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Il film di Tom McCarthy invita il giornalismo di oggi a fare (meglio) il proprio mestiere
Il caso Spotlight
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  • Culture

Premiato il 29 febbraio scorso con l’Oscar come miglior film, Il caso spotlight racconta della omonima squadra investigativa del quotidiano «Boston Globe» e della sua indagine sullo scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero cattolico a Boston nel corso di alcuni decenni. Abusi commessi con la copertura della diocesi e del cardinale Law che si limitò a spostare i preti pedofili da una parrocchia all’altra.

«Indagine» potrebbe non essere il termine più adatto: quanto emerge dalla storia di Spotlight è la difficoltà non tanto di venire a conoscenza dei fatti (intervistare vittime, colpevoli e persone informate dei fatti fu relativamente facile), quanto di rompere il muro di omertà all’interno della Chiesa, come del sistema giudiziario, scolastico e infine sociale-economico-politico americano. Indicato anche da alti ecclesiastici come film che tutti i vescovi dovrebbero vedere, Spotlight è importante per diversi motivi, e a mio giudizio due in particolare.

[Qui il trailer del film]

Il primo – che rende il sex abuse scandal scioccante ma allo stesso tempo spiegabile nel contesto in cui vivo e lavoro come docente di teologia qui negli Stati Uniti – è il particolare ruolo della Chiesa in America e in particolare in certe aree del Paese come Boston. Da un lato la religione americana è un fenomeno che si può definire in senso lato «tribale», nel senso che contribuisce più che in ogni altro Paese occidentale a definire le appartenenze e le identità individuali e collettive sul territorio. L’appartenenza a una comunità religiosa è ancora parte integrante del processo d’inserimento nel tessuto sociale statunitense. In un ambiente come Boston, poi, il cattolicesimo è ancora particolarmente «tribale» a causa delle persistenti caratteristiche del cattolicesimo d’immigrazione – nel caso di Boston, della comunità irlandese. Rompere il silenzio sugli abusi sessuali richiese quindi che si spezzasse uno schema sociale, politico e religioso che vede l’appartenenza e la fedeltà (spesso oltre ogni misura di apparente buon senso) a una comunità religiosa come una delle condizioni per la sopravvivenza sociale ed economica, specialmente in un contesto di famiglie spesso povere e monoparentali come quelle in cui i preti predatori andavano a cercare le proprie vittime. Questo modello di presenza della Chiesa fa parte di quello che è stato chiamato dal filosofo canadese Charles Taylor il ruolo «neo-durkheimiano» della religione negli Stati Uniti: l’appartenenza religiosa non come scelta individuale riferita a un credo o a una morale, ma come scelta che è anche funzionale alla costruzione di una comunità etnica, culturale e politica, a livello locale e nazionale. Il carattere blasfemo della pedofilia va compreso non solo all’interno di una teologia della Chiesa, dei sacramenti, o del ministero ordinato dei preti, ma anche all’interno di una teologia della nazione americana (ed è indicativa in questo senso la sequenza del film sull’effetto che gli attacchi dell’11 settembre 2001 ebbero nel ritardare la conclusione e la pubblicazione dei risultati dell’inchiesta).

Un secondo elemento d’interesse riguarda la questione del rapporto tra giornalismo e Chiesa cattolica. Il film riporta fedelmente i fatti (tranne per quanto riguarda il modo in cui viene rappresentato nel film Jack Dunn, uno dei direttori del Boston College High School, che infatti è stato risarcito). Ma quello che il film non dice è che l’inchiesta sugli abusi sessuali commessi dal clero venne aperta dal «National Catholic Reporter» già nel 1985, e portata avanti per 17 anni essenzialmente in una situazione di isolamento non solo dalla chiesa ma anche da altri organi informativi e dalla giustizia: fino all’arrivo del «Boston Globe» che, grazie a un nuovo direttore (significativamente non cattolico), estraneo al clima provinciale e alle complicità fra i nati e cresciuti a Boston, incoraggiò un’inchiesta percepita come una dichiarazione di guerra al potente cattolicesimo bostoniano.

Spotlight ci ricorda da un lato che solo la carta stampata ha le risorse e la cultura per il giornalismo d’inchiesta capace di avere un impatto reale, e dall’altro lato che il giornalismo cattolico è un giornalismo del tutto particolare. I suoi rapporti con l’istituzione ecclesiastica sono simili ai rapporti tra il giornalismo finanziario e i centri della finanza, o tra il giornalismo sportivo e le grandi squadre di calcio; ma lo standard morale cui la Chiesa e i cattolici dovrebbero riferirsi costringe (o dovrebbe costringere) il giornalismo cattolico a un rapporto con la verità dei fatti particolarmente esigente. Non è sempre così: basti vedere da un lato il ruolo del tutto marginale del giornalismo cattolico nello scoprire i casi di pedofilia in Italia, e dall’altro lato i personaggi che fanno parte della commedia-tragedia del cosiddetto «VatiLeaks 2.0» – tutti mossi da un interesse personale e materiale ben visibile e non coincidente col servizio alla verità.

Il giornalismo d’inchiesta sembra non fare più parte della cultura giornalistica italiana – sia del giornalismo laico sia di quello religioso. Ma non è un problema solo italiano. Il contributo del «Boston Globe» alla conoscenza della verità sullo scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero fa parte della storia del giornalismo e della storia della chiesa, ma anche della cronaca sui destini del giornalismo cattolico oggi. Poche settimane dopo essere stato celebrato con l’Oscar, il «Boston Globe» ha deciso di terminare la propria collaborazione con il sito di notizie cattoliche Crux, che nel giro di poche ore è stato salvato grazie alla disponibilità (per così dire) dei Cavalieri di Colombo, la più grande confraternita cattolica al mondo la cui agenda fa parte di quel cattolicesimo d’ordine che contribuì a rendere la Chiesa istituzionale sorda e cieca allo scandalo.

Il giornalismo alla ricerca dei fatti è in crisi ovunque e il giornalismo cattolico fa parte di questa crisi in modo ancora più profondo. Da un lato vi è la crisi di vocazioni religiose e sacerdotali che coinvolge gli ordini religiosi istituzionalmente a capo di voci storiche dell’informazione e dell’editoria cattolica. Dall’altro lato vi è la crisi della stampa quotidiana e periodica, la cui copertura del fatto religioso è sempre più concentrata sul Vaticano, sul papa sulle personalità in vista, e sempre meno orientata a coprire il fatto religioso in modo globale. C’è da chiedersi infatti se l’informazione cattolica non fosse più globale prima della globalizzazione informatica. Tutto questo contribuisce ad aumentare il rischio che la storia narrata da Spotlight sia una parabola sul recente passato, e non anche il richiamo alla vigilanza per i cittadini, per i giornalisti, e per i cattolici oggi. Vigilanza che è necessaria oggi, non meno di quindici o vent’anni fa, se si guarda ai titoli di coda del film, con la lunghissima lista di diocesi in tutto il mondo in cui sono stati scoperti casi di pedofilia commessi dal clero.

[Il team di giornalisti del «Boston Globe» al centro del film ha vinto il premio Pulitzer per il servizio pubblico nel 2003.]

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