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Il passato che non passa: etnicizzazione ideologica e delegittimazione dell'avversario
Palestina, la terza età del conflitto
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Il confronto tra israeliani e palestinesi, nell’ormai sua «terza età», è divenuto come una sorta di pellicola che si srotola e, una volta visionata, si arrotola immediatamente su di sé, quasi fosse una partitura eternamente ripetuta senza però nessuna variazione di merito. O un film che ha perso qualsiasi colore. Lo stallo negoziale tra i contendenti, che nei fatti sono peraltro più di due, ne è una sorta di icastica raffigurazione: dal 2000 in poi tutto si è fermato, nel mentre i richiami a una soluzione negoziata si sono sempre più stancamente ripetuti, quasi a volere ribadire gattopardescamente che il parlare di tutto serve per ottenere il nulla.

I protagonisti sono tuttavia mutati, essendosi succedute più generazioni (tre se si indica il 1948 come anno spartiacque, il doppio almeno se si parte dai primi insediamenti sionisti nella Palestina ottomana). Le diaspore dell’una e poi dell’altra parte si sono consolidate o comunque confermate, dando corso a dialettiche imprevedibili anche all’interno dei medesimi campi di appartenenza. Il contenzioso sulle terre ha conosciuto un’evoluzione a tutt’oggi irrisolta, mentre i simbolismi più deteriori si sono rafforzati, traducendo, ancora una volta, il rapporto conflittuale in un meccanismo di delegittimazione diabolizzante dell’avversario.

La recente vicenda della controversa risoluzione del Consiglio esecutivo dell’Unesco su Gerusalemme, la «Palestina occupata» e la denominazione araba di alcuni luoghi sacri ai tre monoteismi, richiama questo stato di cose, usando il ricorso alla lingua come strumento di implicita riscrittura della Storia. Nulla di nuovo, da più punti di vista, ma senz’altro una spia preoccupante del ritorno, in assenza di politica, alla cristallizzazione dei ruoli e all’implicita opzione per cui il ripetersi della contrapposizione si risolverà, prima o poi, in una sorta di gioco a somma zero, dove una delle due controparti è destinata ad estinguersi o comunque a soccombere per sempre. Mentre lo spezzettamento delle aree territoriali attribuite, in seguito agli accordi di Oslo, direttamente o indirettamente al controllo della pencolante Autorità nazionale palestinese prosegue costantemente, secondo una politica dei fatti compiuti, il tempo a venire per i palestinesi è a dir poco incerto.

Nella logica della contrapposizione del muro contro muro, se una parte del ceto politico israeliano non si pone più il problema dell’esistenza di una «questione nazionale palestinese» (e quindi del diritto all’autodeterminazione nazionale) il processo simmetricamente inverso da parte araba sta nella riaffermazione della natura diabolica del «sionismo» e della sua creazione storica, Israele. Siamo in presenza senz’altro dei frutti velenosi dell’inerzia politica ma anche dei risultati dell’islamizzazione dell’opposizione palestinese. Laddove la dimensione di etnicizzazione ideologica e «teologica» del confronto fa perno su qualsiasi altro riferimento.

Mentre in campo israeliano questo problema è espresso dalle spinte radicalizzanti presenti nella galassia politica di cui gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono un cuore pulsante, sul versante palestinese lo si riscontra nel declino inarrestabile dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, da una quindicina d’anni in fortissimo debito di credibilità. Il notabilato che ruota intorno ad Abu Mazen è autoreferenziale mentre gli organismi collegiali di fatto non vengono neanche più riuniti. Rimangono sul campo, in quanto fazioni tra di loro concorrenti, Hamas e Fatah, animate da una retorica dell’intransigenza che a malapena riesce a coprire la loro frequente subalternità ai vari attori regionali, come ad esempio la Russia, l’Iran, i Paesi del Golfo.

Il tutto però all’interno di un quadro di alleanze comunque fluido, in perenne ricomposizione, caratterizzato quindi dall’instabilità permanente. Se per Arafat si trattava di giocare su più tavoli per promuovere la forza contrattuale dell’Olp, oggi invece l’equilibrismo politico è alla radice delle scelte dei protagonisti, a Gaza come a Ramallah: con il rischio di essere stritolati dal confronto tra «asse saudita» e «asse iraniano».

La frantumazione della rappresentanza politica si misura quindi su più piani: alla diaspora palestinese difetta completamente, mentre per coloro che vivono nei Territori dell’autonomia (nella dizione israeliana sono ritenuti «amministrati» mentre i palestinesi ne denunciano l’occupazione) la strada della disillusione è l’unica alternativa a quella della militanza radicale. Le ultime votazioni politiche sono quelle del 2006, le presidenziali si sono tenute nel 2009, le municipali, infine, rinviate a tempo futuro. Fatah, divisa al suo interno per quanto riguarda la successione di Abu Mazen, teme il tracollo del suo residuo radicamento elettorale, minato da Hamas, tornata in auge in questi ultimi tempi dopo un periodo di relativo appannamento. Mentre gli americani e le partnership forti del mondo arabo (Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) spingono affinché il nuovo presidente palestinese sia Mohammed Dahlan, figura che potrebbe risultare accettabile anche per Israele, ciò che resta del potere dell’Autorità nazionale palestinese ruota intorno al pletorico apparato burocratico, ai servizi di sicurezza interni e all’appoggio finanziario esterno.

Hamas contende spazi e, soprattutto, credibilità a Fatah. Dopo avere duramente regolato i conti con la concorrenza salafita a Gaza, oggi si dà l’immagine di una credibile alternativa alla sclerosi della vecchia nomenclatura, selezionando la propria dirigenza attraverso un processo elettorale interno. Anche per questa ragione il movimento islamista ha usato con parsimonia le carte a sua disposizione: calcolata equidistanza rispetto al conflitto in Siria, pragmatismo con l’Egitto e l’Arabia Saudita, attenzione verso la Turchia, ricerca del consenso tra gli elettori. All’orizzonte, per chiunque dovesse vincere le tornate elettorali a venire, vi sono sia i complessi ritorni politici di un Medioriente in via di trasformazione sia la capacità israeliana di mantenere e consolidare il proprio ruolo di attore regionale. Anche per questa ragione, l’immagine di sé come di una comunità nazionale eternamente militante rischia di risultare sempre più infruttifera. 

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