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Speciale amministrative 2016
Napoli, il deserto e la speranza
rubrica
  • Identità italiana

Per valutare il caso delle elezioni amministrative a Napoli occorre partire dal dato, non nuovo per la città ma oggi decisamente acclarato, di una profonda trasformazione del sistema politico e in particolare di un superamento della attuale configurazione dei partiti. Se in tutte le altre grandi città le formazioni di derivazione storica e di ancoraggio alla politica nazionale (anche nella versione del Movimento 5 Stelle) giocano un ruolo centrale, pur con esiti differenziati, tutt’altra situazione si presenta nella più popolosa città del Mezzogiorno. Qui, infatti, Il primo turno decreta la riduzione ai minimi termini delle formazioni nazionali cardine del sistema tripolare, che tutte insieme raggiungono appena il 30% dei voti (11,6 il PD; 9,7 i Cinque Stelle; 9,6 Forza Italia). In aggiunta, al turno di ballottaggio, la sola formazione residua, il centrodestra di Gianni Lettieri, e segnatamente Forza Italia (la coalizione a Napoli si è presentata divisa), incassa una disfatta senza precedenti, fermandosi ad appena il 33% e addirittura perdendo per strada il 5% dei voti raccolti al primo turno. Il caso di Napoli, in sintesi, presenta per i principali attori della politica nazionale un panorama desertificato.

Sull’altro versante Luigi De Magistris ottiene una vittoria sonante (67%), resa ancor più fragorosa dalla perfetta solitudine nel sistema politico nazionale e dal tratto di originalità della coalizione che lo sostiene: un inedito insieme di forze tradizionali di sinistra (Verdi, brandelli fuoriusciti dal Pd e della sinistra extra Pd), formazioni sudiste (al limite del neoborbonismo), pezzi di movimenti studenteschi della galassia dei centri sociali e liste civiche di origine borghese. Tutte insieme queste forze spiegano la cifra politica e retorica del sindaco confermato, e soprattutto il progetto politico di una nuova sinistra, venata di revanscismo sudista, che ormai da anni cerca di portare avanti e che segna con queste elezioni probabilmente il primo passo concreto.

Fin qui il quadro appare chiaro nelle sue dinamiche di trasformazione, ma a complicare non poco le cose intervengono altri fattori. Il confronto al ballottaggio tra De Magistris e Lettieri restituisce la più bassa percentuale di affluenza alle urne mai riscontrata in città, con appena il 36% dei votanti (al primo turno erano il 54%). Un bacino di voti tanto ristretto si offre facilmente all’egemonia del sindaco che può mobilitare un elettorato di supporter molto motivato, ma che in fin dei conti costituisce una solida minoranza (1 elettore su 4, se si considerano gli aventi diritto).

Tra i due turni De Magistris conferma sostanzialmente i suoi elettori, con un incremento contenuto di voti (+8% rispetto al primo turno) ascrivibile essenzialmente – secondo l’analisi dei flussi dell’Istituto Cattaneo – al contributo di coloro che si erano espressi per i 5 Stelle. Un mondo “comunitario”, con una forte identificazione col proprio leader: tratti di orgoglio campanilistico e una comunicazione tesa, in una fase di grande preoccupazione per il futuro, a rassicurare sulla possibilità di rimanere se stessi, ivi incluse alcune rendite di posizione nelle articolazioni della burocrazia comunale. Ma non si tratta di una constituency liquida, trasversale, piuttosto siamo in presenza di un movimento politico ben connotato nei suoi tratti sociali. Unendo elementi della proposta politica del candidato alle primarie statunitensi Bernie Sanders alla mai sopita voglia di alterità del folclore napoletano, De Magistris attesta le proprie roccaforti tra le fasce giovanili e nei quartieri del centro a maggioranza di piccola e media borghesia (la zona collinare, alcuni quartieri del centro storico), e ancora tra i ceti medi con una più o meno vaga tradizione di sinistra (il quartiere ex industriale di Bagnoli).

Mancano all’appello le periferie, le vere assenti di questo turno di ballottaggio, nonché dell’azione delle giunte ormai da qualche sindacatura a questa parte. In queste aree al primo turno De Magistris ottiene un buon risultato, ma è tallonato e talora superato dal candidato di centrodestra Lettieri. Tra il primo e il secondo turno le periferie più in difficoltà scompaiono, così come i quartieri più centrali a forte presenza di popolazione svantaggiata. Il calo dell’affluenza alle urne è qui impressionante (mediamente meno 40%) e fa il paio con il calo di voti a Lettieri: Miano -17%; Pianura -19%; Poggioreale -15%; San Lorenzo -16%; Secondigliano -13%; Stella -18%; Vicaria -16%. Questi dati dicono molte cose della macchina politica costruita in questi anni dal candidato di centrodestra: una sommatoria di micronotabili (candidati al consiglio comunale o alla municipalità) che raccolgono attraverso il voto di preferenza il consenso minuto del territorio. Piccole catene clientelari basate sulle attività dei Caf e di circoli e associazioni pseudovolontarie, la cui principale ragione di esistenza è di mettere in collegamento cittadini svantaggiati e amministrazioni dello Stato. Un mondo disincantato, che non ha potuto trovare nei 5 Stelle una forma di rappresentanza adeguata (clamorosa la rinuncia alla competizione a Napoli da parte del movimento di Grillo), disposto a votare per i candidati locali, ma che non si attiva quando si tratta di eleggere il solito, “lontano” candidato sindaco.

Mai come in questo momento la politica attiva a Napoli riduce la propria base a una parte radicata nei ceti medi del centro, che rischia di rimanere rinchiusa in un fortino se non apre un canale di comunicazione verso l’esterno. C’è da augurarsi che il nuovo sindaco da domani sappia parlare a tutta la città, sappia tenere conto delle critiche da più parti giunte sul proprio operato, coniugando lo slogan politico e il posizionamento tattico nello scenario nazionale con la gestione e l’indirizzo della macchina amministrativa. All’estremo opposto c’è un’altra parte della città, marginale, esclusa e che si autoesclude dalla dinamica politica, abbandonata a se stessa e al peggiorare costante delle proprie condizioni materiali, e senza alcun punto di riferimento. La proliferazione di liste (ben 46 ai nastri di partenza di queste elezioni) e nuovi simboli politici che durano il tempo di una campagna elettorale testimonia la frammentazione di un mondo senza principi d’ordine. Praterie aperte per chi volesse con buona lena ricostruire un tessuto politico. Su tutto brilla l’assenza del Pd.

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