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Una ricetta contro il pessimismo
Pensare il futuro
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C’è previsione e previsione, ma il futuro poi scombina le aspettative: così continua a influire sul nostro immaginario, spesso alimentando incertezza e paura. In Italia, per dirla con Ennio Flaiano, il futuro è sovente intrappolato in un pessimismo pleonastico, a cui saremmo inclini. Il futuro di questo XXI secolo non sorride neppure agli altri paesi europei, considerate le loro ridotte influenze e prospettive al cospetto dei nuovi giganti sullo scacchiere geopolitico mondiale. L’Intelligence Unit dell’Economist (Eiu), nelle sue Long Term Macroeconomic Forecasts (luglio 2015), ha messo in guardia i paesi europei che entro il 2050 si dovranno preparare a uscire dalla top ten mondiale, a cominciare dall’Italia.

Vedere nero nel futuro, come capita all’opinione pubblica o tra le giovani generazioni, è anche conseguenza di una informazione “su cosa accadrà” spesso azzoppata da simulazioni e da previsioni tendenziali realizzate da istituti scientifici, ma con validità limitata al “breve” (un anno, due è già un azzardo). Non sono adeguate a esplorare un futuro remoto, di medio-lungo termine, generazionale. Simulare l’andamento dell’economia nel futuro a breve con metodi econometrici è utile se si vuole navigare a vista, ma presenta alcuni gravi svantaggi: non consente di scegliere una rotta desiderabile e plausibile di lungo termine e rischia inoltre di estendere anche al futuro di lungo periodo situazioni negative del presente e del passato (incluso il pessimismo “a senso unico” negli stati europei con maggiori difficoltà). È forse anche causa della visione sovente miope delle classi dirigenti: non si può immaginare il futuro delle nuove generazioni con lo sguardo corto dei modelli socio-econometrici.

La nostra epoca, più delle precedenti, è segnata da forti discontinuità con il passato e da eventi inattesi (wild cards), soprattutto per via della globalizzazione e della velocità del cambiamento a trazione tecnologica. Paul Valery sosteneva che con la modernità «il futuro non è come sempre è stato». Esso, con le sue tracce nel presente, influenza il quotidiano quanto il passato tanto che per capire e gestire il presente, nelle scienze sociali, occorre studiare sia il passato che il futuro. Come? Non con la magica sfera di cristallo né con una macchina del tempo (magari la mitica DeLorean di Doc Brown in Ritorno al futuro…).

Da alcuni decenni, le scienze sociali e tecnologiche realizzano futures studies di medio-lungo periodo con metodi e strumenti non deterministici per conciliare il presente al pensabile, per coniugare il certo e le tendenze di oggi con un futuro plausibile. Ad esempio, Millenium project, una rete internazionale di ricerca sul futuro con circa 60 “nodi” sparsi nel mondo, sta studiando una delle tematiche più controverse: il futuro del lavoro e delle disuguaglianze nella società tecnologica dei prossimi vent’anni. Nei futures studies si può indagare anche il futuro di fenomeni demografici e migratori che stanno scuotendo l’Europa, il terrorismo e i suoi lone wolves, suggerire politiche energetiche e per sistemi produttivi territoriali, aiutare a governare trasformazioni urbane e grandi reti infrastrutturali, sostenere piani strategici dei decision makers in campo politico ed economico, stimolare forme di cooperazione e di networking nel mondo del lavoro e delle imprese. Negli ultimi decenni, sono nati nel mondo numerosi centri di futures studies. Il più famoso è forse quella della Houston University. I suoi clienti sono del calibro di Ibm, Nasa Johnson Space Center, Nestle, Shell, Cia e così via. La stessa World Futures Studies Federation, fondata nel 1973 a Parigi da Bertrand De Jouvenel e da Johan Galtung, opera da anni come partner Unesco.

In un centro di futures studies si applicano sia metodi oggettivi “classici”, come predizioni e previsioni, referenti di una catena logica deterministica (econometria, catene markoviane, ecc., adeguate a esplorare il futuro nel breve periodo) sia metodi oggettivi e soggettivi di scenario e future studies, adatti a testare un futuro di lungo termine, mediante dati soggettivi offerti dall’intelligenza “collettiva”, dagli esperti coinvolti (con Delphi, web forum, ecc.). Lo scopo è arrivare a una visione pensabile e condivisa su grandi temi coniugati al futuro. Un centro è perciò in grado di offrire un “catalogo” del futuro: simulato (predizioni), tendenziale (previsioni), possibile (scenari) e pensabile (futures studies). 

Anche in Italia, da qualche anno, sono nati gruppi di ricerca sui futuri possibili, come il Social Foresight dell’Università di Trento, l’Italian Institute for the Future gemmato dall’Orientale di Napoli, il Future Centre della Telecom a Venezia. Soprattutto, dal 2003 opera con successo l’Istituto Italiano di Tecnologia, che non solo produce robot e nanotecnologie, ma ne discute le future funzioni nella convinzione che il modo migliore per predire il futuro sia crearlo, come ha sostenuto il noto informatico americano Alan Kay. Collocare il futuro italiano (ed europeo) nella cornice del pensabile e del plausibile (opportunità e non negatività) contribuirebbe a toglierci di dosso il pessimismo di quanti sottovalutano le potenzialità del nostro paese per via di previsioni mortificate da un presente e da un passato recente di relativo declino. Al contrario, studiare il futuro a medio-lungo termine significa dotare soprattutto le nostre classi dirigenti di una visione per gestire con lungimiranza l’incertezza del presente. In breve, forse così potremmo tornare a pensare come plausibile un futuro migliore per le nuove generazioni e riacquistare la fiducia nelle nostre capacità e potenzialità di realizzarlo.

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