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Dopo le polemiche sul referendum «no-triv» conviene tornare a riflettere sui dati reali: lavoro, produzione, futuro energetico
Gli idrocarburi in Basilicata
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Dalla fine degli anni Ottanta, e più intensivamente dalla prima metà degli anni Novanta, la Basilicata è ritornata ad essere territorio di esplorazione e ricerca per lo sfruttamento di idrocarburi. La Val d’Agri – al centro della regione, in un’area paesaggisticamente votata al turismo, come conferma anche l’istituzione nel 2007 del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese – è da sempre caratterizzata dalla prevalenza di attività agricole e zootecniche. Tuttavia, come ha ben ricostruito Enzo Alliegro, è stata interessata nel comune di Tramutola dalle attività estrattive da parte dell’Agip già negli anni Trenta, dove ha realizzato una serie di pozzi rimasti in produzione fino alla fine dei Cinquanta, quando le scarse conoscenze del potenziale del bacino petrolifero e le tecnologie estrattive disponibili a quella data, ne determinano l’abbandono (attività simili, anche se soprattutto di gas, cominceranno invece alla fine degli Cinquanta sempre in Basilicata ma in Val Basento, dove l’Eni realizzerà anche uno dei suoi poli chimici nel Mezzogiorno).

L’Eni ha avviato l’estrazione di petrolio e gas in Val d’Agri nel nei primi anni Novanta, realizzando 4 pozzi per una produzione che all’epoca era inferiore ai 10 mila barili giornalieri. L’assenza di un impianto di primo trattamento, che verrà costruito solo nel 1996, comporta che il petrolio estratto viaggi attraverso autobotti verso la raffineria Eni di Taranto che dista poco meno di 140 chilometri. Si può affermare che in questa prima fase l’attività dell’Eni risulta molto circoscritta, le potenzialità del bacino non sono ancora note, almeno non all’opinione pubblica. Quando l’Eni decide che è il momento di incrementare la sua attività nella Valle, in un periodo in cui il prezzo del barile è intorno ai 15 dollari, si da avvio a un confronto che poterà al 1998 all’accordo tra Eni, governo e regione Basilicata che definisce i termini e modi dello sfruttamento degli idrocarburi e le compensazioni per il territorio (nel 1996 è stata reintrodotta tra l’altro la legge nazionale sulle royalties abolita nel 1991).

L’accordo prevede nella sostanza la realizzazione di 54 pozzi per una produzione autorizzata di 104 mila barili giorno, l’estensione dell’impianto di trattamento più grande e al realizzazione di una condotta per il trasferimento del greggio a Taranto mentre per il gas estratto questo verrà immesso nella rete Snam. Per lo smaltimento delle acque di strato, che sono uno degli aspetti al centro della recente indagine della magistratura potentina (LINK), l’Eni utilizza già all’epoca un pozzo considerato non più attivo e un sistema di trasporto esterno per lo smaltimento in siti autorizzati, anche se da sempre insiste la richiesta da parte della compagnia per l’utilizzo di altri pozzi per le attività di re-iniezione.

L’accordo del 1998 è importante perché individua specifiche responsabilità da parte dell’azienda (anche se la concessione ministeriale relativa al giacimento è per il 40% circa in capo alla Shell) e della regione in relazione alla salvaguardia ambientale e alla tutela della salute umana. Ma qui emergono da subito due elementi importanti: l’avvio dell’attività estrattiva, anche dopo il suo potenziamento, avviene senza alcuna indagine epidemiologica sullo stato di salute della popolazione, né sono rilevate le caratteristiche delle matrici ambientali a quel periodo; il secondo aspetto riguarda il fatto che nonostante l’accordo del 1998 prevedesse l’istituzione di un Osservatorio ambientale, comunque senza compiti di sorveglianza sanitaria della popolazione, questo viene inaugurato solo nel 2011 e caratterizzandosi fin da subito per una gestione, di fatto, controllata dall’Eni attraverso la Fondazione Mattei e con la produzione di dati prodotti congiuntamente da Eni e azienda per la protezione dell’ambiente della Basilicata, quest’ultima al centro pochi anni fa di omissioni da parte della dirigenza in merito all’inquinamento delle falde acquifere da parte del Termodistruttore Fenice adiacente l’impianto Fiat di Melfi. L’immobilismo e l’incapacità di assicurare controlli tempestivi da parte della regione ha indotto, di recente, i due comuni più vicini al centro olio, Viggiano e Grumento, ad affidare al del Cnr di Pisa un’indagine sullo stato di salute della popolazione.

L’industria petrolifera è un’attività che oltre agli elevati rischi ambientali comporta anche rischi rilevanti per chi ci lavora, oltre che per la popolazione, in particolare per la produzione dell’acido solfidrico ottenuto dalla separazione del petrolio da gas, acqua e zolfo (attività realizzata nell’impianto di Viggiano). Inoltre essa non determina un’elevata domanda di lavoro trattandosi di un processo industriale a elevata intensità di capitale. Se oggi l’Eni occupa in Val d’Agri circa 400 dipendenti (con solo 60 laureati, di cui solo la metà lucani) il resto dell’occupazione, è quantificabile secondo noi in poco più di mille addetti quando non sono in corso attività straordinarie (nuovi pozzi, nuove linee del centro olio ecc.: per un approfondimento su questo tema rimandiamo a questo articolo) e non i 3 mila è più indicati dall’Eni, ad esempio, nel 2014 (per questi e altri dati si rimanda direttamente al Local Report di Eni). Quest’ultimo dato si verifica solo in occasione di lavori straordinari e ha visto sempre la metà del personale provenire da fuori regione, in larga parte impiegato con contratti a termine e per quanto riguarda quello locale spesso confinato nei servizi a minor valore aggiunto così come le imprese locali (servizi ambientali e opere civili, con alcune eccezioni nel campo delle manutenzioni meccaniche ed elettriche, di imprese tra l’altro già esistenti, perché l’altro dato che finora le uniche nuove imprese sono nate come gemmazione di imprese già esistenti).

Con una produzione attestata sugli 85 mila barili/gg (attualmente scesi a 75 mila) il petrolio qui estratto copre il 6% dei consumi petroliferi nazionali (che fino al 2014 sono risultati in forte discesa, per risalire di poco nel 2015) e il 2% dei consumi di gas. Anche quando l’impianto della Total di Tempa Rossa andrà in produzione la capacità massima autorizzata, tra Eni e la compagnia francese, sarà al più di 154 mila barili/giorno, pari a poco più del 10% degli attuali consumi petroliferi nazionali.

Alla luce dell’andamento dei consumi petroliferi e della crescita delle Fer, la domanda da porsi dunque è se il petrolio estratto in Basilicata sia davvero fondamentale per il fabbisogno energetico nazionale o non stia invece accompagnando il declino costante nel consumo idrocarburi, sicuramente del petrolio, considerato che i consumi di gas mostrano andamenti più alterni e considerato comunque che il gas estratto in Basilicata copre solo il 20% di quello estratto su tutto il territorio nazionale contro un incidenza del 70% per il petrolio.

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