Rivista il mulino

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Riad, 22/12/2015

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Non solo nero. “Un Paese non adatto alle donne, nero e impenetrabile”. Così mi è stata apostrofata l’Arabia Saudita da tutti i miei interlocutori prima di partire. E così mi si è presentata, atterrata a Riad, città ben rappresentata dal colore dell’abaya che devono indossare tutte le donne, anche le straniere, musulmane e non. Nero e rigorosamente monocolore. 

Ma l’Arabia Saudita non è solo il nero di Riad. A Gedda, ragazze e signore portano abaya molto più colorati. Basta entrare in una sartoria di un certo stile per capire che l’Arabia Saudita non è un Paese monocolore. Ci sono zone grigie, ma c’è anche spazio per i colori. Più nel privato che nel ristrettissimo spazio pubblico che le donne faticano a frequantare soprattutto a causa di un’anacronistica e severa norma sociale: la segregazione di genere. Donne e uomini non possono infatti condividere spazi comuni. Vale per i caffè – dove alle signore è permesso accomodarsi solo nella sezione riservata alle famiglie e divisa con una parete o con un separé da quella per gli uomini – come negli uffici statali, nelle banche e anche nei luoghi dove si fa la poca politica concessa. Il governo, così come il Maglish Al-Shura – l’Assemblea che ha esclusivamente poteri consultivi – sono di nomina regia. E i sauditi – sudditi più che cittadini – possono, dal 2005, votare solo per eleggeri i due terzi dei consigli comunali. E, novità assoluta, dallo scorso 12 dicembre questo diritto è stato esteso anche alle saudite, diventate potenziali elettrici e candidate.

Sono state 136 mila (contro oltre 1 milione di uomini) quelle che si sono registrate per partecipare a questo storico appuntamento. E farlo non è stato facile. Le novelle elettrici hanno dovuto seguire un preciso iter burocratico che ha coinvolto non solo loro, ma anche le loro famiglie, in primis il loro mahram (guardiano), l’uomo dal quale dipende la loro libertà. Per registrarsi, le future elettrici hanno dovuto presentare la loro carta d’identità. Anche se da un paio di anni ogni donna deve avere la sua – e dalla settimana scorsa anche le divorziate potranno finalmente avere la propria – non tutte la posseggono. E più ci si allontana dai grandi centri urbani, più il numero cresce. Non solo perché gli uffici dove andarla a fare sono più difficili da raggiungere, ma anche perché in queste zone è più alta la percentuale di uomini che non gradisce la partecipazione femminile alla politica. E poi c’è un ostacolo logistico. Le donne saudite sono le uniche al mondo a non poter guidare. Solo gli uomini hanno potuto accompagnarle a registrarsi e, poi, ai seggi. Ed per questo che si è mobilata anche Uber, l’applicazione di trasporto privato che fa concorrenza ai tradizionali taxi. Il 12 dicembre non ha fatto pagare la corsa alle donne che hanno chiesto di essere condotte ai seggi.

E, oltre alle prime elettrici, ci sono state anche le prime candidate. Novecento donne che, dopo un elitario processo di selezione, hanno tenuto elegantissimi comizi elettorali. Nella maggioranza dei casi si è trattato di incontri riservati esclusivamente al gentil sesso. In un Paese dove la promiscuità è ancora un tabù, quante hanno voluto fare breccia nell’elettorato maschile hanno dovuto trovare un escamotage. Chi ha aperto a entrambi i sessi i propri comizi, li ha tenuti in ambienti limitrofi, ma separati. Solo le donne hanno potuto vedere la loro faccia. Gli uomini hanno seguito il loro discorso attraverso lo schermo piazzato in un'altra stanza.

Ciononostante, contro ogni pronostico, ben 20 donne sono riuscite a imporsi, divenendo le prime elette della storia saudita. Tra loro c’è Lama Suleiman, femminista già passata alla storia come una delle due prime donne elette nel consiglio direttivo di una camera di commercio saudita. Era il 2005 e la camera in questione era quella di Gedda, dedicata, non a caso, a Khadija, la moglie di Maometto famosa per le sue doti imprenditoriali. “Da quell’anno sono cambiate tante cose per le donne. Hanno ottenuto le licenze commerciali che prima non avevano. Dietro questa apertura si nascondono infatti motivazioni prettamente economiche dalle quali dipende il futuro del Paese”, spiega Lama, ricordando anche che fu proprio sua maestà – il defunto re Abdullah – ad aprire la porta della politica alle donne, nominandone, nel 2012, 30 nel Maglis Al-Shura.

Quello messo in moto dalle dinamiche economiche – non ultimo il crollo del prezzo del petrolio – è un processo di riforma dall’alto che per ora coinvolge solo un’élite, non certo le ambulanti che vendono cus cus nel mercato di Riad. Le protagoniste dello storico evento del primo voto femminile sono state donne di altolocate famiglie saudite che, non avendo problemi con il regime, spingono dall’interno per modificarne alcune caratteristiche. Signore che non avanzano alcuna proposta rivoluzionaria e che – parole loro – ritengono prematuro qualsiasi coinvolgimento della base della società in questo processo di emancipazione. 

Femminismo di regime o avanguardia luminaria? Difficile da decifrare. Quello che è certo è che queste donne – che pur vivono con la valigia in mano e si danno appuntamento a Londra e a New York – sono saudite che non possiamo definire come nere e monocolore. Si mischiano nel nostro Occidente, ma non le identifichiamo come saudite perché parlano l’inglese molto meglio di noi. Incontrarle, tra Gedda e Riad, fa guardare l'Arabia Saudita con lenti diverse. Per una volta, essere una giornalsita donna ha avuto un vantaggio. È stata una chiave per entrare in ambienti ancora inpenetrabili al sesso maschile.