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Washington, 23/7/2015
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Il nuovo corso di Obama e i successi di Black Lives Matter. La settimana scorsa è stata importante per il movimento Black Lives Matter e per tutti coloro che negli Stati uniti promuovono l’uguaglianza razziale; una settimana culminata con la visita di Obama in un carcere federale dell’Oklahoma, la prima volta per un presidente statunitense. Il gesto di Obama arriva al culmine di un periodo nel quale il presidente ha parlato apertamente della questione razziale e delle tematiche economiche e sociali ad essa connesse e che ha avuto una decisa impennata dopo l’assassinio dei nove afro-americani nella chiesa di Charleston. Non è cosa di poco conto, soprattutto perché la sua presidenza, fino a poche settimane fa, non si era distinta per coraggio nell’affrontare in maniera diretta le problematiche razziali. Nel goffo tentativo di dimostrare di non essere il presidente di una minoranza, Obama ha spesso trascurato fenomeni importanti come quello dell’incarcerazione di massa – che tiene in prigione 2,2 milioni di persone e che colpisce in stragrande maggioranza i non-bianchi – addossandosi le critiche di molti afro-americani, tuttora la base più solida del suo elettorato.

Un sostanziale cambio di rotta sembra però essere avvenuto nelle ultime settimane. In almeno tre occasioni – durante il funerale del reverendo Clementa Pinckney, alla riunione annuale della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) e in occasione della menzionata visita al carcere dell’Oklahoma – Obama ha denunciato le disparità di trattamento dei neri e degli ispanici da parte delle forze dell’ordine, ha affrontato il tema dell’emarginazione dei ghetti delle grandi città e quello delle carenze di un sistema scolastico che porta i giovani delle comunità povere dai banchi di scuola alle carceri, ha parlato del problema degli stupri nelle prigioni (questione che affligge percentuali molto alte di gay e transessuali), ha criticato le molte leggi statali che non permettono alle persone che hanno scontato la loro pena di votare. Ha sposato, in sostanza, molte delle istanze di un movimento che da anni si batte per una riforma del sistema di giustizia penale, e dal quale è nato Black Lives Matter. Un riconoscimento e un successo non solo simbolici. Lo scorso 13 luglio, Obama ha concesso la grazia a 46 persone, 13 delle quali ergastolane, per reati non violenti legati allo spaccio di droga. Una percentuale minuscola, se si considerano le 35 mila richieste di clemenza arrivate, ma comunque più di quanto abbia fatto qualsiasi altro presidente.

Gesti e prese di posizione che possono avere un peso rilevante nello spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema dell’incarcerazione di massa delle minoranze, il fulcro della lotta per l’uguaglianza razziale negli Stati uniti del ventunesimo secolo. Intanto, una coalizione bipartisan sta sostenendo la riforma della giustizia fuori e dentro al Congresso. Una proposta di legge, il Safe Justice Act, che va nella direzione di una diminuzione della popolazione carceraria attraverso la depenalizzazione dei reati non violenti, è appoggiata dall’improbabile alleanza tra organizzazioni progressiste come la American Civil Liberties Union e la NAACP e la Koch Industries, la multinazionale del petrolio e della chimica dei fratelli Koch, di orientamento conservatore, e male assoluto per gli ambientalisti di mezzo mondo.

Sebbene ACLU e NAACP si focalizzino sulla natura etica del problema, mentre l’interessamento dei fratelli Koch pare essere più nebuloso (loro sostengono di voler far risparmiare ai contribuenti gli 80 miliardi di dollari annui spesi per mantenere un sistema che considerano corrotto, ma in molti sospettano che i Koch vogliano avviare una più generica deregulation che benefici il loro impero), questa atipica coalizione potrebbe essere la chiave per una riforma. Vedremo nei prossimi mesi se la proposta di legge troverà il sostegno necessario anche in Congresso, ma quel che è certo è che il movimento Black Lives Matters ha già avuto il merito di essere riuscito a trovare ampio consenso tra l’opinione pubblica, non solo quella liberal, e a far emergere temi che fino a poco tempo fa sembravano abbandonati in un ingombrante dimenticatoio, da ogni parte politica. Non è cosa da poco, per esempio, che Hillary Clinton, nella sua campagna elettorale, stia affrontando con più coraggio di quanto non avesse fatto Obama nel 2008 i temi cari alle minoranze razziali, cavalcando l’onda progressista del movimento.

In questo ultimo anno di presidenza, infuocato dalle elezioni, Obama non solo avrà la possibilità di lasciare un’impronta promuovendo riforme che riducano il numero degli incarcerati e che modifichino i complessi rapporti tra forze di polizia e minoranze, ma potrà stimolare il dibattito politico tenendo alta l’attenzione su questi temi. Dopo decenni di guerre alle droghe, che hanno criminalizzato i giovani maschi neri e distrutto economicamente le comunità afro-americane, una riforma del sistema di giustizia penale rappresenta la più importante battaglia di civilità negli Stati Uniti di oggi.

 

 

 

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