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Preševo, 26/10/2015
rubrica
  • lettere internazionali

Dalla Turchia ai Balcani, un fiume di profughi. Continua senza sosta il transito di profughi lungo la Via del Mediterraneo Orientale. Termine con cui si identifica il percorso scelto da rifugiati siriani, iracheni, afghani, pakistani e libanesi, ma anche eritrei, congolesi, somali, tunisini e altri ancora, diretti verso l’Area Schengen attraverso i Balcani. Un esodo di uomini, donne e bambini, centinaia di migliaia, in fuga da guerre, persecuzioni e violenze che continuano in Asia, in Africa e in Medioriente.

L’odissea ha inizio in Turchia, su uno dei numerosi moli improvvisati lungo la costa egea, da dove salpano in continuazione quelle che i rifugiati chiamano “barche spazzatura”, sovraffollate all’inverosimile malgrado un singolo pass costi tra i millecinquecento e i duemila euro, quanto una crociera di due settimane. Sono le stesse imbarcazioni che ci siamo abituati a vedere nei tg nazionali, corredate da numeri e cifre evidenziati per descrivere la portata di un’altra “tragedia dei mari”. Ci indigniamo certo, proviamo un senso di pietà; ma dura giusto il tempo di passare alla notizia successiva, poi basta. Del resto accade lontano, siamo impotenti, noi non possiamo farci nulla.

Tuttavia il dramma dei profughi continua, e si consuma vicino a noi, lungo i Balcani, divenuti il nodo centrale della Via del Mediterraneo Orientale, nonché direttiva principale in quanto ad afflusso di rifugiati verso l’Europa che conta, quella che dovrebbe proteggerli, offrire loro un avvenire di pace attraverso il lavoro. Questo almeno è quanto si aspettano i disperati in arrivo, quasi tutti diretti in Germania, Svezia, Olanda o Belgio. “L’Italia non ha lavoro, c’è troppa crisi, meglio andare più a Nord”, confessano se interpellati in merito.

Dalle coste turche i barconi salpano alla volta delle isole greche più vicine, come Lesbos, Chios, Kos, Kalymnos, dove attraccano su qualche baia sabbiosa prima di essere indirizzati dalle autorità verso il principale centro di raccolta greco, alla periferia di Atene. Inizia qui, all’ombra del Partenone, la lenta risalita in autobus, in treno, in taxi o in auto private con autista, messe a disposizione da qualche greco che approfitta della bagarre per sbarcare il lunario. Il percorso a tappe verso i Balcani si arresta a Idomeni, minuscolo villaggio ellenico posto sul confine con la Macedonia. In migliaia, a volte decine di migliaia, si riversano sui prati e sulle vie fangose che conducono all’unico punto di passaggio alla frontiera, ricavato sul bordo sassoso della ferrovia, sotto gli sguardi vigili dei soldati macedoni.

L’accesso al campo di accoglienza gestito da Unhcr, Msf e Croce Rossa avviene in modo ordinato. Una schiera di volontari, sorridenti malgrado la dozzina di ore di lavoro alle spalle, consegna a ciascun rifugiato una razione di cibo e dell’acqua. Sono poi disponibili alcuni capi di abbigliamento, toilette e delle docce con acqua calda. La fila prosegue all’interno di due ampi tendoni dove viene operata una selezione medica preliminare. Le priorità dei dottori dipendono dal numero di bambini, anziani o donne incinte, cui viene offerta assistenza immediata. Ad ogni modo tutti hanno accesso a un controllo medico generico, mentre i casi più gravi vengono trattati in una tensostruttura separata. “Qualcuno dalla Siria è arrivato sino a qui con ferite di arma da fuoco”, spiega Kore Rune Mossing, norvegese responsabile dello staff della Croce Rossa al campo di Idomeni, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi. La scabbia è uno dei problemi più diffusi, assieme a febbre, malattie respiratorie, problemi alle articolazioni o escoriazioni ai piedi dovute alle lunghe marce compiute con scarpe fradice. “Il campo ha una capacità di 1.500, forse 2.000 persone – continua Kore – ma oggi, ad esempio, siamo a 5.000, e il flusso proseguirà fino a sera, e ancora di notte. Non siamo in grado di smaltire tutti i passaggi in tempi rapidi, pertanto nei giorni critici la gente deve pazientare anche 10 ore prima di varcare il confine macedone”.

Le situazioni più delicate riguardano i bambini soli, soprattutto siriani appartenenti a famiglie povere, per le quali i soldi bastano appena per un viaggio della speranza. Pertanto madri e padri disperati preferiscono mandare avanti i figli, pregando Dio affinché giungano sani e salvi in Europa. “I minorenni soli sono i più vulnerabili allo sfruttamento o a situazioni ancora peggiori”, commenta il referente di Cr. Le organizzazioni attive lungo tutto il percorso hanno predisposto dei controlli dedicati alla tutela dei più piccoli, ma non è sempre facile prestare assistenza a tutti, a causa del numero di arrivi e della confusione che inevitabilmente, e malgrado gli enormi sforzi degli operatori, regna nei punti di raccolta. Un caso emblematico è il punto di passaggio di Preševo, minuscola cittadina serba abitata da musulmani. Nel corso della nostra visita di pochi giorni fa, la via principale in città era costantemente affollata a causa dei continui arrivi dal vicino confine macedone.

Nel campo gestito dagli operatori di Unhcr, Msf e Cr, le autorità serbe rilasciano i nullaosta indispensabili per tutti i rifugiati in transito verso la Croazia. “Senza il documento non si passa”, spiegano all’ingresso. La struttura però è troppo piccola, inadeguata a sopportare una portata simile, pertanto, pur di non perdere il posto in fila, alcuni rifugiati scelgono di dormire in ginocchio o sdraiati per terra, sull’asfalto infradiciato dalle piogge. Talvolta i cumuli di spazzatura sono un giaciglio più comodo rispetto al fango, e non tutti possono permettersi il lusso di una tenda o di un telo di plastica impermeabile. L’attesa estenuante non risparmia nessuno, così famiglie intere con due o tre bambini al seguito devono infilarsi nell’imbuto che conduce al campo, e all’agognato documento. Una doppia fila di transenne delimita la folla impaziente, monitorata dall’occhio vigile della polizia locale e dai corpi speciali di polizia incaricati di mantenere l’ordine. L’attesa nella bolgia è esasperante. Qualcuno sviene finendo a terra, tra le gambe dei vicini. Si vede un uomo in lacrime implorare in arabo i poliziotti che non conoscono altra lingua oltre al serbo. Scopriremo poi che aveva perso tutti i suoi averi nella mischia, e chiedeva aiuto per recuperarli, invano.

A peggiorare le cose giunge il maltempo. Vento e pioggia spazzano per giorni Preševo e i suoi martiri, la temperatura scende a 10 gradi, così vengono distribuiti sacchi neri per la spazzatura da usare per proteggersi dal vento e dall’acqua. Ai margini di questo dramma, lungo le strade cittadine, mercanti senza scrupoli approfittano per smerciare impermeabili inservibili a 10 euro l’uno, poi scarpe di terza mano a 100 euro il paio, banane a 2 euro e mezzo il chilo e bottigliette da mezzo litro d’acqua a 3 euro. La corsa in uno degli autobus collettivi diretti in Croazia costa 35 euro, un buon prezzo se paragonato ai 300 euro a persona chiesti per viaggi ‘veloci’ in auto offerti da serbi senza scrupoli. Sono vere e proprie organizzazioni criminali che hanno allestito un centro logistico illegale ad un chilometro di distanza. Il loro è un servizio tutto incluso: corsa, sosta per cena e sconfinamento in Croazia senza pass. Un rischio enorme per i rifugiati che accettano, per i quali l’attesa di giorni nella bolgia di Preševo è un destino peggiore dell’ennesimo sconfinamento illegale.

L’Ungheria ha da poco imposto il blocco dei confini anche sulla frontiera croata. Pertanto la Via del Mediterraneo Orientale sta mutando ancora il suo corso, puntando ora alla Slovenia, da dove arrivano già le prime proteste dovute all’impossibilità di far fronte al flusso di persone in arrivo, cui è seguito il blocco dei treni di provenienza croata. Nel contempo Angela Merkel rivolge un appello al governo turco affinché “ci aiuti a frenare il flusso verso l’Europa”. Ankara replica proponendo la creazione di zone sicure in territorio siriano, dove far confluire l’emorragia di profughi in fuga da Damasco, Homs, Aleppo e dal resto del Paese. Non si capisce però a chi spetta la creazione di questi ‘parcheggi’. Magari agli Stati Uniti? All’armata di Putin, entrata in scena come deus ex machina nella tragedia siriana? O forse all’Europa, sulle cui spalle pesa la responsabilità di garantire protezione e accoglienza ai rifugiati in arrivo? In attesa venga deciso il da farsi, lasciamo spazio ad Ahmad, ingegnere siriano di mezza età incontrato sulla via per la Macedonia: “È paradossale, in Siria ovunque tu vada sei nemico di qualcun altro. Se l’Europa vuole realmente risolvere la questione profughi deve intervenire direttamente per interrompere la guerra, e non farsi sottomettere oltre da Stati Uniti e Russia. In Turchia ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano di partire, e ancor di più in Siria. L’esodo di rifugiati è ancora all’inizio!”. 

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