Rivista il mulino

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Lo spauracchio della giustizia politica
rubrica
  • Identità italiana

Il 9 marzo 1977 Aldo Moro intervenne in aula, dopo che una Commissione parlamentare incaricata di decidere sulle sorti di esponenti politici coinvolti nello scandalo Lockheed aveva deciso di rinviare al giudizio del Parlamento, ed eventualmente della Corte costituzionale, l’ex-ministro della Difesa Luigi Gui, anch’egli esponente della Dc. In quell’occasione, Moro pronunciò un discorso che diverrà famoso – anche e soprattutto dopo il suo rapimento. È un discorso su cui si abbatté l’ironia scarnificatrice e pungente di Leonardo Sciascia, in alcune pagine memorabili de L’affaire Moro (1978).

In questi giorni, leggendo interviste e contro-interviste, puntualizzazioni e smentite di magistrati e politici, mi è venuta voglia di rileggere il discorso di Moro e le pagine di Sciascia. In fondo, siamo in giorni che richiamano la memoria del passato italiano, e quegli anni ne sono ovvia parte – e problematica porzione.

Moro teme che affidare ai parlamentari la decisione di deferire Gui (e altri) alla Corte costituzionale possa avere conseguenze nocive di tre tipi: privare gli accusati delle garanzie costituzionali (i tre gradi di giudizio, la presunzione di innocenza, e così via); farsi influenzare dagli umori antipolitici della piazza (in quei giorni, specialmente dopo il disastro del 3 marzo sul Monte Serra, i politici di governo non avevano certamente buona stampa presso l’opinione pubblica italiana); mischiare criteri puramente giuridici a valutazioni di ordine politico. Diceva Moro: «la nostra responsabilità è disporre, sia pure in modo non definitivo, della sorte di uomini, dell’onorabilità e della libertà delle persone, come accade appunto ai giudici il cui penetrante potere viene dalla legge appunto temperato e circondato di cautele. Alto e difficile compito è dunque il nostro, specie in presenza della diffidenza, del malcontento, dell’ostilità che, bisogna riconoscerlo, predominano oggi nell’opinione pubblica […] C’è un rischio di involuzione verso una giustizia politica».

Quest’argomentazione può sembrare l’espressione di una tipica tesi garantista: il giudizio sugli aspetti penalmente o moralmente rilevanti della condotta dei politici deve rimanere confinato nelle aule dei tribunali, per evitare che, senza le garanzie della legge, si possano distruggere le persone, piuttosto che giudicarne i reati. L’argomentazione sembra distinguere la sfera del giudizio giuridico da quella del giudizio politico, ma in realtà sbarra la strada a qualsiasi giudizio extra-giuridico sulla condotta dei politici – agitando lo spauracchio della giustizia politica. Non voglio imbarcarmi in confronti dettagliati, ma mi pare che una cosa del genere dicano alcuni di quelli che sono intervenuti negli ultimi giorni. Solo le sentenze valgono, quando arrivano (e magari dovrebbero arrivare più in fretta), e nulla se non gli aspetti su cui si possa fare sentenza ha rilevanza nella discussione politica generale. Invece, parrebbe ovvio che nella discussione politica siano tanti gli aspetti della condotta politica che si possono discutere, senza che la discussione necessariamente corrisponda a una sentenza e a un processo in piazza.

La seconda argomentazione di Moro nel suo discorso passa dal caso singolo a difendere un regime intero, e tutto il partito della Dc, con la scusa di difendere Gui. Dice Moro: «intendiamo difendere la Democrazia cristiana nel suo insieme, non qualsiasi […] uomo della Democrazia cristiana e qualsiasi momento della sua esperienza politica […] Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia […] Intorno all’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero […] A chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare […] nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita». Sciascia ebbe buon gioco nel ridicolizzare questa parte del discorso di Moro, riassumendone il nocciolo con queste parole: «l’immutato consenso elettorale dimostra che la Democrazia cristiana non ha colpa; l’onorevole Gui è democristiano; l’onorevole Gui non ha colpa» (L’affaire Moro).

Eppure, forse senza saperlo, Moro in queste apparentemente incaute parole ribalta, o comunque tempera fortemente il suo tentativo precedente di anestetizzare il giudizio politico su Gui. Moro, infatti, prima teme gli umori antipolitici, ma poi richiama l’opinione pubblica, e il patrimonio di voti della Dc. In altre parole, egli ammette che il giudizio sulla condotta morale oltre che politica degli eletti sia affare degli elettori, e gli elettori abbiano legittimità di darlo, del tutto indipendentemente dalla procedura e dalle garanzie dell’ordinamento giuridico, ma senza contraddire né attenuare tali garanzie.

In altri termini, non è che se un partito si dà un codice etico e ne fa strame, per esempio mettendo in lista certi soggetti, la soluzione magica è dare la possibilità al cittadino di fare appello al giudice, che istituisce un processo all’incoerenza del partito. Il cittadino ha già una possibilità: non votare quel partito, convincere i suoi concittadini a non votarlo e denunciare, nella discussione pubblica ampia tipica di una liberal-democrazia avanzata, l’incoerenza della classe dirigente. E se la maggioranza dei cittadini non lo fa, la minoranza se ne può dolere, e può chiedergliene ragione: ma chiedergliene ragione non vuol dire invocare un giudice, che arrivi impavido a difenderci da chi la pensa diversamente da noi, o da chi la pensa come noi, ma non ha il coraggio, la forza o la voglia di essere coerente con le sue idee. Questo, se si ha fiducia nella democrazia, e nei propri concittadini. Se non la si ha s’imbracciano le armi, non si ricorre al giudice.

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