Rivista il mulino

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Pechino, 13/7/2015

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La contraddizione tra strategie di riforma e comportamenti dei funzionari. Il 9 luglio, sui mercati finanziari cinesi, vi è stata una inversione di tendenza. In un giorno l’indice di Shanghai era cresciuto quasi del 6%, quello di Shenzhen quasi del 4% e così quello di Hong Kong. Il risultato è stato confermato il giorno dopo. Questi aumenti sono seguiti all’insieme di drastiche misure prese dalle autorità cinesi, quali incentivi all’acquisto e blocco delle vendite (tra cui la proibizione agli investitori con più del 5% del capitale di una società di vendere azioni), e minacce di intervento nei confronti di attività giudicate illegali dalla stampa cinese di vendite allo scoperto. I segnali sono dunque che le autorità cinesi sono in grado di riprendere il controllo della situazione; ma si tratta di segnali che vanno confermati; gli sforzi in questa direzione dovranno certamente continuare.

Gli eventi di questi giorni sollecitano alcune riflessioni. È innanzitutto evidente lo scarso coordinamento, e anche la confusione, nel modo in cui le autorità cinesi di regolazione si sono mosse. Per esempio solo tardi, e sembra dopo un deciso intervento del premier Li Keqiang, è arrivato un coordinamento tra autorità preposte ai mercati finanziari come la Chinese Securities Regulation Commission (CSRC) e quelle preposte alla regolazione bancaria (la China Banking Regulatory Commission) e monetaria (la Banca centrale). In queste ultime, infatti, è sempre presente la preoccupazione che anche i salvataggi, così come l’esplosione della bolla speculativa, avvengano con un eccessivo ricorso al debito.

Questi, del resto, sono problemi tipici quando si interviene ex post invece che prevenire il formarsi e poi l’inevitabile scoppio delle bolle speculative. Non è peraltro escluso che, secondo una prassi che in Cina è divenuta non rara, qualcuno, soprattutto nell’area della regolazione finanziaria, paghi per l’inesperienza, le esitazioni e le contraddizioni dimostrate in questa vicenda.

Quello che risulta incomprensibile, e che comunque rivela come in Cina ci sia ancora molto da fare sul piano delle riforme soprattutto nel campo finanziario e bancario, è come le autorità cinesi, che pure nel caso della crisi finanziaria nata negli Stati Uniti nel 2007 hanno fortemente criticato la mancanza di regolazione alla base di quella crisi (soprattutto il sostegno indiscriminato a rialzi che si sarebbero rivelati insostenibili), non abbiano imparato la lezione evitando di consentire gli stessi errori a casa propria con una azione di prevenzione e regolazione ex ante.

Nel suo recente e molto interessante libro The Governance of China, il presidente della Repubblica e segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping insiste molto sulla necessità che il partito si impegni di più e in modo coerente sulla strada delle riforme attraverso anche un'azione di studio e di formazione di competenze adeguate. Gli eventi di questi giorni confermano che ciò dovrebbe valere soprattutto nel campo finanziario e della relativa regolazione.

In realtà continua a esserci in Cina un divario tra le strategie di riforma di medio-lungo periodo annunciate e i comportamenti pratici dei funzionari pubblici. Nell’area finanziaria, per esempio, sono state di fatto sostenute politiche per far salire i prezzi delle attività finanziarie con l'appoggio di una stampa spesso compiacente. Si è arrivati così nel giugno scorso a un raddoppio dei valori rispetto a quelli di un anno e mezzo prima, e poi a una perdita improvvisa assoluta di 3 trilioni di dollari (il 30% in meno) in pochi giorni: una perdita superiore alla capitalizzazione dei mercati francese e spagnolo messi assieme.

Quanto è accaduto indica che nel settore finanziario vi è una esigenza urgente di agire per un recupero di competenza e credibilità quando la leadership cinese parla della necessità di procedere sulla strada delle riforme. Il problema del rischio sistemico posto dalla crisi finanziaria di questi giorni in Cina è meno serio di questo problema di coerenza nel completamento delle riforme, che deve essere non solo enunciato in teoria, ma attuato in pratica secondo un rapporto più corretto tra regole e mercato per far funzionare quest’ ultimo in modo adeguato.

Il rischio sistemico è meno drammatico di quanto molti lo descrivano almeno per due ragioni. Il valore della capitalizzazione del mercato azionario cinese non è elevato: è meno della metà di quello americano rispetto al Pil (poco più del 50% contro ben oltre il 100%). Ma soprattutto il tasso di risparmio nell’economia cinese è ancora molto elevato, intorno  al 50% del Pil: una situazione ben diversa da quella di indebitamento strutturale dell’intera economia che caratterizzava gli Stati Uniti alla vigilia della crisi del 2008.

Una contraddizione tra strategie di riforma e comportamenti pratici dei funzionari che va risolta in Cina è quella che riguarda l’atteggiamento nei confronti del tasso di crescita. La pratica dei comportamenti che ha favorito la bolla finanziaria speculativa è stata probabilmente mossa anche dal desiderio di tenere alto il tasso di crescita. Ma da parte dell’attuale leadership, e anche di quella precedente, è stato messo bene in chiaro che un troppo elevato tasso di crescita per la Cina non è sostenibile nel lungo periodo, per motivi sociali, ambientali e anche di equilibrio finanziario.

La sfida consiste nel cambiare la composizione della domanda che trainerà questo sviluppo: ridurre la quota delle esportazioni nette sul Pil; nella domanda interna aumentare la quota dei consumi sul Pil e ridurre la quota degli investimenti; modificare la composizione degli investimenti verso quelli più in grado di sviluppare innovazioni tecnologiche endogene e soprattutto di migliorare la qualità della vita di un sempre più vasto numero di cittadini.

Le implicazioni di questa modificazione strutturale del modello di crescita implicano, come dimostra un rapporto scritto congiuntamente dalla Banca mondiale e dall’Ufficio studi del Consiglio dei ministri cinese, che l’economia cinese deve ridurre nel medio termine il suo tasso di crescita verso valori intorno al 5%. Il mondo occidentale stesso deve uscire dalla contraddizione di pretendere che la Cina cresca a tassi elevati per sostenere l’economia mondiale e al tempo stesso eviti il rischio di crisi, come quelle finanziarie che potrebbero alla lunga avere effetti sistemici.

Gli eventi di questi giorni rendono evidente che maggiore coerenza, sofisticazione ed equilibrio nella regolazione dei mercati finanziari sono necessari per non compromettere l’obiettivo di fondo di modello di crescita più sostenibile che lo stesso presidente Xi Jinping avalla quando afferma che la Cina deve puntare a una “società di moderato benessere”.