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A proposito della brochure predisposta dal governo per attirare investitori esteri
Pubblicità ingannevole
rubrica
  • Identità italiana

Eleonora Voltolina su Linkiesta ha attirato l’attenzione sulla brochure intesa a promuovere l’attrattività dell’Italia per investitori esteri. Autore della brochure Invest in Italy è l’Ice Italian Trade Agency (Ita), un ente governativo che, d’intesa con i ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico, promuove l’internazionalizzazione dell’economia italiana. Voltolina giustamente trova sconcertante che tra i fattori attrattivi di un Paese avanzato siano enfatizzati sia la minore crescita del costo del lavoro rispetto agli altri Paesi europei sia, più specificamente, la minore retribuzione annua rispetto alla media europea degli ingegneri italiani (38.500 euro rispetto a 48.500). Una competizione al ribasso sul costo del lavoro, perdente, che tanti dubbi potrebbe suscitare nel potenziale investitore estero per l’omissione, nella brochure, di dati sul tasso di crescita della produttività, che, come è noto (anche e forse soprattutto all’estero), è il vero tallone d’Achille dell’economia italiana. Solo il rapporto tra costo e produttività del lavoro conta nel valutare, a parità di condizioni, in quale Paese sia conveniente assumere.

In effetti, se la brochure ha l’intento di essere una sorta di biglietto da visita, è alto il rischio che una comunicazione non adeguatamente professionale possa finire per avere esiti controproducenti. Ciò soprattutto se il target è un soggetto abituato, per salvaguardare gli interessi economici propri e dei suoi finanziatori, a fare scelte su un orizzonte pluriennale, ponderando oculatamente tutte le informazioni disponibili pubblicamente. Questo rischio può materializzarsi se si fa un minimo di fact checking relativamente alla selezione di informazioni fornite nella brochure. Due esempi: il primo è sull’affidabilità nel tempo delle informazioni fornite da componenti del governo in carica; il secondo è sulla «lettura» offerta sulle graduatorie tra Paesi prodotte da organismi internazionali.

Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, nella prefazione alla brochure, «vende» come già varati la riforma della Costituzione e il nuovo sistema elettorale. Entrambi garantirebbero stabilità e riduzione di incertezza al business. Peccato che quanto dichiarato rifletta una scommessa di Scalfarotto, scommessa di cui un investitore estero non è edotto, visto che si omette il piccolo dettaglio del referendum, ancora da svolgersi, sulla riforma costituzionale. Al momento in cui è stata prodotta la brochure (luglio 2016) non era noto forse neanche a Scalfarotto che anche il sistema elettorale molto probabilmente sarà di nuovo mutato rispetto all’Italicum.

Nella brochure si menzionano i progressi dell’Italia nel più recente rapporto che la Banca mondiale stila per produrre una graduatoria sulla facilità a svolgere attività economiche nei diversi Paesi (Doing Business 2016). La graduatoria, si avverte esplicitamente nel rapporto (Table 1.1), consente un raffronto solo tra il 2015 e il 2014, perché basata su una nuova metodologia di calcolo di indicatori sintetici di un insieme di fattori economici, normativi, regolamentari, di assetto istituzionale e di funzionamento della giustizia ecc. Inoltre, dei 189 Paesi presi in considerazione, quasi tutti registrano un miglioramento in assoluto nel valore dell’indice sintetico complessivo, su cui si basa poi la graduatoria, pur se di ammontare numerico diverso.

Nonostante l’avvertenza metodologica circa la necessità di limitare il confronto ai soli ultimi due anni considerati, secondo l’Ita, l’Italia ha migliorato nel 2015 nella graduatoria complessiva di 42 posizioni rispetto al 2012, raggiungendo il 45mo posto. Si omette di informare però che si è persa una posizione rispetto al 2014 e che, volendo prestare fede alla graduatoria come un attrattore di investimenti esteri rispetto ad altri Paesi, nel 2015 l’Italia è preceduta persino dalla Bielorussia.

Ancora, sempre secondo l’Ita, nel 2015 l’Italia ha «raggiunto» il primo posto per la facilità negli scambi commerciali con l’estero (trading across borders). Non è chiara l’enfasi su questo dato, invariato rispetto all’anno precedente, visto che la prima posizione per questo indicatore parziale è assegnata da decenni ai Paesi nell’Unione europea, così come agli altri Paesi avanzati, che non hanno vincoli nelle transazioni commerciali con l’estero.

Tirando le somme, quanto questa brochure si discosta da un caso di pubblicità ingannevole, così da indurre negli investitori esteri perplessità sulla qualità professionale, almeno nel fornire informazioni attendibili, degli organismi pubblici con cui dovrebbero avere a che fare?

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