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Kasserine, 16/2/2016
rubrica
  • lettere internazionali

Una regione ribelle sistematicamente repressa. La protesta scoppiata a fine gennaio a Kasserine è simile in apparenza a quella che nel 2010 si è trasformata in rivoluzione. Tutto ha un sapore di déjà vu: la morte per folgorazione di un giovane disoccupato quale evento scatenante, gli scontri con la polizia in diverse città e villaggi, l’accensione di focolai di protesta nei quartieri popolari di Tunisi, la marcia di alcune centinaia di manifestanti sull’avenue Bourguiba, e le voci che subito si sono alzate ad evocare una «seconda rivoluzione». Eppure non tutto è lo stesso. Le forze dell’ordine hanno contenuto i movimenti senza la consueta brutalità ereditata dalla dittatura, tanto che si sono contati più feriti tra i poliziotti che tra i manifestanti; il governo ha fatto un uso più oculato del coprifuoco, rapidamente alleggerito e poi abolito, e ha moltiplicato i gesti concilianti. Da tre settimane ai giovani diplomati disoccupati è permesso occupare la sede del governatorato e la sorveglianza è affidata ai militari; è stato rimosso il governatore di Kasserine e sono stati annunciati provvedimenti urgenti (credito agevolato, sussidi mensili, nuovi posti di lavoro).

Tuttavia le degenerazioni violente verificatesi fin dai primi giorni – banche assaltate, negozi saccheggiati, stazioni di polizia incendiate e il brutale linciaggio di un giovane poliziotto – hanno alimentato da più parti denunce di manipolazioni. I partiti della coalizione di governo – dominata dai laici di Nidàa e dagli islamisti di Ennahdha – parlano di rivendicazioni sfruttate da delinquenti comuni e strumentalizzate politicamente da «alcuni partiti» per «scopi ben noti». Una formula ambigua che sembra alludere all’opposizione di sinistra ma potrebbe anche essere un segnale alla componente scissionista di Nidàa Tounès. 

Proprio in queste settimane una nutrita schiera di deputati ha disertato Nidàa per dar vita a un nuovo gruppo parlamentare, dopo un rimpasto governativo che ha suscitato molti malcontenti, ed è legittimo il sospetto che a soffiare sul fuoco possa non essere stata solo la sinistra radicale. Quest’ultima, peraltro, rimanda le accuse al mittente sostenendo che le infiltrazioni di elementi violenti nella protesta giovanile altro non sono che opera del governo per delegittimare i movimenti.

Nella sede del governatorato gli occupanti, perlopiù diplomati di famiglie disagiate, compilano liste di candidati alle assunzioni, fanno lo sciopero della fame, si sono cuciti la bocca. Vogliono un posto di lavoro pubblico «perché tanto i privati qui non investono», fisso, e conforme al loro titolo di studio e minacciano un suicidio collettivo se non lo otterranno. In un caffè del centro altri giovani, di famiglie più agiate, snocciolano le loro inutili lauree – Architettura e arredamento d’interni, Comunicazione e marketing, Cinema e arti visuali – e sognano di emigrare. Gli adulti del movimento – maestri elementari di scuole rurali, insegnanti delle medie, sindacalisti – reclamano invece l’insediamento di qualche grande industria, di una facoltà di Medicina, di un ospedale universitario. Nel frattempo le donne lavorano: in montagna raccolgono l’alfa che serve alla fabbricazione della plastica, in campagna vanno ad attingere l’acqua in grandi bidoni di plastica.

Il malcontento cronico della regione è più che giustificato: a cinque anni dalla rivoluzione nulla sembra cambiato in queste zone la cui arretratezza ha radici antiche. La gente narra di una regione ricca di risorse naturali ma sfruttata a beneficio delle zone costiere, una regione ribelle sistematicamente repressa dal potere, «dai tempi dei Romani a quelli di Bourguiba e Ben Ali» afferma Abdelwahed Homri, sessant’anni, insegnante di scuola media e sindacalista. Dicono di non aver avuto nulla da una rivoluzione per la quale hanno versato più sangue di tutti, come testimonia il monumento ai martiri nel popolare quartiere di Ezzouhour. Se le responsabilità vengono imputate ai politici corrotti, ai governanti che si spartiscono il potere, la soluzione per la maggioranza resta una sola: l’intervento di quello stesso Stato percepito come fonte di sistematica ingiustizia e discriminazione.

Secondo Oussama Sghair, deputato di Ennahdha, non è vero che in cinque anni nulla sia stato fatto: migliaia di giovani sono stati assunti, tanti progetti sono stati avviati. Cita le leggi che assegnano alla regione la priorità negli stanziamenti di bilancio e nelle assunzioni, lo Stato che si accolla i debiti dei piccoli agricoltori, la riduzione del tasso di disoccupazione dal 19% al 15%. Che a Kasserine siano arrivati fondi ingenti da donatori internazionali, dall'Unione europea, da numerose Ong qui in azione lo confermano gli abitanti. Se tutto questo non produce cambiamento, una delle cause principali è da ricercarsi nella burocrazia pubblica, inefficiente o corrotta, sicché lo Stato, anziché la soluzione, potrebbe essere il problema. Ne è convinto Sghair: “Occorre un nuovo modello di Stato. Ciò che funzionava dopo l’indipendenza non può funzionare oggi”.

Kasserine rivela i guasti di una cultura comune all’intero Paese, prodotta da decenni di autoritarismo: la dipendenza dallo Stato, la mentalità assistenziale, la mancanza di iniziativa, la distruzione delle solidarietà tradizionali, gli egoismi corporativi e regionalisti. Ma qui, con meno ammortizzatori sociali e meno alternative, essi offrono facile terreno ai nemici – di tutte le sponde – della giovane democrazia tunisina.

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