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Presidenziali Usa 2016
Hillary e Trump, nessuna sorpresa
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Dopo le larghe vittorie nello Stato di New York dei due favoriti, un altro martedì dal peso specifico piuttosto significativo ha reso ancora più definito il quadro sui possibili esiti delle corse dei due partiti alle nomination estive. L’ultimo martedì di aprile ha spostato l’attenzione sulla Costa Orientale mettendo in gioco tra Pennsylvania, Maryland, Connecticut, Delaware e Rhode Island ben 462 candidati tra i democratici e 172 nello schieramento opposto. In campo repubblicano, il meccanismo del winner-takes-all, presente in tutti gli Stati in gioco, ad eccezione del piccolo Rhode Island, ha reso la sfida importante quasi quanto quella dello Stato di New York, dove una settimana prima Trump aveva trionfato con vantaggi considerevoli ovunque, perdendo solo nella sua Manhattan.

In campo democratico, nonostante i proclami ottimistici sulla clamorosa rimonta newyorkese da parte di Sanders, nello Stato dove il senatore è nato e l’ex segretario di Stato è stata eletta per due mandati, la sconfitta di 16 punti percentuali ha condannato lo sfidante di Hillary Clinton a un cammino verso la nomination ormai proibitivo. La strada verso la rimonta è sempre più in salita: se fino al 19 aprile, a Sanders serviva il 59% dei delegati rimasti a disposizione, dopo le vittorie di Clinton in quattro dei cinque Stati andati al voto il 26 aprile, questa soglia si alza al 64%, rendendo l’impresa impossibile anche con delle larghe vittorie, a oggi smentite da tutti i sondaggi, negli Stati più popolosi dei 14 rimasti, a oggi, in palio.

Hillary Clinton, commentando i primi risultati davanti ai suoi sostenitori di Philadelphia, ha già dato appuntamento al 25 luglio quando nel Wells Fargo Center della città della Pennsylvania si aprirà la Democratic National Convention. Non sono mancati rimandi a temi liberal (diritti civili, del lavoro, delle donne e del mondo Lgbt), né gli appelli all’unità del partito (“è più quello che ci unisce di quello che ci divide”), figli del timore che la sconfitta di Sanders possa riallontanare dal partito i giovani e l’elettorato progressista tendenzialmente indipendente, il cui entusiasmo si era riacceso grazie all’ascesa del senatore del Vermont. La base dell’ex first lady appare sempre più ampia e solida, con percentuali plebiscitarie tra afro-americani (intorno al 70% in Stati socialmente e culturalmente molto diversi come il Connecticut e il Maryland, oltre che in Pennsylvania), ma non solo: sempre in Maryland, Hillary Clinton ha prevalso del 15% tra l’elettorato bianco, uno dei blocchi elettorali di riferimento del suo principale sfidante, ottenendo il miglior risultato in uno Stato esterno al blocco del Sud. Tra delegati e super-delegati, l’ex senatrice ha raggiunto la soglia di 2.159 delegati avvicinandosi al traguardo dei 2.383 necessari per mettere in cassaforte la nomination. Salvo sorprese improbabili, insomma, Hillary Clinton sarà la candidata democratica alla successione di Barack Obama il prossimo 8 novembre. Anche per questo motivo, l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica sembra spostarsi inesorabilmente sulle vicissitudini interne al Gop.

Le recenti voci su un possibile asse tra Cruz e Kasich e di altre manovre dei repubblicani in funzione anti-Trump in vista di una convention che si preannuncia molto travagliata, sembrano aver dato ulteriore slancio alla corsa del tycoon newyorchese dividendo ulteriormente le diverse anime della base. La quasi totalità di coloro che hanno scelto Trump in questi Stati crede che, al contrario delle regole del partito, a meritare la nomination non sia il candidato con più delegati, ma quello con il numero più alto di preferenze in termini assoluti. Il 60% di chi ha preferito Ted Cruz o John Kasich la vede in maniera diametralmente opposta: un quarto dei simpatizzanti del primo e addirittura un terzo dei simpatizzanti del secondo, hanno dichiarato di aver fatto ricorso al più classico dei “voto contro”, per frenare l’inarrestabile volata del candidato anti-establishment.

Ma Donald Trump, dopo l’eccezionale performance nello Stato di New York (60% delle preferenze, dieci punti in più rispetto alla media delle previsioni), ha conquistato tutti e cinque gli Stati in palio, con percentuali che hanno superato ogni aspettativa. Prima del 19 aprile, Trump non aveva mai conquistato la maggioranza assoluta dei voti in nessuno degli Stati andati al voto. Con le vittorie in Pennsylvania, Maryland, Connecticut, Delaware e Rhode Island, è alla sua sesta vittoria consecutiva con un numero di preferenze superiore al 50% dei votanti. Nello Stato dove ha raggiunto il distacco meno ampio, il Maryland, ha superato Kasich di circa 30 punti percentuali. Tra gli altri trend che attestano l’accelerata di Trump e il suo crescente appeal tra gli indecisi, emerge un altro dato, quella sulla differenza tra percentuale di voti effettivamente conquistati e la percentuale di voti prevista dalla media dei sondaggi. In Pennsylvania ha superato le stime del 12%, in Maryland dell’11% e nel resto degli Stati con percentuali che oscillano tra il 6% e il 7%. Donald Trump, nel suo discorso di New York della notte del 26 aprile, non ha abbassato i toni e ha promesso di rimanere il “solito Trump”. Ha cercato di cavalcare le divisioni interne al partito democratico chiedendosi come mai Sanders non abbia ancora deciso di presentarsi come candidato indipendente, dopo il trattamento poco generoso che gli avrebbe riservato il partito di Obama. E intanto, con 950 delegati già conquistati e quindici appuntamenti elettorali rimasti di qui a metà giugno, Trump si avvicina alla fatidica soglia dei 1.237 delegati necessaria per la nomination di luglio. Ted Cruz insegue a quota 560, mentre John Kasich, come ha ricordato con ironia l’attuale favorito a New York, non ha ancora superato il numero di delegati di Marco Rubio, ritiratosi dalla corsa a metà marzo.

Se già da ora l’asse Cruz-Kasich sembra scricchiolare, i prossimi importanti appuntamenti del 3 maggio in Indiana e del 24 maggio a Washington potrebbero già archiviare la vittoria formale di Donald Trump prima dell’appuntamento con l’ultimo big tuesday del 7 giugno quando si voterà in California, Montana, New Jersey, New Mexico, e South Dakota.

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