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New York, novembre 2016
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Le elezioni americane: sono finalmente finite, no? Quasi tutti sono sorpresi dalla vittoria di Trump. Si dice che pure Trump sia stupito. E ovviamente ora ognuno spiega come ciò sia potuto accadere, anche se le spiegazioni sono diverse. E ognuno parla delle profonde spaccature che le elezioni hanno creato (o riflesso?) nel corpo politico americano.

Non mi aggiungerò alla già fin troppo lunga lista di analisi generali. Voglio invece concentrarmi su due temi: le conseguenze di questa vittoria di Trump sugli Stati Uniti e quelle sulla potenza americana nel resto del mondo.

Internamente il risultato, non importa come lo si misuri, sposta gli Stati Uniti decisamente a destra. Non importa che Trump abbia effettivamente perso nazionalmente nel voto popolare. E non importa che, se soli 70.000 voti in tre Stati (poco meno dello 0,09% di tutti i voti espressi) fossero mancati a Trump, Hillary Clinton avrebbe vinto.

Quello che importa è che i repubblicani hanno acquisito quello che viene chiamato the trifecta – il controllo della presidenza, di entrambe le Camere del Congresso e della Corte suprema. E mentre i democratici potrebbero riconquistare il Senato, o addirittura la presidenza tra 4 o 8 anni, i repubblicani manterranno la maggioranza nella Corte suprema per un periodo di tempo molto più lungo.

Certo, i repubblicani sono divisi su temi molto importanti. Questo è evidente già a una settimana dalle elezioni. Trump ha già cominciato a mostrare il suo lato pragmatico e quindi le sue priorità: più posti di lavoro, riduzione delle tasse (ma solo di alcune), e mantenimento di alcune parti dell'Affordable Care Act (Obamacare) che sono molto popolari. L'establishment repubblicano (un establishment piuttosto di estrema destra) ha altre priorità: distruggere il Medicaid e addirittura il Medicare, una riforma delle tasse diversa, respingere il liberalismo sociale (come il diritto di aborto e i matrimoni gay).

Resta da vedere se Trump possa vincere contro Paul Ryan (che è la figura chiave dell’ala destra al Congresso), o se Paul Ryan riesca a respingere Trump. La figura chiave in questo scontro sembra essere il vicepresidente Mike Pence, che si è posizionato chiaramente come il vero numero due nell’ufficio presidenziale (come fece Dick Cheney).

Pence conosce bene il Congresso, è ideologicamente vicino a Paul Ryan, ma politicamente è leale a Trump. È stato lui a scegliere Reince Priebus come capo dello staff per Trump, preferendolo a Steve Bannon. Priebus si batte per unire i repubblicani, mentre Bannon per attaccare i repubblicani che non sono al 100% leali a un messaggio di ultra destra. Anche se Bannon ha avuto il premio di consolazione di consigliere interno, difficilmente avrà un vero potere.

Qualunque sia il risultato di questo scontro tra i repubblicani, resta il fatto che la politica americana è ora significativamente più di destra. Forse il partito democratico si riorganizzerà come movimento populista di sinistra, e sarà capace di sconfiggere i repubblicani nelle prossime elezioni. Anche se questo resta da vedere. Mentre la vittoria elettorale di Trump è reale ed è un successo.

Volgiamoci ora dall’arena interna nella quale Trump ha vinto e ha un vero potere, verso l’arena esterna (il resto del mondo), nel quale non ne ha teoricamente nessuno. Nella campagna ha usato lo slogan «make America great again». Quello che ha detto più e più volte era che, nel caso fosse diventato presidente, si sarebbe assicurato che gli altri Paesi rispettassero gli Stati Uniti (cioè obbedissero). In effetti, alludeva a un passato in cui gli Stati Uniti erano «grandi» e ha detto che sarebbe tornato a quel passato.

Il problema è molto semplice. Né lui né nessun altro presidente – Hillary Clinton o Barack Obama o, per quel che importa, Ronald Reagan – può fare molto riguardo all’avanzato declino della potenza egemonica di un tempo. Sì, gli Stati Uniti comandavano nel pollaio, più o meno tra il 1945 e il 1970 circa. Ma da allora, c'è stato un continuo declino nella loro capacità di far seguire agli altri Stati la loro guida e fare loro fare quello che gli Stati Uniti vogliono.

Il declino è strutturale e arrestarlo non è nelle possibilità di un presidente americano. Certo, gli Stati Uniti mantengono una forza militare incredibilmente possente. Se misurata, la forza militare può fare un grande danno al mondo. Obama era molto sensibile a questo danno potenziale, cosa che spiega tutte le sue esitazioni. E Trump è stato accusato lungo tutta la campagna di non capirlo e quindi di essere un pericoloso utilizzatore della potenza militare americana.

Ma mentre è abbastanza facile procurare un danno, fare quello che il governo americano può definire buono sembra virtualmente oltre il potere degli Stati Uniti. Nessuno, e dico nessuno, seguirà oggi la guida degli Stati Uniti se pensa che i propri interessi saranno ignorati. Questo è vero non solo per la Cina, la Russia, l’Iran e ovviamente la Corea del Nord. È vero anche per il Giappone, la Corea del Sud, l’India, il Pakistan, l’Arabia Saudita e per la Turchia, la Francia e la Germania, la Polonia e i Paesi baltici, e per i nostri ultimi alleati speciali quali Israele, Gran Bretagna e Canada.

Sono piuttosto sicuro che Trump non lo abbia ancora realizzato. Si vanterà delle facili vittorie, come la fine dei trattati commerciali. Userà questo per provare l'opportunità del suo atteggiamento aggressivo. Ma lasciategli provare a fare qualcosa sulla Siria – qualsiasi cosa – e la sua forza sarà immediatamente smentita. Difficilmente arretrerà rispetto alle nuove relazioni con Cuba. E potrebbe realizzare che non dovrebbe tornare indietro sull’accordo con l’Iran. Per quanto riguarda la Cina, i cinesi sembrano pensare che potranno accordarsi meglio con Trump di quello che sarebbero stati capaci di fare con la Clinton.

Quindi, Stati Uniti più a destra in un sistema-mondo più caotico, con il protezionismo come tema principale per la maggior parte dei Paesi e con una stretta economica sulla maggioranza della popolazione mondiale. Ed è finita?

In nessun modo, né negli Stati Uniti, né nel resto del mondo. È una lotta continua riguardo la direzione verso cui il futuro sistema-mondo (o i sistemi) dovranno dirigersi e verso cui si dirigeranno. 

 

[Copyright © 2016 Immanuel Wallerstein, used by permission of Agence Global. Traduzione di Lorenzo Battisti]

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