Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Ankara, 28/7/2016
rubrica
  • lettere internazionali

Lotta di potere in Turchia. Il tentato colpo di Stato turco ha allarmato le cancellerie occidentali – e anche l’opinione pubblica internazionale. Avvenuto all’indomani della strage di Nizza e in un Paese attraversato da tensioni religiose ed etniche, con un governo quantomeno ambiguo nella lotta contro l’Isis, la preoccupazione maggiore è chiaramente legata ad una possibile radicalizzazione dell’islamismo ad Ankara.

In realtà la situazione è assai più confusa. Tanto l’abortito golpe militare quanto quello che a tutti appare come il contro-golpe di Erdogan hanno poco a che vedere con categorie come islamismo e laicità dello Stato. Si tratta, in realtà, di una classica lotta di potere che ha tracimato nell’extra-costituzionalità, un evento non proprio imprevedibile in una democrazia instabile, a più riprese ostaggio delle forze armate e con un potere politico che conosce poche limitazioni, se non forse nella fedeltà dei suoi quadri. La lotta di questi giorni non è stata tra l’esercito laico e l’islamista Erdogan, quanto piuttosto tra la fazione – anch’essa di matrice religiosa e moderata – di Fethullah Gulen e l’Akp di Erdogan. Non si tratta di due diversi campi ideologici, anzi, le due fazioni sono state per anni alleate, salvo poi arrivare a una completa rottura negli ultimi cinque anni. L’opzione, pertanto, non era tra uno Stato laico e uno islamico – e nemmeno tra difensori della democrazia e fascisti, siano essi militari o religiosi – quanto piuttosto tra quale cricca potesse ottenere il controllo del Paese. L’atteggiamento neutrale dell’opposizione laica a Erdogan, che si è rifiutata di schierarsi contro il presidente, ne sembra la prova più convincente.

Occorre quindi chiarire alcuni punti sulla politica turca recente. Il movimento gulenista è un gruppo di grande influenza politica e istituzionale: ha assunto un ruolo politico già dopo la fine della dittatura militare, durante gli anni Ottanta, collaborando con i governi di centro-destra, e, forte del suo ruolo, ha «infiltrato» gli apparati dello Stato formando una struttura di potere che permea polizia, magistratura, sistema educativo e anche forze armate; da alleato-chiave di Erdogan fin dall’inizio della sua avventura negli anni Duemila, ha fornito all’Akp personale e competenze necessarie per governare e cambiare la Turchia.

Proprio questo processo ha progressivamente marginalizzato le forze armate, che sono sempre state il perno del sistema laico su cui si fonda lo Stato kemalista. Inoltre, due scandali, sfruttati ad arte, hanno ridotto il ruolo delle forze armate e aumentato il peso del governo civile: il primo nel 2007, con la scoperta di Ergenekon, una struttura paramilitare clandestina analoga a Gladio; il secondo nel 2010, col processo – da molti ritenuto farsa – sul presunto complotto militare per dare il via a un colpo di Stato (operazione Sledgehammer, o Balyoz Harekâtı) nel 2003, in reazione alla vittoria dei partiti islamici.

La sconfitta delle forze kemaliste ha portato però anche all’esplodere del conflitto tra le due anime dell’islamismo politico turco, ormai non più unite dal comune nemico e divise dalle rispettive ambizioni di potere, più che da una visione politica contrapposta. Le tensioni sono via via aumentate: prima la chiusura, da parte dei fedeli di Erdogan, delle scuole private, dominate dai seguaci di Gulen; poi la campagna anti-corruzione contro gli uomini dell’Akp, scatenata dalla magistratura guelista.

Ed eccoci dunque ai fatti di questi giorni. Per fine estate era prevista una purga di massa nell’esercito, per eliminare politicamente l’ala più vicina a Gulen – ed è forse stata questa la miccia che ha appiccato l’incendio. Alcuni militari hanno preparato il golpe, ma il grosso delle forze armate, e in particolare lo Stato maggiore, sembra essere rimasto neutrale – avvalorando la tesi secondo cui il tentativo provenisse soprattutto dalla fazione gulenista. Sembra ormai probabile che Erdogan abbia saputo del golpe qualche ora prima, riuscendo quindi a controllarlo. La tesi che vi sia Erdogan stesso dietro il golpe trova poche conferme, ma non vi sono dubbi che sia Erdogan stesso a uscirne come dominus della politica turca, un po’ come accadde venticinque anni orsono con il fallito tentativo di golpe a Mosca, che lasciò campo totalmente libero a Eltsin.

È difficile prevedere con esattezza quali saranno le prossime mosse di Erdogan e l’evoluzione della politica turca. Lo showdown, causato dai gulenisti, ha dato al presidente il pretesto che cercava da tempo per far fuori i suoi avversari politici e ottenere il controllo quasi assoluto delle strutture statuali: ecco spiegate le purghe proprio in quei settori dove i gulenisti erano più forti. Naturalmente, il rafforzamento del potere d Erdogan si muove in parallelo con l’indebolimento dell’opposizione laica, mesta spettatrice di questo scontro senza quartiere tra le due fazione islamiste, ciò che rischia di rafforzare gli elementi religiosi più radicali.

Non sembra però che sia la Sharia l’obiettivo di Erdogan, quanto piuttosto l’istituzione di un autoritarismo a là Putin, magari in salsa islamica.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI