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sì/no: un voto decisivo
Brancaleone e il «no» che risuona argentino
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  • Identità italiana

Messo da parte, almeno temporaneamente, l’elisir plebiscitario al quale quasi tutti i sostenitori del «sì» si sono abbeverati, adesso la discussione è tornata sul merito. Almeno così affermano i corifei del «sì». Dopo che Giorgio Napolitano, seppure molto tardivamente, ha denunciato in maniera felpatissima la propaganda di Renzi, caratterizzata «forse, da un eccesso di personalizzazione politica», i sostenitori del disegno di revisione costituzionale hanno beatificato il loro statista Renzi perché – udite udite – si è corretto. Pazzesco. Vedremo fino a quando.

Ancora inebriati da quel potente elisir, o forse ricordando un esemplare articolo, definibile solo come character assassination, scritto da una coppia di professori di scienza politica a Bologna, Sergio Fabbrini cerca di fare di meglio, ricorrendo a qualche mediocre sarcasmo. Scopre che i sostenitori del «no» sono un’Armata Brancaleone (quale originalità!). Continuando la discussione sul merito, scrive, ma non è il primo, che i «no» sono degli irresponsabili anti-italiani che non hanno fatto nulla di buono nel passato e che scasserebbero il Paese se vincessero. Della stupefacente omogeneità dello schieramento del «sì» («Il Foglio» e «Civiltà Cattolica», il «Corriere della Sera» e «Il Sole-24 Ore», Confindustria e i suoi pregevoli algoritmi, Arturo Parisi e Denis Verdini, Marcello Pera e Cesare Damiano, con la ciliegina di JP Morgan sulla quale vale la pena di soffermarsi) nulla ci dice il professore della Luiss. Pazienza.

Il merito, come hanno capito prima di tutti i notissimi professoroni della JP Morgan, riguarda la trasformazione delle costituzioni socialiste dell’Europa meridionale. Cestinarle, dicono quei professoroni anonimi, senza curarsi del punto - effettivamente di merito - che nell’Assemblea costituente italiana c’erano fior fiore di liberali, repubblicani, azionisti e socialisti né catto né comunisti.

Naturalmente (sempre restando sul merito), stante il ridimensionamento del Senato (ma i comunisti volevano il monocameralismo: che non abbiano vinto allora, ma stiano per vincere adesso?), l'abolizione del Cnel, l'introduzione di qualche referendino in più, l'accentramento dei poteri nello Stato (ma non erano i comunisti quelli che miravano all’accentramento del potere politico?), è inoppugnabile che le riforme renzian-boschiane faranno diventare la Costituzione italiana un moderno palinsesto liberista applaudibile anche dall’allarmato/ista Ufficio studi della Confindustria. Però, chiedere politiche keynesiane all’Unione europea proponendo come vessillo una riforma sedicente liberista appare non propriamente convincente. Ad ogni modo, vorremmo fare sapere a JP Morgan che ha sbagliato bersaglio: il cattocomunismo non sta nella seconda parte della Costituzione, ma nella prima. Sono i diritti civili, politici e sociali, che Renzi e i suoi giurano di non toccare, la vera eredità del cattocomunismo, ovvero, meglio dell’elaborazione ampia e pluralista, condivisa dai nove decimi dell’Assemblea, che ha portato alla Costituzione italiana.

Non è chiaro in quale dei molti testi da lui compulsati, il Fabbrini abbia scoperto le ambizioni che lui attribuisce al molto composito schieramento del «no»: dare vita a un nuovo governo. Non è affatto così. Il «no» vuole sconfiggere riforme di bassissimo profilo, dannose, che produrrebbero conseguenze molto negative sul funzionamento del sistema politico italiano e che inquinerebbero la vita politica italiana per anni e anni. Il «no» pensa che non esista nessun «Uomo della Provvidenza» né oggi né domani e che il Parlamento italiano, se Renzi e i suoi non si metteranno di traverso (pazzesco), è in grado di dare vita a un nuovo governo a guida legittimamente espressa dal partito che ha la maggioranza parlamentare, il Pd. Anche questo è il merito.

Infine, è sempre utile ricordare a tutti, soprattutto agli ulivisti della prima e della seconda ora, che da questo progetto di revisione costituzionale non emergerà alcuna fantomatica «democrazia governante» né, tantomeno, una democrazia maggioritaria e competitiva. Non saranno le «élite negative», per di più argentine, evocate da Fabbrini, a riproporre un ritorno all’Italia proporzionalista. Anche perché questo nostalgico ritorno al passato lo dobbiamo, da ultimo, alle giovani élite fiorentine che, in compagnia dei loro gigli magici, hanno approvato una legge elettorale di ispirazione e stampo proporzionalista, che garantirà diritto di tribuna e di veto anche alle più piccole minoranze, disponibili (loro sì!) alla consociazione appena la maggioranza di turno darà segni di cedimento.

Col «sì» si chiude la transizione istituzionale italiana riportando indietro le lancette dell’orologio di oltre venti anni. Col «no» si tiene aperta la porta a riforme migliori, provando a restituire al cittadino lo scettro e il fischietto (nostro omaggio a Roberto Ruffilli e al suo libro Il cittadino come arbitro, Il Mulino 1988). 

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