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I rifugiati e la Chiesa post-ideologica di Francesco
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Uno dei paradossi del pontificato di Francesco è che il papa succeduto a Benedetto XVI ha invertito l’orientamento vaticano (ben visibile almeno fin dalla “Nota Dottrinale” della Congregazione per la Dottrina della Fede Circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, del 2002) a eliminare l’idea della mediazione politica, affidata ai politici, quando si tratta di “applicare” il magistero sociale della Chiesa alla gestione della cosa pubblica. La Chiesa di Francesco non è antipolitica, né irrimediabilmente disincantata rispetto al divario tra l’utopia cristiana e la possibile distopia del mondo reale. Allo stesso tempo papa Francesco sta cercando di ridurre (non senza provocare tensioni nell’establishment ecclesiastico) lo spazio di mediazione delle incoerenze tra Vangelo e Chiesa. La caduta del velo delle mediazioni tra Chiesa e Vangelo è solo il punto di partenza dell’approccio di papa Francesco alla questione migratoria, con l’appello dell’Angelus del 6 settembre rivolto a parrocchie, conventi e case religiose in Europa ad accogliere una famiglia di profughi.

La questione migratoria – frutto di una serie di guerre che coinvolgono molti Paesi nella fascia tra Afghanistan e Libia, Yemen e Africa orientale, Africa centrale (per non parlare della crisi dei rifugiati nel Sudest asiatico tra Malesia, Thailandia, Indonesia e Australia) – è una di quelle su cui il cattolicesimo globale deve affrontare il nodo del rapporto tra il radicalismo del Vangelo di Gesù e la complessità delle situazioni politiche, istituzionali e demografiche della Chiesa in Paesi in cui i cristiani sono minoranza. È una sfida inedita sia per la Chiesa sia per l’Europa. La situazione attuale non ha nulla a che vedere con la dispendiosa apertura della Germania Ovest agli “Ossies” dopo il collasso del sistema comunista in Europa orientale. Per rimanere in Germania, i dodici milioni di tedeschi che sconvolsero la giovanissima e fragile repubblica di Bonn erano tedeschi etnici in fuga dal comunismo, testimoni dell’intricata tela di complicità della nazione tedesca (anche nel periodo post-bellico) con i crimini del nazismo in Europa orientale. L’afflusso di ebrei in Israele dopo il 1945 e più tardi, dopo la fine della diaspora nei Paesi arabi e il riemergere di una cultura antisemita, costituiva una riunificazione. Per fare un paragone contemporaneo, la questione migratoria europea ha poco a che fare con la questione negli Stati Uniti: in parte perché da sempre l’America ha saputo scegliere e filtrare gli immigrati sulla base delle necessità del sistema economico; in parte perché la questione dell’immigrazione getta una luce sugli Stati Uniti come “nazione-Chiesa” in cui il mercato è la vera religione nazionale, e le Chiese sono le più importanti agenzie non governative che in passato hanno sostenuto e integrato le ondate migratorie e oggi chiedono a gran voce (la Chiesa cattolica specialmente) una immigration reform. Per gli americani, tutti discendenti da immigrati, ogni immigrato che tenta è un americano in potenza.

Le migliaia che papa Francesco chiede all’Europa di accogliere non consentono invece neppure una fugace identificazione. Dal punto di vista ideologico le guerre in Africa e Medio Oriente sono difficilmente inquadrabili nelle categorie politiche occidentali – salvo risvegliare negli europei il senso di responsabilità per il fallimento di quegli Stati nazionali creati a tavolino tra la prima e la seconda guerra mondiale. Dal punto di vista etnico, questi richiedenti asilo sono gruppi diversi tra loro, talvolta nemici tra di loro. Dal punto di vista religioso e confessionale, i cattolici italiani non hanno in genere cognizione alcuna (e non è colpa della secolarizzazione) della prossimità teologica che li avvicina ai cristiani orientali, percepiti come una variante dell’Islam a causa della comune cultura araba.

Questi sono i poveri della terra, che nessun calcolo politico o ideologico rende sfruttabili, ma anzi solo un costo. In questo senso le prese di distanza di alcuni vescovi italiani, e il silenzio di quasi tutti gli altri, dicono molto del disagio della Chiesa cattolica di fronte a papa Francesco. L’indicazione del successo o del fallimento della conversione della Chiesa di Francesco si misurerà nei mesi prossimi sulla capacità di accoglienza dello straniero in tutti i sensi – nazionale, ideologico, etnico, religioso – ed è probabilmente uno dei criteri evangelicamente più adeguati per misurare il carattere cristiano di una Chiesa e di una società.

Il disagio dei cattolici europei e italiani di fronte all’ipotesi dell’accoglienza di decine di migliaia di africani e mediorientali in fuga dalla violenza dei conflitti armati o dalla povertà causata da essi non è data solo dalla crisi del “modello sociale europeo” e dalle limitate capacità di integrazione. È un disagio che deriva dalla difficoltà di inquadrare ideologicamente questo straniero, nel momento in cui la Chiesa cattolica non è più la colonna ideologica dell’Occidente, ma anzi è guidata da un papa chiaramente post-ideologico e anti-ideologico (in politica come in teologia) come Francesco.

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