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Investire sull’integrazione
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Come di consueto, con l’arrivo della primavera stiamo assistendo ad una ripresa degli sbarchi in Italia con provenienza dalla Libia. Secondo alcuni, anche l’accordo tra Unione europea e Turchia siglato il 18 marzo potrebbe avere come risultato indiretto quello di riportare in auge la rotta del Mediterraneo centrale rispetto a quella balcanica. Come è stato rilevato – tra gli altri dal ministro della Giustizia italiano – ai fini della sicurezza è bene ricordare che gli attentatori di Parigi e Bruxelles non provenivano da oltremare, ma erano nati nel cuore dell’Europa, nelle stesse città dove si sono svolti gli attentati. Ancora più della propaganda jihadista, ciò che dovremmo temere sono gli alti tassi di disoccupazione degli immigrati di seconda e terza generazione. Occorre dunque insistere più che mai sulle politiche di integrazione.

Eppure, se pensiamo al nostro Paese, importanti amministrazioni comunali (soprattutto venete e lombarde, dopo le elezioni politiche del 2008) e regionali (come la regione Piemonte, dopo le regionali del 2010) si sono vantate di aver azzerato i fondi a loro disposizione per le politiche di integrazione sociale degli immigrati. Sembra dunque legittimo chiedersi, nella particolare situazione che oggi l’Europa sta vivendo, quali siano queste politiche, quale sia il loro costo e la loro utilità. Le risposte non sono scontate.

Se chiediamo all’opinione pubblica quali siano le politiche pubbliche a favore della popolazione anziana o di quella giovanile, probabilmente otterremo risposte chiare; ma se chiedessimo quali siano le politiche di integrazione dei migranti, ci troveremmo subito di fronte a una scarsa conoscenza del problema e, successivamente, a uno scetticismo di fondo circa la loro utilità.

Quando di parla di politiche per l’integrazione va, innanzitutto, riconosciuto un problema di ristrettezza di fondi: mediamente i comuni italiani nell’ambito dei servizi sociali hanno investito meno di 200 milioni l’anno, cui si possono sommare circa 45 milioni l’anno di investimenti programmati per il settennio 2014-20, all’interno del nuovo Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione), dopo una opportuna razionalizzazione delle risorse europee sulla materia che comprendono anche quelle per i rifugiati ed i rimpatri.

Rispetto al 2015, l’accoglienza dei profughi dall’Africa impegna fondi molto più consistenti: oggi superano ampiamente il miliardo di euro. Ma in questo caso sarebbe improprio considerare queste spese assimilabili alle politiche di integrazione. Si tratta in gran parte di spese di vitto, alloggio e trasporti e solo in casi sporadici di corsi di italiano ed altri strumenti di integrazione.

Anche considerando i singoli progetti in ambito sanitario e scolastico, l’Italia non arriva a spendere 300 milioni annui per politiche rivolte specificamente ai cittadini stranieri per la loro integrazione. Difficile pensare che siano sufficienti. Ma esiste anche un problema di gestione di queste risorse: proprio perché esse scarse, sembra poco consigliabile disperderle in tanti piccoli progetti, ma occorrerebbe invece concentrarle su grandi priorità, come ad esempio i corsi di lingua italiana (come concordato tra ministero degli Interni e Regioni fin dal 2007) e sui mediatori culturali, che del resto sono presenti in tutti i Paesi di forte immigrazione (dinamizadores sociales, linkworkers ecc.). Ma anche su attività culturali nelle scuole sui temi del razzismo. Una maggiore attenzione andrebbe poi rivolta alla bilateralità di queste politiche, così come avviene in alcuni Paesi europei dove appositi programmi culturali rivolti agli autoctoni cercano di illustrare in maniera obiettiva gli sviluppi di una società multietnica.

Ogni impegno delle Ong e del terzo settore su questi temi è indubbiamente meritorio; è bene tuttavia che la regia di queste politiche resti in mani pubbliche, proprio perché esse rappresentano anche un supporto preventivo alle politiche sulla sicurezza. Spesso ci si imbatte nella convinzione di una larga parte dell’opinione pubblica secondo cui l’immigrazione musulmana non sarebbe interessata a percorsi di integrazione, da cui deriva il corollario che considera pertanto inutili le politiche in questa direzione. Un comodo alibi. È vero invece che finora le politiche su questa materia si sono rivolte indiscriminatamente a tutte le comunità, mentre sarebbero opportuni sforzi mirati verso le comunità culturalmente più lontane dai valori occidentali.

Costruire ponti è altrettanto difficile e costoso che innalzare muri. Ma gli effetti attesi di queste politiche sono molto diversi. È importante che le politiche di integrazione degli immigrati vengano monitorate e valutate a posteriori in ambito nazionale ed europeo. Un investimento su un futuro di convivenza non può essere fatto alla cieca, né rappresentare un fondo perduto. Occorrerà misurarne il ritorno in termini sociali. Tuttavia negarne l’utilità rappresenta, oggi più che mai, una grave sottovalutazione dei problemi che abbiamo di fronte.

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