Molti tra i più accaniti sostenitori del «no» hanno fatto del male alla loro causa ideologizzando il voto a prescindere, mentre nel contempo i più accaniti sostenitori del «sì», spesso renzianissimi di ferro (per quanto ancora?), cacciavano in testa a forza dubbi e domande a chi già per il «sì» aveva optato. A nulla servirebbe riportare qui le perle migliori: la grande madre Rete almeno per questo serve a qualcosa.

Alla fine, la sensazione è stata quella di avere vissuto gli ultimi mesi accompagnati da un indistinto e fastidioso rumore di fondo, con livelli di decibel a volte insopportabili per l’umana creanza. Il risultato, che vogliamo credere raggiunto per via in buona parte involontaria, è stato che anche chi accusava di populismo i propri avversari lo ha fatto ricorrendo alle tipiche armi del confronto populista.

Ora che una delle due fazioni ha prevalso, e nettamente, si dirà che «l’Italia ha bisogno di ritrovarsi unita». Ma è assai difficile che dopo una simile, estenuante campagna elettorale ciò possa accadere; di certo non in tempi brevi.

Qualcuno, un quarto di secolo fa, si è illuso di essere approdato alla Seconda Repubblica; e ora si è immaginato che la Terza fosse alle porte. Ma è la «Repubblica dei partiti» di cui ci parlò per primo Pietro Scoppola il vero discrimine tra un prima e un dopo, non altro. Finita quella, il sistema politico italiano, seppure dopo un periodo di transizione che sarebbe stato comunque inevitabile, non è stato in grado di creare qualcosa di altrettanto stabile e ha elevato alla ennesima potenza i difetti genetici che si sono sviluppati nel corso dei decenni della cosiddetta Prima Repubblica. La rissa, l’indisponibilità al confronto, la mediazione finalizzata solo al rendiconto di parte, e nel brevissimo periodo. Causa, questa, tra le principali dell’incapacità di arrivare a una proposta di revisione costituzionale diversa da quella sulla quale gli italiani sono stati chiamati a esprimersi, o a una legge elettorale pensata per un vero equilibrio tra governabilità e rappresentazione e non per il ritorno del momento. Quella legge elettorale-matassa di cui si dovrà subito andare a cercare, di nuovo, il bandolo, per evitare di lasciare il Paese in una situazione di precarietà politica, questa sì pericolosa per chi guarda all’Italia da fuori e ci valuta.

Tutto o quasi è ora nelle mani del presidente Mattarella, che si trova di fronte alla sua prima vera prova difficile da quando è al Quirinale. Ma molto ancora dipenderà anche dal Partito democratico, l’altro grande sconfitto insieme al suo segretario-premier, che in quanto partito ha mostrato tutta la sua fragilità, tra spaccature e minacciata scissione.

Un risultato così netto, sostenuto da una partecipazione ampia come non accadeva da vent’anni (gli stessi vent’anni nei quali l’Italia ha smesso di crescere; fanno eccezione solo le politiche del 2013), è anche il segnale che chi nel partito di maggioranza relativa si è affidato alla logica dell’uomo buono solo al comando ha fatto danni innanzitutto alla propria parte politica, cullandosi sul 41% delle Europee del 2014 e sulla panzana della rottamazione. Le logiche plebiscitarie sono sempre foriere di brutti esiti: in caso di consenso perché danno buon gioco agli avversari che gridano, seppure strumentalmente, al rischio autoritarismo; in caso di sconfitta bruciante perché lasciano sul terreno soprattutto macerie.

E questo è il caso: la scena politica-istituzionale è ora talmente frammentata e conflittuale da rendere difficilissima l’opera di ricostruzione. Eppure ricostruire rimane l’unica strada, l’unico modo per lasciare aperta una possibilità di continuare su quel percorso di democrazia liberale che altri vicini europei sono tentati di mettere in discussione. La tela è stata lacerata: ora bisogna ricominciare a tesserla, sperando che nel frattempo i prezzi da pagare non si rivelino troppo alti.

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