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Un nuovo anno per trepidare?
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Tra i tanti articoli oggetto delle letture vacanziere, e che cercano di offrire una chiave di lettura dell’ultimo decennio e di ciò che ci aspetta nell’immediato futuro, mi ha particolarmente colpito quello di Alan Beattie sul Financial Times del 29 dicembre  2009, secondo il quale gli anni 2000 sono stati caratterizzati da molte incertezze e preoccupazioni, ma anche da grande affidamento e confidence nella capacità delle istituzioni private  e pubbliche circa la loro capacità di farvi fronte. La crisi scoppiata nell’autunno del 2008 e continuata per tutto il 2009 ha rovesciato queste aspettative. Non solo è crollata la fiducia nella solidità del sistema finanziario, non solo è venuta meno ogni sicurezza sulle prospettive e sui progetti di vita collettivi e individuali, ma anche i governi, che pure sono stati costretti in queste circostanze eccezionali ad assumere un ruolo predominante prima nelle terapie d’urgenza e poi in quelle, lente, lentissime di recupero dell’economia, sono circondati da un clima diffuso di sfiducia e diffidenza. Naturalmente, sono conclusioni  non generalizzabili, ogni paese ha la sua peculiarità: è innegabile ad esempio che l’elezione di Obama negli Stati Uniti ha rappresentato e rappresenta per molte persone un vento di speranza per il futuro,  impensabile nel grigiore e nella plumbea oscurità del nostro scenario politico. Ma la suggestione maggiore è rappresentata dallo sguardo sul 2010 che, sempre secondo Beattie, sarà l’anno della “trepidazione”.
Trepidazione deriva da trepido, il cui antico significato è ricondotto a colui che “sgambetta sia per operosità sia per timore”, oppure  colui che è disposto “a volgersi e fuggire”. Oggi l’espressione riflette un’emozione complessa. Lo stato d’animo di ansia per qualcuno o qualcosa, il timore per l’evoluzione di una situazione molto incerta che potrà prendere una strada positiva o negativa. Anche una passeggiata, tipicamente vacanziera, tra i vocabolari di lingua inglese mi conferma che l’autore voleva proprio dare il senso di uno stato di agitazione, perturbazione e paura per un qualcosa il cui esito non si riesce a prevedere.
Quindi uno stato di apprensione non rassegnatamente passivo, ma caratterizzato da  attiva, preoccupata e partecipante attenzione alle vicende che ci coinvolgono. Beattie lo collega soprattutto alla condizione dei taxpayer, e cioè di tutti quei cittadini del mondo  occidentale che hanno visto negli ultimi tempi una grande crescita del deficit pubblico perché gli stati, e cioè i cittadini stessi in qualità (questa volta l’espressione tanto di moda merita finalmente rispetto) di “utilizzatori finali”, hanno tirato fuori un sacco di soldi per tappare le falle della finanza  pericolante  e tentare  di riavviare le economie.
E qui non si tratta solo di trepidare in attesa di vedere come va a finire, ma  per qualcosa di più che potremmo riassumere con il titolo di un libro,  da poco pubblicato anche in Italia, di  Samir Amin “La crisi: uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi”?. In realtà l’autore riconosce che è dal 1974 che ci si pone questa domanda, ed in effetti, in una altra tipica ricerca vacanziera sono riuscito, con un po’ di nostalgia, a rintracciare un altro volume del 1975 con gli atti di un seminario del   Partito di unità proletaria per il comunismo, con identico titolo.
Si potrebbe dire che tutto sommato se già trent’anni fa ci si chiedeva se il sistema capitalistico fosse sull’orlo del collasso, vuol dire che questo è tuttora ben solido, ma è innegabile, e oggi lo sostengono anche insospettabili liberisti, che le vicende del 2008 e 2009 lo hanno scosso nelle fondamenta  e che comunque quella che tutti oggi chiamano la exit strategy  non sarà affatto neutrale. Bisognerà ridisegnare le caratteristiche degli assetti finanziari e dei loro rapporti con il mondo delle imprese, rivedere i confini del ruolo degli stati, costruire sistemi sociali più attenti ai rischi della  vecchiaia (le pensioni), e dell’età adulta (la perdita del lavoro), e soprattutto riequilibrare una distribuzione dei redditi che la crisi, scaricando tutto sull’indebitamento privato, ha ulteriormente aggravato. Insomma, c’è in gioco il futuro e appunto per questo, conclude Beattie, si “trepida”.
La speranza è che questo stato d’animo possa investire anche l’italica palude che sembra immobilizzare ogni nuova energia o peggio sommergerla in una sottocultura che con le parole del bel saggio di Massimiliano  Panarari pubblicato sul numero 4/09 del Mulino potremmo definire “dell’estetica tamarra”.
Così come si trepida per un amore che potrà realizzarsi, ma potrà anche sfuggire, trepidare per una società che dopo il 2009 deve affrontare sfide epocali è segno di vitalità, consapevolezza, partecipazione, nuove idee, sguardo oltre l’orizzonte,  speranza.  Tutto questo ci manca terribilmente.

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