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La logistica conflittuale
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La morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, operaio egiziano che lavorava per la Seam, impresa che gestisce in appalto il magazzino Gls di Piacenza, ha acceso i riflettori su un settore sempre più centrale per il funzionamento del sistema capitalistico contemporaneo: quello della logistica. A partire dagli anni Novanta, infatti, il settore ha visto un’esplosione in termini di valore di mercato e di occupazione, trainata sia dai processi di esternalizzazione delle imprese, che – soprattutto negli ultimi anni – dalla crescita del fenomeno e-commerce. Tuttavia questa crescita non ha contribuito alla crescita di «buona occupazione». Il grosso dell’esplosione occupazionale che ha caratterizzato il settore è collocato infatti in imprese (generalmente cooperative), nelle quali le condizioni di lavoro sono talmente precarie da apparire in molti casi vicine allo sfruttamento.

La filiera logistica si basa, infatti, su complesse articolazioni inter-organizzative nelle quali le grandi aziende conservano al loro interno – impiegati direttamente – quasi esclusivamente le funzioni impiegatizie (amministrative, commerciali, ingegneristiche), ma solo una piccola parte delle funzioni operative (quelle di trasporto e movimentazione vera e propria). Per la maggior parte, queste funzioni vengono affidate all’esterno, ad aziende cooperative appunto, in una lunga catena di appalti e subappalti.

Il lavoro all’interno delle imprese cooperative costa meno ed è più flessibile. Questo per diversi motivi. In primo luogo le imprese cooperative godono di un regime speciale, sia in termini di regolazione del rapporto di lavoro che fiscale. Ad esempio, attraverso regolamenti interni possono derogare ad alcune norme contrattuali, generalmente per superare fasi di crisi che vengono però spesso protratte indefinitamente. L’elemento problematico sta nel fatto che la stragrande maggior parte di queste imprese sono in realtà solo fintamente cooperative e assumono queste spoglie esattamente per sfruttare questo vantaggio normativo.

In secondo luogo, il meccanismo dell’appalto consente alle imprese capofila di pagare solamente per i servizi ricevuti, disfandosi della responsabilità associata nel nostro ordinamento (e nella maggior parte di quelli dei Paesi economicamente più avanzati) alla figura del datore di lavoro. Le cooperative scaricano poi a loro volta l’instabilità che ne deriva sui lavoratori che, appunto, vengono pagati solo per quanto lavorano. Detto altrimenti: niente ferie, malattia, infortunio, e se non c’è lavoro niente salario.

Da ultimo, ma probabilmente elemento più importante, queste imprese costano meno per la presenza di sistematiche violazioni di norme legali o contrattuali. Capita spesso, ad esempio, che i salari dei lavoratori impiegati nel settore vengano corrisposti non in quanto salari, ma come rimborsi spese (la famosa dicitura «Trasferta Italia») o altre voci straordinarie su cui non vengono pagati contributi pensionistici e altri istituti che incidono sul costo del lavoro. Oppure che, terminato l’appalto, la cooperativa chiuda e scompaia, senza versare ai lavoratori quanto loro dovuto, fra cui mensilità di stipendio, Tfr ecc. Questa illegalità è consentita da una forte difficoltà dell’azione ispettiva, con aziende che nascono e muoiono continuamente e, quando ispezionate e sanzionate, si sottraggono alla sanzione semplicemente chiudendo i battenti, e dalla debolezza della forza lavoro, quasi esclusivamente composta da lavoratori immigrati, fortemente ricattabili a causa delle norme sull’immigrazione (la legge Bossi-Fini), e fino a poco tempo fa poco sindacalizzati.

È importante, però, notare che questa situazione non è un prodotto derivato, involontario, delle trasformazioni organizzative delle imprese (delle esternalizzazioni), ma il loro obiettivo originario. Le complesse strategie di definizione dei confini organizzativi che hanno caratterizzato il settore hanno infatti come obiettivo quello di ridurre il costo che le imprese leader devono pagare per ricevere una determinata prestazione, sfruttando la forte competizione che esiste nel mercato. In un settore in cui la maggior parte dei costi operativi è legata alla retribuzione della forza lavoro ciò può avvenire solo riducendo il costo del lavoro. Giocare su cosa viene fatto all’interno e cosa fuori consente, da un lato, di accedere a segmenti meno regolati del mercato del lavoro e di aggirare i vincoli istituzionali (leggasi leggi e norme contrattuali) presenti nel mercato interno del lavoro, ossia dentro l’impresa. Dall’altro, la compressione della remunerazione di questi servizi è stata tale che le imprese della filiera non possono riuscire a effettuarli senza adottare pratiche illecite di gestione della forza lavoro. Qui sta, quindi, la responsabilità, spesso taciuta e rinnegata, delle imprese capofila. Va detto, inoltre, che un ruolo centrale nella produzione di questa situazione è stato giocato dalla politica.

A partire da inizio secolo, infatti, la regolazione dei processi di articolazione dell’impresa e, più in generale, di acquisizione indiretta (tramite somministrazione, appalto o distacco) del lavoro ha favorito (assecondando trasformazioni del sistema produttivo già in atto) la frammentazione dell’impresa e la dissociazione fra chi utilizza il lavoro e chi ne assume la responsabilità. In particolare, con l’abrogazione della legge 1369 del 1960 sono stati eliminati alcuni principi, fra cui la parità di trattamento, che erano contemporaneamente garanzia per le condizioni di lavoro di chi è coinvolto in questi processi e orientamento delle forme che l’articolazione produttiva doveva assumere. Inoltre, le recenti riforme in merito al principio della responsabilità solidale (secondo cui il committente nell’ambito dell’appalto di opere o servizi è responsabile per i crediti retributivi e contributivi dei lavoratori dipendenti dell’appaltatore) hanno progressivamente ridotto la responsabilità delle imprese capofila, con l’effetto di ridurre ulteriormente la capacità del sistema di sanzionare le violazioni e tutelare i lavoratori.

Un’indiretta conferma dello stesso legame esistente fra condizioni di lavoro, illegalità e articolazioni organizzative viene dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano – probabilmente uno dei migliori punti di osservazione del settore disponibili – anche grazie allo stretto coinvolgimento delle imprese leader del settore. Nell’introduzione al rapporto si riporta come, dopo la fase di contrazione (l’«anno terribile» come viene definito) del 2013, la contract logistics sembra attraversata da un ripensamento generale del proprio modello di business. Secondo Gino Marchet, responsabile dell’Osservatorio, «abbiamo assistito in questi anni a un incremento continuo dei costi della manodopera (con un differenziale di costo ormai quasi nullo tra personale dipendente e di cooperativa) che comporterà una valorizzazione strategica della logistica e maggiori investimenti gestionali e negli impianti».

Ciò che questo commento tace è che «l’incremento continuo dei costi della manodopera» è in larga parte effetto di una inedita ondata di conflitti e di mobilitazioni che ha attraversato il settore a partire proprio dal 2008, ma con punte sempre più significative nel periodo 2011-2013, che ha sensibilmente migliorato (almeno in alcuni segmenti del settore, soprattutto i grandi magazzini) le condizioni di lavoro, ponendo un freno ai fenomeni di illegalità diffusa che caratterizzavano il settore. Quello che invece la citazione chiaramente ci dice è che, nel momento in cui cattive condizioni di lavoro (va ripetuto, derivanti soprattutto da comportamenti illeciti delle imprese) non sono più (o almeno lo sono meno) possibili, perché gli operai, ora organizzati, e i loro rappresentanti non lo consentono, la complessa architettura organizzativa fatta di appalti, subappalti, cooperative di comodo, ecc. diventa sempre meno utile, perché non raggiunge più il suo scopo: ridurre i costi. Una (invero molto parziale e assolutamente da prendersi con cautela) conferma di questo sta nel trend alle re-internalizzazioni che viene indicato nel rapporto. Il 5% delle imprese intervistate ha, infatti, affermato che sta operando una revisione della strategia del sub-appalto, incrementando la quota di personale diretto impiegato nei magazzini, anche a causa della riduzione del differenziale di costo fra la manodopera di cooperativa e dipendente.

Sembra una testimonianza plastica di quelli che Wolfgang Streeck chiamava «vincoli benefici», ovvero di quella tendenza secondo cui gli aumenti del costo della forza lavoro (derivanti da vincoli, appunto, di natura legale, contrattuale o sindacale) producono ridefinizioni tecnologico/organizzative del capitale e l’adozione di modelli di business che basano la propria capacità competitiva sulla qualità e non sul prezzo. A differenza della connotazione molto ottimistica dell’espressione «vincoli benefici» (e di molta letteratura che si basa su questo punto di vista), è bene tenere a mente, comunque, che questi processi di riorganizzazione non saranno affatto indolori e che il loro esito – più o meno favorevole al lavoro – è tutt’altro che scontato.

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