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Il Cairo, 1/2/2010
rubrica
  • lettere internazionali

L’Internazionale islamica dei Fratelli musulmani. È sempre bene guardarsi da semplificazioni ma il cambio al vertice dei «Fratelli musulmani», ovvero della jamī'at al-Ikhwān al-muslimīn (letteralmente la «Società dei fratelli musulmani»), parrebbe essersi definitivamente consumato con la vittoria, nelle elezioni interne, della componente più radicale. Cosa comporti ciò non è facile ancora dirlo poiché l’estremismo, nel mondo musulmano, corrisponde non tanto al tradizionalismo religioso in senso stretto bensì all’uso politico, molto spesso disinvolto, del dettato coranico. Da questo punto di vista si può parlare, a ragione, di “neoconservatorismo”, ovvero di una forma peculiare di intendere gli assetti terreni, basati su una lettura fondamentalista, quindi strettamente ideologica, della tradizione islamica. Quello però che appare certo sin d’ora è che ancora una volta questo movimento-partito, ben radicato in Egitto, dove ai tempi di Nasser fu dichiarato illegale, ma ramificato un po’ per tutto il Medio Oriente, riesce ad esprimere una vitalità che non conosce crisi. Ci troviamo, infatti, dinanzi ad una vera e propria Internazionale islamica, nata dieci anni dopo il crollo dell’Impero ottomano, nel 1928, in Egitto, per ispirazione e volontà di al-Hasan al-Bannāh, un insegnante. Si tratta della maggiore organizzazione musulmana impegnata in un approccio di tipo politico all’Islam. «I Fratelli», al-Ikhwān, come più semplicemente sono conosciuti gli affiliati al gruppo, professano un approccio ideologico alla modernità che rifiuta la secolarizzazione nei paesi dell’area islamica, in favore di una osservanza rigorosa dei precetti del Corano, inteso non solo come Libro sacro ma innanzitutto come la fonte prima e ultima di legittimità. Ciò facendo, rigettano l’influenza occidentale nei suoi aspetti di innovazione delle culture politiche ma non disdegnano il rapporto con le trasformazioni di ordine tecnologico. In ambito musulmano lottano contro il sufismo, altra grande e composita corrente di quella realtà. Loro campi elettivi d'azione sono i settori della politica tradizionale, dell'insegnamento, della sanità e delle attività sociali in genere, oltre all'organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità. Nel loro motto campeggiano le espressioni «il Corano è la nostra legge. Il jihād è la nostra via. Morire nella via di Allāh è la nostra suprema speranza».

La prerogativa della Fratellanza è di essere sia un movimento extraparlamentare sia un gruppo di pressione che riesce comunque a influenzare l’indirizzo politico legislativo. Due livelli coesistono quindi nell’organizzazione, frequentemente intercambiabili e sovrapponibili: quello militante, ramificato nella società egiziana e in quelle mediorientali e quello più strettamente politico, che arriva ad esprimere le leadership locali, come nel caso di Gaza, dove al potere è Hamās, espressione diretta della Fratellanza. Dopo la loro nascita, i Fratelli musulmani, che predicano da sempre una forma di solidarietà sociale “verticale”, basata cioè su un sistema di redistribuzione della ricchezza prodotta che tenga in considerazione i bisogni delle classi subalterne senza mettere in discussione gli equilibri e gli interessi di quelle possidenti, si diffusero un po’ ovunque, ibridandosi al nazionalismo arabo allora in auge ma predicando anche il ribaltamento violento dei regimi locali, definiti come «empi» poiché estranei ai principi islamici. Repressi duramente, con la crisi del nasserismo, la firma degli accordi di pace a Camp David tra Egitto e Israele nel 1979 e l’assassinio di Anwar al-Sādāt per loro stessa mano, tornarono prepotentemente in scena. Dal 1984 possono partecipare alle elezioni egiziane ma solo in alleanza con i partiti laici. Il loro radicamento, oltre che nelle fasce popolari, è molto esteso tra i professionisti urbani. Le consultazioni elettorali interne delle settimane scorse, tenutesi per la nomina dei sedici dirigenti della Fratellanza, hanno coinvolto la Shūra, il «consiglio», il gruppo di settantadue membri che ogni cinque anni decide al riguardo.

Il nuovo segretario dell’organizzazione è così risultato essere l’ultraconservatore Mahmoud Ezzat, un fondamentalista noto come l’«uomo di ferro», che ha sbaragliato i candidati riformisti, come Abdel Moneim Aboul Fotouh, o comunque più moderati come Mohamed Habib. La linea di cui Ezzat è propugnatore caldeggia la cosiddetta «islamizzazione dal basso», ovvero l’impegno sociale ed educativo, considerando secondario quello politico. I neoconservatori eletti nel direttivo sono appartenenti al gruppo al-Tanzim al-Khass, una formazione paramilitare che predica una piattaforma che si rifà al modello teocratico iraniano, dove insieme alle discriminazioni contro i cristiani, all’avversione nei confronti degli ebrei, alla separazione delle donne nella società civile, assegnano un maggiore potere ai religiosi. In quanto sunniti – quindi concorrenti nei confronti dei loro “cugini” sciiti – forte è per loro l’attrazione per il modello integralista salafita, che ritiene che la rinascita dell’Islam possa avvenire solo se si procede ad una radicale eliminazione di quegli elementi interni che avrebbero alterato la purezza del messaggio profetico originario.

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