Rivista il mulino

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Srinagar, 17/12/2009
rubrica
  • lettere internazionali

I desaparecidos del Kashmir. Il mondo torna ad interrogarsi sulle violazioni dei diritti umani che da decenni stanno investendo il Kashmir controllato dall’India. È di pochi giorni fa l’annuncio del ritrovamento di 2700 tombe senza nome e fosse comuni nei distretti di Baramulla, Bandipora e Kupwara, situati a ridosso del confine con il Kashmir pakistano. Nel corso di un’affollata conferenza stampa avvenuta a Srinagar, capitale del Kashmir indiano, Angana Chatterji dell’International People’s Tribunal on Human Rights and Justice in Indian-Administred Kashmir (IPTK), ha presentato i risultati della ricerca, durata 3 anni, dal novembre 2006 al novembre 2009. Stando ai dati forniti, pubblicati in un corposo dossier di 120 pagine disponibile su www.kashmirprocess.org, nelle 2700 tombe oggetto dell’indagine, sono stati individuati più di 2943 corpi. L’87,9% delle tombe (2373 sul totale) risultano senza nome. 154 di queste contengono 2 corpi ciascuna, mentre in altre 23 fosse sono stati trovati dai 3 ai 17 cadaveri. Secondo l’IPTK, il drammatico bilancio sarebbe scaturito da scontri a fuoco, reali o presunti, avvenuti tra il 1999 e il 2009, poi da uccisioni extragiudiziarie, violenze sommarie ed esecuzioni arbitrarie compiuti dalle forze militari e paramilitari indiane. “Una fossa comune si distingue per il fatto di contenere più di un cadavere solitamente non identificato”, si legge nel comunicato stampa. Poi ancora “secondo gli studiosi, le fosse comuni sono un’eredità di gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra o genocidio”. Sono queste le pesanti accuse lanciate nei confronti delle Forze di Sicurezza indiane, che da anni starebbero operando uccisioni e crimini nell’impunità assoluta. In base alle ricostruzioni dell’IPTK, a morte avvenuta, i cadaveri (in gran parte uomini) venivano affidati a personale locale cui era ordinato di seppellirli individualmente, quando possibile, seguendo il rito islamico per non urtare la sensibilità degli abitanti. Le sepolture avvenivano spesso in prossimità di luoghi pubblici come scuole, piazze o edifici delle amministrazioni locali, quasi a monito per gli abitanti della zona.

La gravità dei fatti messi in luce dall’Ong kashmira,  ha spinto le Forze Armate indiane e la Polizia del Kashmir a prendere una posizione in merito, spiegando come i quasi 3000 cadaveri individuati fossero terroristi e militanti stranieri che tentavano di infiltrarsi in Kashmir, o militanti kashmiri diretti verso i campi di addestramento in Pakistan. Secondo le autorità militari, si tratterebbe dunque di vittime di scontri a fuoco ‘convenzionali’, e non di persone cadute negli ingranaggi di un meccanismo repressivo pianificato a tavolino, necessario per favorire il controllo del territorio, come sostenuto dall’accusa.

In attesa che le prove raccolte vadano ad aprire un’inchiesta governativa ufficiale, l’attenzione dell’IPTK ora punta sugli 8000 e più kashmiri arrestati negli ultimi 10 anni e spariti nel nulla. Si tratta dei desaparecidos del Kashmir, in gran parte uomini e padri di famiglia che hanno originato il fenomeno delle half windows, le ‘mezze vedove’ che ancora non sanno se i propri mariti siano imprigionati in qualche carcere o seppelliti in una tomba senza nome. L’ipotesi proposta da Angana Chatterji, Pharvez Kurram e dagli altri membri di IPTK è che gran parte di queste persone siano morte, e seppellite altrove, all’interno di molte tombe che ancora devono essere portate alla luce. Del resto i ritrovamenti annunciati in questi giorni hanno interessato appena 3 distretti su 10.