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Ankara, 21/12/2009
rubrica
  • lettere internazionali

Gli alevi e l'identità nazionale turca. Nelle scorse settimane sulle pagine dei quotidiani turchi è emerso un acceso dibattito relativo alla spinosa questione delle minoranze, dell'identità alevi (che conta circa dodici milioni di membri) in particolare, ma anche dell'identità turca, più in generale. Da diversi decenni in Turchia la minoranza degli alevi torna periodicamente alla ribalta nei mass-media nazionali sotto forma di “questione” o “problema”. L'opinione pubblica maggioritaria ricollega gli alevi ad eventi tragici e luttuosi come gli scontri avvenuti nel 1979 nelle province di Kahraman Maraş (Anatolia sudorientale) e Çorum (non distante da Ankara) o, ancora, l'incendio di Sivas del 1993 provocato da estremisti di destra e gli incidenti di Istanbul del 1995. Gli alevi, di volta in volta definiti “sciiti estremi”, “musulmani liberali” o quant'altro, sono infatti vittime di pregiudizi, e la loro cultura è stata esclusa dal processo di costruzione della nazione turca. Da anni ormai, gli alevi chiedono che si attui una revisione del modello ufficiale di cittadinanza, inteso in termini esclusivamente e monoliticamente sunniti. Essi propongono un sistema di diritti che garantisca una condizione di neutralità tra gli individui culturalmente diversi che compongono la società turca. In particolare, chiedono che sia abolita o ridimensionata la Presidenza degli Affari religiosi (Diyanet), in quanto strumento di sunnizzazione della società; vogliono il riconoscimento della pluralità religiosa anche in seno alla comunità islamica turca, di cui essi fanno parte.

Secondo quanto hanno riportato i quotidiani nei giorni scorsi, i militanti di sinistra appartenenti alla minoranza alevi avvertono la necessità di fondare un nuovo partito che li rappresenti. Secondo alcuni intellettuali e organizzazioni appartenenti alla medesima minoranza, tuttavia, il nuovo partito non dovrebbe essere guidato da ONG o organizzazioni culturali riconducibili all'alevismo, le quali dovrebbero occuparsi esclusivamente di spingere le istituzioni a riconoscere la specificità culturale alevi in quanto tale. In altri termini, l'ideologia politica – dicono – deve essere emarginata, a tutto vantaggio della dimensione più squisitamente religiosa. D'altronde – rimarcano – negli anni sessanta e settanta i radicalismi ideologici della sinistra alevi causarono soltanto grandi disagi e sciagure per tutta la comunità e determinarono vani tentativi di costituire un'autonomia di fatto su base locale, sempre repressa con la forza dal potere centrale. Secondo Tekin Özdil, presidente delle associazioni culturali alevi, la missione delle ONG alevi consiste nel rappresentare tutti gli alevi che vivono in Turchia e di presentarsi come un sostegno per i loro problemi. Sempre secondo l'opinione di Özdil, il dovere di un alevi non è quello di fondare un partito politico o diventare un deputato. Qualora, un membro abbia ambizioni politiche dovrebbe prima dimettersi, evitando di sfruttare impropriamente per i propri interessi l'appartenenza a ONG alevi. Altri commentatori, invece, sostengono che un partito simile cambierebbe il panorama politico del paese a scapito dei principali partiti socialdemocratici turchi: sarebbe persino un'alternativa al sistema stesso. Sono riconducibili in questo senso le opinioni di Ali Balkız, presidente della Federazione Alevi-Bektaşi, (ABF), il quale ha affermato che un nuovo partito alevi per le prossime elezioni generali del 2010 colmerebbe una lacuna nel quadro politico odierno, privo di una vera sinistra. Si tratta di un'affermazione di un certo peso, posto che l'ABF è l'organizzazione alevi più grande del paese (28 associazioni) e rappresenta complessivamente circa 400.000 alevi. Recentemente Onur Öymen, deputato del Partito popolare repubblicano (CHP), ha sciaguratamente celebrato con toni positivi la sanguinosa repressione di popolazione alevi seguita alla rivolta del 1936-38 nella città di Dersim (che subì persino la modifica del nome: oggi è Tunceli). La reazione dei sostenitori alevi del CHP è stata talmente negativa che la sezione di Tunceli del partito due settimane fa ha rassegnato le dimissioni in blocco.

Il progetto di partito su base etnico-confessionale dimostra, pertanto, una spaccatura all'interno della stessa comunità alevi: non è una decisione della federazione nel suo complesso, ma consiste piuttosto di uno sforzo di alcuni gruppi interni ed esterni alla federazione. Alcuni analisti hanno sottolineato che, considerando l'elevato livello di istruzione e la consapevolezza politica della popolazione alevi, non è detto che tale partito ottenga un successo solo perché connotato etnicamente e confessionalmente. Tutto questo dibattito dimostra ancora una volta l'estrema complessità della cultura turca, fondata sull'idea di un'identità nazionale omogenea e compatta, che non trova corrispondenza nella realtà concreta, dove una miriade di identità minoritarie entrano in competizione con l'identità nazionale maggioritaria, a livello linguistico, etnico e confessionale.

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