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L'Aia, 4/11/2016
rubrica
  • lettere internazionali

Se i Paesi africani lasciano la Corte penale internazionale. La recente decisione di alcuni Paesi africani - al momento Burundi, Gambia e Sud Africa - di lasciare la Corte penale internazionale (Cpi) è un segnale alquanto preoccupante per il futuro di questa istituzione.

Non si tratta in realtà di una sorpresa assoluta: già in passato si erano infatti registrate allarmanti iniziative, tra cui in particolare il tentativo di alcuni governi di giungere a una decisione – in sede di Unione africana – di uscita in massa dalla Corte. Tale iniziativa, già fallita in passato, si è ripresentata nuovamente di recente, anche se per ora senza esito. Sono ben 34 gli Stati africani che hanno ratificato lo Statuto di Roma, ossia il trattato istitutivo della Cpi, entrato in vigore nel 2002.

Le accuse mosse alla Cpi - le cui indagini fin dal principio si sono in effetti concentrate in maniera quasi esclusiva sull’Africa - sono di essere uno strumento di ispirazione coloniale, atto a perpetuare l'egemonia dell’occidente sul Sud del mondo, un’istituzione forte coi deboli e debole coi forti, sbilanciata e incapace di amministrare la giustizia a livello globale e in modo imparziale.

È certamente vero che al momento la situazione delle indagini davanti alla Corte si presenta geograficamente sbilanciata: basta scorrere velocemente la home page del sito della Cpi per rendersi conto che nove delle dieci indagini attualmente in corso riguardano Paesi africani (la decima, avviata relativamente di recente, riguarda la Georgia). 

Occorre tuttavia sapere che la maggior parte delle indagini avviate sui gravi crimini internazionali, ossia crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi, commessi in Paesi africani è stata richiesta dagli stessi Stati sul cui territorio i crimini sono stati commessi. Ciò è avvenuto nei casi di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana, Costa d'Avorio e Mali. Si parla tecnicamente in proposito di self-referral, nel senso che è lo Stato avente giurisdizione sui fatti in base al consueto criterio della territorialità che richiede l’intervento della Corte perché non in grado di procedere, ai sensi dello Statuto della Cpi.

Rispetto ai procedimenti in Libia e Darfur (Sudan) vi è stata invece una richiesta da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Beninteso, in ogni caso tali richieste (o referrals) sono state valutate in modo indipendente e autonomo dal procuratore della Cpi che, all’esito di un esame preliminare della situazione, ha discrezionalmente deciso di avviare le relative indagini. Solo nel caso del Kenya si è comunque trattato di un’indagine partita proprio motu (ossia su iniziativa) del procuratore dell’Aia.

Peraltro, proprio i processi relativi al Kenya - che, prima di collassare per mancanza di prove a causa dell’ostruzione delle autorità keniote, hanno visto imputato anche l'attuale presidente Uhuru Kenyatta - sono da annoverare tra le due principali cause scatenanti l’attuale esodo dalla Corte. L’altra è certamente rappresentata dalle indagini in Darfur, nell’ambito delle quali la procura dell’Aia ha spiccato i mandati di arresto (tuttora pendenti) nei confronti del presidente sudanese Al Bashir per crimini contro l’umanità e genocidio.

Particolarmente preoccupante è l’annunciata decisione del Sud Africa di uscire dalla Cpi, non solo per il peso che questo Paese ha nel continente e a livello globale, ma anche per la sua storia e il suo impegno nei confronti delle vittime nel complesso processo di transizione del post-apartheid. La decisione del Sud Africa è stata giustificata dal governo come reazione all’impasse creatasi internamente per via del caso contro Al Bashir: da un lato vi sarebbe l’obbligo del Sud Africa di rispettare le immunità dei capi di Stato in carica riconosciute dal diritto interno; dall’altro, quello di dare esecuzione al mandato di arresto spiccato dall’Aia nei confronti del presidente sudanese. Lo Statuto della Cpi non prevede infatti alcuna immunità in caso di commissione di crimini internazionali, nemmeno per i capi di Stato in carica.

Il contrasto in concreto è nato per via della visita di Al Bashir in Sud Africa nel giugno dello scorso anno: le autorità sudafricane, che avrebbero dovuto arrestare il presidente sudanese in forza degli obblighi di cooperazione contratti come Stato membro della Corte, si sono rifiutate (peraltro come già altre autorità di altri Paesi africani, tra cui l’Uganda, in passato). La questione è stata portata davanti alla Corte suprema sudafricana che ha concluso nel senso che il governo avrebbe violato i suoi obblighi interni e internazionali non arrestando Al Bashir. Poco dopo il Sud Africa ha notificato al Segretario generale dell’Onu la sua decisione di lasciare la Corte.

Il presidente dell’Assemblea degli Stati parte della Cpi, in una recente conferenza stampa, ha invitato il Sud Africa e gli altri due Paesi africani a riconsiderare le loro posizioni, preoccupato che tali «disturbing events», come da lui definiti, possano aprire la strada a ulteriori decisioni di uscire dalla Corte. In questo senso ha fatto appello a tutti gli Stati affinché supportino la Corte e assicurino la sua «effettività» e «credibilità» al fine di salvaguardare la giustizia universale per tutte le vittime dei crimini di massa.

Ci pare invero che la prima misura da adottare al fine di garantire l’effettività e credibilità di questa istituzione sia ampliare il raggio di azione della Corte, uscendo dai (pur ampi) confini del continente africano e allargandosi ai gravi crimini commessi nell’ultimo decennio nel contesto di altri importanti scenari di guerra, quali ad esempio i conflitti armati in Iraq e Afganistan, che vedono tra i possibili indagati anche agenti statunitensi e inglesi, o la Palestina/Israele.

Tale compito, di certo non facile per evidenti motivi politici, è quindi in primo luogo nelle mani del procuratore della Cpi, con il necessario supporto di tutti gli Stati, compresi quelli africani.

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