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Madrid, 6/11/2015
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Se crescere non basta. Nell’ambito dell’Eurozona, la Spagna è l’ultimo portabandiera europeo dell’austerità e delle riforme strutturali. L’economia del Paese cresce a buon ritmo, sostenuta da una forte ripresa dell’occupazione, da salari reali in recupero e dall'aumento degli investimenti. Quest’anno, anzi, quella spagnola potrebbe risultare l’economia in maggior espansione di tutta l’Unione europea.

Tuttavia, la ripresa della crescita in Spagna non sembra affatto il risultato di austerità e riforme. Inoltre le prospettive economiche sono meno rosee di quello che le dichiarazioni ufficiali farebbero pensare, e rimangono impegnative le sfide che incombono sul Paese.

L’inflazione si manterrà a livelli troppo bassi per ridurre il valore in termini reali del pesante debito nazionale, la disoccupazione rimarrà elevata ancora per molti anni, deprimendo i prezzi, e la Banca centrale europea non promuoverà la politica monetaria aggressiva che risulta indispensabile per far lievitare l’inflazione spagnola.

I costi reali dei prestiti sono più elevati nei Paesi deboli dell’Eurozona come la Spagna, dove l’inflazione è ai minimi termini, e più bassi nelle economie più forti, dove l’inflazione è più elevata; il capitale e la manodopera qualificata tendono a muoversi in direzione di queste ultime. Il governo spagnolo non può incrementare la spesa statale per contrastare tutto ciò e l’Eurozona manca di meccanismi fiscali che compensino gli Stati membri più deboli.

Se vuole che il suo tenore di vita converga verso quello dei Paesi europei più prosperi, la Spagna deve conseguire una crescita più sostenuta della produttività. Non sembra però che gli investimenti si stiano indirizzando verso le attività a maggior valore aggiunto. Gran parte dei posti di lavoro creati nell’ultimo paio di anni sono quelli scarsamente retribuiti del settore dei servizi, in particolare quello turistico.

La performance relativamente notevole che le esportazioni spagnole hanno conseguito a partire dal momento più buio della crisi è stata alimentata da settori come carburanti e alimentari, anziché dai settori a più alto valore aggiunto. La ripresa della domanda interna provocherà una crescita delle importazioni superiore a quella delle esportazioni, un nuovo disavanzo delle partite correnti e un peggioramento della già debolissima posizione creditoria con l’estero.

Il settore delle costruzioni, che già ha toccato il fondo, è destinato a ristagnare a causa dello scarso livello demografico del Paese e dall’eccesso di offerta di immobili inoccupati, che pur essendo in parte in via di demolizione continueranno a deprimere il mercato.

A causa di uno dei più bassi indici di natalità al mondo e dei saldi migratori netti, la popolazione spagnola in età da lavoro è destinata a scendere rapidamente. Nonostante questo fatto possa non sembrare un problema per un Paese afflitto dalla disoccupazione di massa, i Paesi in cui la forza lavoro diminuisce tendono a patire una crescita economica più debole, che rende più difficile il rimborso dei debiti pubblici e privati.

La Spagna rischia dunque di entrare nella prossima recessione avendo a mala pena superato la precedente, con livelli di indebitamento elevati sia del settore pubblico sia di quello privato e una disoccupazione ben superiore ai livelli pre-crisi. Il punto cruciale è che il Paese avrà a disposizione pochi strumenti di politica economica per contrastare un nuovo indebolimento della domanda interna, e ciò fa ritenere sempre più probabile una profonda fase recessiva.

 

[Traduzione di Giovanni Arganese. L’articolo originale in una forma estesa è disponibile qui]

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