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Dopo il referendum
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Cominciamo dalla fine. Intorno alle 21.30 la sede elettorale di via Solferino dove dovrei votare è quasi deserta. Chiedo al personale di servizio da che parte devo andare per il mio seggio. Mi indicano un corridoio in penombra. Lo percorro fino alla fine ed entro nell’aula, dove la presidente mi accoglie con un sorriso, e mi indica lo scrutatore che deve registrarmi. Sta guardando il cellulare, forse chatta con la fidanzata, perché quando lo appoggia sul banco mi sembra di vedere un profilo femminile sul display, ma è solo un attimo. Matita, cabina numero due, entro, barro, ritiro i documenti e sono fuori. In tutto non credo di averci messo più di dieci minuti. Rientrando a casa percorro strade ancora piene della folla festosa del salone del design, che si chiude stasera. Istintivamente vorrei tirarmi su il bavero dell’impermeabile – ma indosso solo una giacca, fa caldo stasera a Milano – per non farmi notare troppo. Che sia questo il motivo per cui ho tergiversato fino a quest’ora prima di votare? Mi ero detto che volevo seguire prima il telegiornale, ma forse ho esagerato. Può darsi che fossi consapevole di avere intenzione di fare qualcosa di inappropriato. Mi tornano alla mente le parole del presidente del Consiglio che liquidava il referendum come “una bufala”. Che votando mi sia reso complice di una truffa? Uno degli argomenti di chi ha invitato all’astensione era che il quesito fosse “troppo complesso” per l’elettore medio di questo paese. Forse io non sono un elettore medio, ma devo dire che non ho trovato la domanda di difficile comprensione. Ho votato in referendum (per esempio alcuni di quelli promossi dai radicali) in cui i quesiti erano formulati in maniera più criptica rispetto a quello di stasera. Piuttosto direi che, una volta compresa la domanda, ne sorgevano spontanee diverse altre. Perché il Governo non è riuscito a “disinnescare” anche questo referendum, come ha fatto con gli altri cinque? Perché non lo ha accorpato alle elezioni amministrative? Quando rientro a casa stanno già per cominciare le dirette postelettorali. Ormai manca poco alle 23.00, quando sapremo di quanto non si è superato il quorum. Alla fine ci diranno che ha votato il 32% degli aventi diritto. Non abbastanza da assicurare la vittoria dei “sì”, ma sufficienti a far dire ai promotori del referendum che la sconfitta è stata onorevole e per dare qualche pensiero al Governo.

Non è passato molto da quando hanno annunciato la percentuale dei votanti che sullo schermo compare Matteo Renzi. Sembra meno upbeat del solito, il volto è un po’ tirato e la voce ogni tanto sibila, come se non fosse del tutto sereno. D’altro canto, non è stata una giornata pesante solo per Michele Emiliano, che straripa nel riquadro in basso a sinistra dello schermo, in attesa che gli diano la parola, anche lui con l’aria di aver visto giorni migliori. Se l’espressione e il tono di Renzi sono inusuali, il contenuto della sua dichiarazione ripropone una narrativa consolidata: ci sono quelli che lavorano per il bene del Paese, e quelli che mettono i bastoni tra le ruote. Non ci sono conflitti distributivi, solo capricci. L’ora è tarda, e dev’essere per via del sonno che mi pare di sentirlo dire qualcosa di critico sulla tv e sui social. Certo, se lo avesse detto, sarebbe un segnale incoraggiante. Nelle ultime ore alcuni esponenti del suo partito hanno mostrato di avere qualche problema di autocontrollo (per non parlare del senso della misura e del buon gusto).

La diretta postelettorale non dev’essere eccitante, perché nel giro di qualche minuto mi sono addormentato. Per fortuna avevo inserito il timer. Altrimenti mi sarei svegliato, come a volte mi capita, nel cuore della notte. Troppo presto per alzarsi e troppo tardi per dormire. Brutti momenti sono quelli, in cui finisci per dubitare di tutto, per coltivare sentimenti poco patriottici, come quello che un capo del Governo non dovrebbe invitare all’astensione. Mai, neppure per un referendum di cui non condivida l’opportunità. Non perché sia illegale. Oltre la legge c’è il fair play, il coraggio di fare con convinzione una battaglia, anche se c’è il rischio di perderla, la ragionevolezza di chi si rende conto che in certe circostanze l’esercizio di un diritto legale può essere inopportuno. Meglio dormirci sopra. Domani c’è da ricominciare a fare gli italiani.

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