Rivista il mulino

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New York, gennaio 2016

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Brics, una favola del nostro tempo. La strana storia dei Brics ha inizio nel 2001, quando Jim O'Neill, all’epoca presidente della divisione Assets Management di Goldman Sachs, la gigantesca banca d’affari, scrisse un articolo che ebbe grande risonanza su quelle che da allora abbiamo imparato a chiamare "economie emergenti".

O'Neill individuava quattro Paesi – Brasile, Russia, India e Cina, da cui l’acronimo Bric – che per estensione e popolazione avevano un peso notevole nel mercato mondiale. Questi Paesi crescevano a un ritmo talmente elevato che secondo O'Neill sarebbero stati in grado di sopravanzare collettivamente per ricchezza quelli del G7, ossia i Paesi che da tempo erano i più ricchi del sistema-mondo. O'Neill non diceva esattamente quando tutto ciò si sarebbe verificato: comunque, entro il 2050 al più tardi. Ma per lui l'ascesa dei Bric era pressoché inevitabile. Data la sua posizione in Goldman Sachs, in sostanza consigliava ai clienti della banca di spostare quote significative dei loro investimenti su questi quattro Paesi, dove i prezzi continuavano a essere convenienti.

La tesi di O’Neill prese piede negli stessi Paesi Bric, che decisero di ufficializzare la denominazione istituendo vertici annuali, a partire dal 2009, con l’intento di trasformare la loro forza economica emergente in forza geopolitica. Il tono delle loro successive dichiarazioni collettive è stato di affermare il ruolo del Sud nei confronti del Nord, e in particolare degli Stati Uniti, all’interno del sistema-mondo. Tra gli argomenti dibattuti, la sostituzione del dollaro come valuta di riserva con una nuova valuta basata sul Sud, la creazione di una banca di sviluppo nel Sud che svolgesse molte delle funzioni di competenza del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, il riorientamento dei flussi commerciali mondiali in modo da rafforzare gli scambi Sud-Sud.

Nonostante essi abbiano affrontato tutti questi temi, per un motivo o per l’altro i quattro Paesi non hanno realizzato alcuna di queste proposte, concentrandosi invece in questi anni a cogliere i frutti di un livello elevato dei prezzi delle materie prime, circostanza che ha consentito ai loro governi di aumentare in modo significativo i livelli di reddito dei ceti medio-alti e di farne beneficiare in parte anche i ceti inferiori.

I tempi sembravano favorevoli, e non solo per i Bric. Nel 2009 il Sudafrica è riuscito a farsi concedere dai quattro l’ammissione nel gruppo come quinto membro e l’acronimo è stato dunque modificato da Bric a Brics. Il Sud Africa in realtà non soddisfa i criteri economici indicati da O'Neill, ma in termini geopolitici ha permesso al gruppo di poter vantare un membro africano.

Nel frattempo, anche le economie di altri Paesi hanno cominciato a mostrare caratteristiche simili a quelle dei  Brics. I giornalisti hanno cominciato a parlare di Mint – Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. Benché anche questo gruppo comprendesse economie "emergenti", esso non ha mai dato vita a una struttura formale. Esisteva un altro Paese evidentemente annoverabile in tale categoria, la Corea del Sud, che però era già stata ammessa al club dei ricchi – l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) – e quindi non vedeva la necessità di rafforzare ulteriormente il proprio status geopolitico.

Poi, d’improvviso, la forza economica dei Brics ha cominciato a declinare. Non che i Paesi del G7 avessero ripreso a crescere più rapidamente, piuttosto erano i Brics a denunciare una flessione. La loro rapida ascesa sembrava terminata.

Che cos’era successo? Uno sguardo all’economia-mondo del primo decennio del XXI secolo dimostra che il boom economico mondiale è stato in buona parte sorretto dalla prepotente crescita industriale ed edilizia cinese, che ha innescato un’enorme domanda di ogni sorta di beni, di cui la Cina si approvvigionava anche attraverso i Brics. Il boom cinese si reggeva su politiche di prestito incoerenti e sconsiderate, praticate dalle numerose banche regionali che si erano venute nel frattempo a costituire, favorite e alimentate da una corruzione diffusa. Il tentativo del governo cinese di porre rimedio a questi guasti si è tradotto in una brusca contrazione del tasso di crescita, che è rimasto attestato tuttavia a livelli relativamente elevati. 

Inoltre, il tentativo della Cina di far valere il suo peso geopolitico sui vicini dell’Asia orientale e sudorientale ha accresciuto le tensioni nell’area. Posto che tutto ciò si inserisce nel contesto della rivalità cinese con gli Stati Uniti, sia la Cina sia gli Stati Uniti sono stati attenti a non permettere che la rivalità degenerasse fino al punto da mettere a rischio la possibilità di una collaborazione nel lungo periodo.

I correttivi adottati dalla Cina si sono subito fatti sentire altrove, soprattutto negli altri Paesi Brics, che hanno dato prova di essere economicamente instabili e di conseguenza politicamente vulnerabili. Ha inciso anche la netta diminuzione dei prezzi mondiali del petrolio. Uno dopo l'altro, i paesi Brics si sono trovati in difficoltà, ciascuno a modo suo.

In Brasile è andato in crisi il cosiddetto Fome Zero (Fame Zero), programma inserito in una politica economica che combinava scelte macroeconomiche neoliberali con importanti trasferimenti di risorse destinate al terzo più povero della popolazione. La stabilità politica è a rischio per colpa delle turbolenze innescate da alleanze fluide e in continua evoluzione nel Parlamento brasiliano, tanto che, al momento, i due principali partiti cercano di ottenere l’impeachment dei rispettivi leader. E l'immagine della personalità che aveva costruito le vecchie politiche di successo del Brasile – Lula, cioè l'ex presidente Luis Inácio Cruz de Silva – ne è uscita gravemente offuscata.

La politica russa di forti investimenti in campo militare combinati con una redistribuzione di risorse governata dallo Stato è uscita fortemente indebolita dal calo dei prezzi di gas e petrolio. L’aggressività geopolitica del Paese in Ucraina e in Medioriente ha provocato per reazione vari tipi di boicottaggio che hanno inciso sensibilmente sul reddito economico nazionale.

Il tentativo indiano di rimonta economica non solo sull'Occidente ma anche sulla Cina ha provocato enormi danni ecologici, nonché una diminuzione degli investimenti a causa della diaspora verso il Nord America e l’Europa occidentale. L’attuale governo guidato dal primo ministro Narendra Modi è in enormi difficoltà nel mantenere le promesse che lo hanno portato alla recente travolgente vittoria elettorale.

Infine in Sud Africa, dove una percentuale sempre maggiore dell’elettorato è troppo giovane per ricordare la lotta anti-apartheid, il Congresso nazionale africano (Anc) sta finalmente perdendo la schiacciante maggioranza dei consensi. La politica sudafricana è sempre più spesso basata su istanze etniche e l'Anc è minacciato da un sentimento anti-bianco fra gli elettori più giovani, fondamentalmente estranei alla sue storiche politiche non razziali. Inoltre, i vicini del Sud Africa sono sempre più contrariati dalla forte ingerenza sudafricana nella loro politica interna.

Oh, son caduti gli eroi!* Che cosa rimane delle aspirazioni geopolitiche dei Brics non lo può sapere nessuno.

 

* “How the mighty have fallen!” nell’originale inglese, citazione biblica da 2 Samuele, 1:25 e 1:27

 

 

 

[Copyright © 2016 Immanuel Wallerstein, used by permission of Agence Global. Traduzione di Giovanni Arganese]