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Riformare i beni culturali
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  • Culture

Sono scaturite molte polemiche sulla riforma messa in atto dal Mibact, a causa della quale le soprintendenze da trine che erano – archeologiche, dipinti e sculture, monumenti – vengono unificate in una: per le Antichità e Belle arti. Ma trine per fare cosa? Unificate per fare cosa? Perché il nodo mai risolto della tutela del nostro patrimonio storico e artistico è proprio questo. Tutelare come, dove e sulla base di quale progetto? Un quesito fondamentale all’oggi inevaso, al quale si continua a rispondere con i dettami d’una legge, la 1089 del 1939 (la cui ratio è nei fatti passata al Codice del 2004), pensata per l’arcaica e capillarmente abitata Italia agricolo-pastorale degli anni Trenta, cioè per un Paese il cui patrimonio artistico era «naturalmente conservato» nella sua totalità, sia attraverso un costante lavoro cittadino di manutenzione legato a una ultra-millenaria tradizione di arti e mestieri; sia perché il controllo di rive dei torrenti e dei fiumi era parte stessa del lavoro dei contadini, che così prevenivano (gratuitamente) il dissesto idrogeologico.

Mutate le condizioni socio-ambientali – disastro urbanistico; stupro delle coste marine; aggressione sempre più capillare del paesaggio agrario e naturale; spopolamento di migliaia di piccoli paesi, specie nelle zone montane e alto-medio collinari – in nulla però sono mutati ruolo e azione dei soprintendenti. Il che ha significato il proseguire (ancora oggi) a far valere la forzatura giuridico-burocratica che ne certifica – ex lege (l. 1089/39 = dD.lgs. 42/04) – la competenza scientifica, rendendone perciò stesso l’azione insuperabile e ingiudicabile. E qui si torna alle soprintendenze. Trine, ossia unite in una sola, per fare cosa? Continuare a svolgere le solite attività soprintendenziali validate ex lege, come mettere vincoli solo in negativo che a nulla servono, vista la sempre più inarrestabile aggressione speculativa alle città storiche, come alle coste marine e al paesaggio? Ossia dirigere restauri estetici superflui sul piano critico e sempre dannosi sul piano conservativo? Ovvero tessere la tela di Penelope d’un catalogo sempre più palesemente inutile e costoso? O ancora, promuovere una valorizzazione che si risolve nell’economia indigente e senza futuro della bigliettazione?

Tutti quesiti, questi appena detti (ma si potrebbe continuare ancora per molto), che trovano la loro origine nel ministero dei Beni culturali, nato nel 1975 per incontenibile volontà di Giovanni Spadolini. Un ministero che è ancora oggi copia conforme (con solo aggiunta una gabbia burocratico-sindacale che ne ha gravemente aumentato l’inefficienza) della Direzione generale Antichità e Belle arti del 1939, come subito si accorse Sabino Cassese, così scrivendo in quello stesso 1975: «Il ministero è una scatola vuota. Il provvedimento della sua istituzione non prevede la stesura d’una nuova legge di tutela incardinata a una nuova politica di tutela, e non si capisce perché le soprintendenze che non funzionavano dentro la Direzione generale Antichità e Belle arti, il luogo istituzionale dove fino a oggi sono state, debbano improvvisamente mettersi a funzionare quando spostate dentro a un ministero».

Parole che ben spiegano il fallimento delle mille riforme messe in piedi da quasi tutti i ventiquattro ministri che si sono succeduti dal 1975 a oggi. Un fallimento dovuto al fatto di continuare a credere che le soprintendenze tarate su un progetto di tutela del 1939, perciò non funzionanti, possano invece funzionare per decreto: ti riformo, quindi da adesso funzioni.

Faccio un esempio. Al tempo d’un precedente governo, Marco Cammelli, per conto della Fondazione Astrid, conduce un sondaggio presso il ministro in carica, dicendogli della disponibilità d’una importante fondazione bancaria a finanziare la sperimentazione d’una rapida, completa e informatizzata inventariazione del patrimonio artistico in un territorio – vasto, ma delimitato: una provincia o una regione – così da cominciare ad avere la dimensione esatta del problema della tutela del patrimonio artistico del Paese; che è poi la base della conservazione programmata, come di qualunque impresa che voglia avere un destino: delimitare l’ambito dell’universo che si vuole esplorare. Esponendogli, Cammelli al ministro, come sia impossibile conservare un patrimonio costituito da «cose» di cui non si conoscono numero, collocazione classe (dipinti, edifici, chiese, sculture, oreficerie ecc.), dimensioni e stato di conservazione; quel che invece è da sempre il modo di procedere delle soprintendenze.

Risposta? Niet. Perché? Perché il ministro, evidentemente non capendo come sia impossibile conservare un patrimonio di cui non si conosce né la composizione, né la loro collocazione, ritenne invece che l’inventario di Cammelli, e altri insieme a lui, nascondesse un doppio fine da magliaro: mettere nelle mani degli antiquari il patrimonio che, appunto, s’andava a inventariare, così da facilitarne la vendita da parte di questi ultimi. Azione di tutela alternativa e «onesta» invece adottata dal ministro? Una riforma. Far entrare al Mibact (a 400 euro al mese e a tempo determinato) 500 povere vittime che a nulla servono e a cui, infatti, non si sa cosa far fare; quindi una volta si dice loro che faranno ricerca («de che»?), un’altra (meglio) i custodi, un’altra ancora la manutenzione (con quali competenze e manualità?); e perfino che da grandi diverranno soprintendenti (come è peraltro accaduto per molti entrati anni fa nel Mibact con le leggi sulla occupazione giovanile).

A quando una nuova razionale e coerente politica di conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente, condotta da tecnici preparati ad hoc, e sostenuta da una moderna legge di tutela che ne supporti ogni minimo dettaglio tecnico-scientifico e organizzativo, a cominciare dal problema formativo (si pensi all’attuale farsa della formazione universitaria dei restauratori), così da dare un senso vero alle assai necessarie riforme di cui abbisogna con sempre maggior urgenza il Mibact? A quando una politica di valorizzazione fondata sul dato di fatto che, a rendere il nostro patrimonio storico e artistico il più bello e raro dell’Occidente, è la sua natura ambientale, la sua indissolubilità dal territorio in cui è andato infinitamente e meravigliosamente sedimentandosi nei millenni?

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